Fotografia e empatia, con Fabio Moscatelli.

Ci conoscevamo già ma ci eravamo incrociati sempre di sfuggita, tra una cosa e un’altra. Giovedì 27 giugno è venuto a trovarmi, è iniziato un piacevolissimo dialogo fiume, difficilissimo riassumere quelli che ci siamo detti nel corso di una registrazione durata circa un’ora.

Ho dovuto tagliare moltissimo, spero di essere riuscito almeno in parte a salvare la freschezza del dialogo. Mannaggia alla bellissima empatia di Fabio Moscatelli, è un fresco torrente in piena, mi ha piacevolmente travolto.

L’inizio…

Ho cominciato come molti, facendo foto in vacanza, foto ricordo, che hanno cmq un valore enorme. Poi ho conosciuto quella che  in seguito è diventata mia moglie, che era una vera appassionata di fotografia, conosceva fotografi che non sapevo minimamente chi fossero, mi ha portato dentro il mondo della fotografia. Con risultati inizialmente disastrosi, ancora oggi quando guarda quelle foto mi dice: “non capisco come hai fatto a diventare fotografo!”

Ho iniziato a studiare da autodidatta, fine anni ‘90, è diventata una forte passione. Però ho iniziato a sentire un poco stretta la fotografia che facevo, avevo capito che potevo raccontare con la fotografia, così sono passato a frequentare dei corsi di fotografia, di reportage. La svolta vera e propria la ho avuta quando feci un progetto sulla occupazione del porto fluviale a Roma con il quale partecipai a un bando della Scuola Romana di Fotografia. Ebbi la fortuna con quel progetto da autodidatta di vedermi assegnare una borsa di studio, ed ha significato per me una svolta.

Anche se con grossi sacrifici perché lavoravo e andavo a scuola la sera, dalle 7 alle 10, dall’altra parte di Roma rispetto a dove abitavo. Entrai a contatto con grandi fotografi e con grandi maestri che mi hanno fatto capire, mi hanno plasmato. In seguito ho cercato sempre cercato di aggiornarmi, studiando anche dopo, non si finisce mai di imparare. Avevo capito che non bastava fare click per fare una foto, bisognava avere un background e andare avanti, non credo di essere mai restato fermo.

 

© Fabio Moscatelli. Qui vive Jeeg

 

Che rapporto hai con la parola scritta nei tuoi progetti?

Sono della scuola di pensiero che nel momento in cui decido di raccontare con la fotografia lo devo fare con la fotografia, quindi parole scritte meno ce ