Fotografia e Timidezza

Se si interroga Google sulla storia della fotografia si trovano in una marea di siti, blog, ecc, le informazioni storiche che più o meno tutti gli interessati alla fotografia hanno letto qualche centinaio di volte. Se invece si è interessati a sapere quali furono i primi fotografi professionisti, sui siti italiani si trova assai poco. Occorre formulare la domanda in inglese per ottenere  qualche risposta.

Sul sito “modernamuseet” ho trovato un elenco di 10 fotografi anche se la distinzione tra ricercatori e professionisti non è sottolineata. Ovviamente l’essere ricercatori fa parte dell’animo di qualsiasi fotografo, professionista o meno, sin dagli albori.

Tuttavia la ricerca sui primi fotografi professionisti, secondo me è interessante, rivela una diversa percezione del ‘sé’, fotografo, quanto una diversa percezione del fotografo da parte della società. Un’accettazione che possa esserci una professione del genere, e di conseguenza ci si possa campare , come esercitando la professione di dentista, avvocato ecc, o come artigiano, tipo il fabbro, l’idraulico, che va bene lo stesso basta portare a casa la pagnotta.

 

David Octavius Hill. Robert Adamson. Misses Rrierson (1845)

 

Tra i primi a venire citati nella lista figurano Robert Adamson (1821–1848) e David Octavius Hill (1802–1870). Operarono in Scozia,  il primo era ingegnere il il secondo pittore, collaborarono tra loro per 4 anni, producendo  circa 3000 fotografie di architettura, paesaggi, ma sopratutto ritratti che firmarono congiuntamente.

Secondo in questa lista troviamo Oscar Gustave Rejlander (1813–1875). Nacque in Svezia, si trasferì in Gran Bretagna dove lavorò come fotografo sino alla morte. Nel suo studio componeva minuziosamente una sorta di  “tableaux vivants”.

Ai tempi, la fotografia in studio non poteva che essere staged, dato che il soggetto doveva rimanere in posizione immobile per i secondi necessari ad impressionare il supporto sensibile. La lista non è esaustiva dato che riguarda essenzialmente le opere a disposizione di Moderna Museet per una esposizione, quindi per esempio non è presente Nadar, (1820 – 1910) che fu indubbiamente uno del primi fotografi professionisti dotati di studio. Tuttavia tra le righe ci sono notizie interessanti.

 

Oscar Gustave Rejlander. Lesson (1860)

 

Carl Jacob Malmberg (1824–1895) nacque in Finlandia, apri il suo studio a Stoccolma nel 1859. Intorno a questo periodo in cui il formato  “cartes-de-visite”, come spiega in modo approfondito Gabriele Chiesa in un interessante video, divenne moda diffusa, così l’attività di  Malmberg decollò.

È un esempio del diffondersi ed evolversi delle attività di fotografo come professionista, dopo il primo  periodo della scoperta e innovazione, da circa il 1940 sino al 1890. Agli inizi del ‘900 era ormai un’attività professionale consolidata.

Tuttavia, tranquilli, un excursus storico sulla fotografia come professione mi interessa marginalmente. Sono più intrigato dalle ripercussioni socio/culturali, dall’evoluzione altalenante attraverso gli anni della percezione nell’immaginario collettivo del fotografo come professionista, come componente  e partecipante della nostra società e come semplice dilettante. Interessante il fatto che per essere considerato fotografo si debba avere un mezzo idoneo, una fotocamera.

Il mezzo a suo tempo determinava spesso la categoria sociale di appartenenza e/o il suo ruolo in un determinato ambiente o evento socioculturale. Se uno era chiamato a fare fotografie di matrimonio doveva presentarsi alla cerimonia con una Hassy e flash a torcia, non poteva limitarsi a fotografare con una Instamatic a cuboflash, doveva distinguersi ed essere immediatamente identificabile. Descansate Niño, che continuo io. Era ovviamente anche una questione di ricerca di qualità.

Attualmente tutto ciò è più sfumato, tuttavia nessuno credo svolga un servizio matrimoniale con lo smartphone, già il cliente è poco disposto a spendere, cercherebbe di tirare sul prezzo del servizio. Anche qui entra in ballo il ruolo sociale che viene attribuito al fotografo. Nel budget spese per un matrimonio al primo posto figurano vestiti, location e mangiare, con gli ultimi spiccioli si paga il fotografo.

Ricordo una festa moltissimi anni or sono, intorno al ‘77, avevo da poco comperato la mia prima reflex, una Asahi Pentax SPF.  A quei tempi nelle feste si usava, moderatamente, intervallare balli di gruppo scatenati a piacevoli lenti. Erano una occasione di una conoscenza vis-a vis, le luci si abbassavano, il volume della musica pure, poteva avvenire un incontro ravvicinato, sperabilmente non del terzo tipo. Gli anni erano quelli.

Salvo che la pulzella, accettando l’invito, senza dichiararsi stanca a priori, non piantasse i gomiti sulle spalle del ballerino nella posizione che ai tempi fu diffusamente definita “a respingente”.

Se tutto andava per il verso giusto con sottofondo musicale poteva iniziare un dialogo.

“Come ti chiami? Di che segno sei?”

“Giorgio, sono gemelli e tu?”

“Io Maria-Cristina, ariete… ma gemelli, che ascendente?”

E qui mentre si spandevano come nuvolette in sottofondo le note di a “Whiter shade of pale” (rimasta un must per moltissimi anni in feste da ballo dato che in 4 minuti si possono dire e fare un sacco di cose),  con leggero rossore, fortunatamente irrilevabile  considerate le luci basse in sala, confessai di non sapere il mio ascendente, pensando “ma cavolo, mi devono capitare sempre delle saputelle a-strologhe!”

Dopo qualche secondo di silenzio la tipa prosegue:

“cosa fai nella vita, cosa ti piace?”

“Studio psicologia, mi piace moltissimo la musica, suonicchio qualche strumento ma sono stonato, faccio fotografie.”

“Uhhhh figooo!…. E cosa fotografi?”

“Mah un poco di tutto, nuvole passeggere, riflessi nelle pozzanghere, nelle vetrine, il mare d’inverno, case e cose abbandonate… Tu cosa fai?”

“Sono l’assistente del dottor xxx, dentista”

“Ah ecco, mi sembrava di averti già vista, sono suo cliente. Insomma conosci tutti i segreti della mia bocca!”
Sorrise e prosegui: “ma fotografi solo quelle cose lì, non fai ritratti, nudi artistici insomma nient’altro?”

“No”.

La cosa finì lì. Anni dopo ripensandoci mi diedi del cretino, quante possibili occasioni perse a causa della mia timidezza.

Sia quel che sia  per un fotografo, professionista o meno, il riconoscimento  sociale  dello status di  “figo”  nell’immaginario collettivo poco oltre la metà degli anni ‘60 era già consolidato. Non per nulla “Blow-Up“, film del 1966 diretto da Michelangelo Antonioni, ispirato al racconto ‘Le bave del diavolo’ dell’argentino Julio Cortázar, ebbe un enorme successo.

Thomas, nel film era un  fotografo londinese di moda, non completamente soddisfatto: aveva un buon lavoro, molto tempo libero, girava  per Londra con una Rolls-Royce decappottabile, non aveva problemi con le donne e tuttavia, pur essendo indubbiamente figo e di certo non timido,  l’insoddisfazione si insinuò nella sua vita.

Pochi anni dopo,  nel 1975, uscì un altro film “Professione: reporter (The Passenger)” diretto sempre da Michelangelo Antonioni.

David Locke, un giornalista televisivo di successo, lanciato nella professione ma ormai stanco e annoiato dalla vita, insoddisfatto come Thomas,  scopre un giorno l’opportunità di ricominciare tutto da capo…

Questo secondo film è una sorta di proseguimento di Blow up, il fotografo qui e diventato reporter televisivo.

“È in un Paese (il Ciad?) del Centro Africa per preparare un servizio su quel continente «che di problemi ne ha sempre avuti molti», ci diceva Antonioni nel 1975. Il discorso su Professione reporter potrebbe iniziare anche così. Benché dieci anni li separino, questi due film “intimisti di avventure” — secondo l’espressione dell’autore — interpretati da due professionisti della comunicazione sembrano girati di seguito. A ben guardare, la seconda parte di questo “dittico” era già in qualche modo preannunciata nella prima: su una parete dello studio di Thomas era esposta una stampa riproducente il viaggio di una carovana nel deserto. Un dettaglio forse casuale, ma non troppo se si pensa alle numerose analogie che si possono riscontrare tra le avventure dei due protagonisti.”

È interessante notare come Antonioni abbia in un certo senso previsto ed anticipato la crisi del ruolo di fotografo, dapprima solo esistenziale, oggi assai più concreta.

Non bastasse nel 2007 uscì, pubblicato da Mondadori, il famoso libro di Ando Gilardi “Meglio ladro che fotografo. Tutto quello che dovreste sapere sulla fotografia ma preferirete non aver mai saputo”.

 

 

Si legge rapidamente ma non è di immediata e facile comprensione, potrebbe apparire ostico, complesso, polemico.

Comunque, datemi retta, oggi come oggi ‘Meglio cuoco che fotografo’. Oltre ad aver inventato un linguaggio, il ‘cuochese’, i cuochi, anzi gli chef impazzano a tutte le ore su tv, canali youtube e quant’altro. Il cuochese prevede rigorosamente il plurale maiestatis. Mai dire ‘faccio’, si deve dire “andiamo a fare”.

Tanto per dire di uno, il simpaticissimo e bravo Luca Pappagallo ha un canale personale sul tubo che conta 521.000 iscritti, ditemi di un fotografo che abbia altrettanti assidui followers. Il video della sua “torta di patate e tonno” pubblicato 4 giorni or sono ha già 797.402 visualizzazioni. Lo stato delle cose è questo, mi chiudo in un rigoroso no comment. Eravamo stati più che avvisati.

La Maria Cristina della festa aderiva perfettamente a quell’immaginario collettivo che considerava figo fare il fotografo. Personalmente essendo timido successivamente mi sono vergognato per anni di fare il fotografo. Credevo che fosse solo un mio problema, arrivato alla quasi vecchiaia mi sono reso conto che è un problema più diffuso di quello che appare, solo che viene rimosso o comunque trascurato. Tuttavia  mai dire mai, rovistando nel web ho trovato un interessantissimo video di Federica Fotografa, ex timida, che spiega come vincere timidezza e introversione, in pochi semplici step. Veramente bravissima, efficace nella gestualità che ricorda il  Alberto Angela. Consigliato ai fotografi matrimonialisti e ritrattisti.

 

 

Personalmente ho risolto il problema alla radice evitando se possibile che esseri viventi di qualsiasi genere mi invadano le inquadrature. Scherzi a parte ci sono generi fotografici che permettono di tenersi la propria timidezza/introversione senza farsene un problema. Chi è al contrario dotato di buone dosi di empatia e capacità di comunicazione può affrontare senza problemi e con successo situazioni fotografiche nelle quali i soggetti ripresi vengano coinvolti a vario titolo in un rapporto di collaborazione. Ma qui si cade nell’ovvio.

Tra gli stilemi della street photography, se non ho capito male, c’è anche il non-coinvolgimento o  la solo rapidissima, fugace,  interazione con i soggetti ripresi. Si riprende la vita pulsante, guardando da dietro la vetrina, a volte con una punta  di voyeurismo, anche in un certo senso una sfida. Se il soggetto non si accorge di venire ripreso hai vinto, se se ne accorge e ti guarda hai perso, specie se si arrabbia. Le suore sono in grazie di dio e non si arrabbiano mai.

Se il soggetto si accorge, si mette vagamente in posa e tra lui e il fotografo scorre un rapido sorriso la partita è patta. In ogni caso il rapporto tra fotografo e soggetto ripreso è un interessante rapporto di polarità, mediato dalla centralità dell’obiettivo.

La polarità implica una condizione di complementarità tra gli opposti, tale per cui ciascuno dei due poli, pur essendo limitato e avversato dal polo contrario, trova in quest’ultimo anche la sua ragion d’essere e il suo fondamento costitutivo.

Il problema della timidezza, e la considerazione del fotografo nell’immaginario collettivo hanno comunque attraversato tutta la fotografia e la sua evoluzione.

 

 

Recentemente ho trovato per caso un interessantissimo libro ‘Il fotografo timido’ scritto da Joch Carroll.

Potete trovarlo facilmente nell’usato su Amazon a circa 6€. Fu pubblicato nel 1967 in Italia, praticamente contemporaneo a Bow-Up.

Carroll fu foto-giornalista e scrittore  per il Toronto Evening Telegram  e molti altri giornali e riviste come Esquire, una persona acuta, ironica.

Il libro, come il film, descrive il ruolo del fotografo come veniva percepito dall’immaginario collettivo di quegli anni.

 

 

Carroll fu un ottimo fotografo, nel 1952 immortalò Marylin Monroe durante il set di Niagara e negli intervalli tra le riprese, insomma era nell’ambiente. Il libro fu inizialmente censurato.

Credo non tanto per le avventure erotiche del protagonista, un giovane superdotato, ingenuo e candido, quanto perché riprendeva, in modo romanzato ma probabilmente aderente al reale, uno spaccato del mondo dello star system nel cinema e nell’editoria di quei tempi.

Insomma certe cose accadevano ma era meglio non parlarne troppo. In seguito fu ripubblicato varie volte, da case editrici diverse, in diversi Paesi.

 

 

Dal punto di vista del pensiero del fotografo indubbiamente Carroll lo conosceva assai bene.

Curiosamente la carriera del protagonista inizia vincendo un concorso fotografico.

Attualmente di concorsi ce ne sono non pochi, così coraggio!

Per superare la timidezza leggete il libro e partecipate a concorsi, ce la potete fare.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

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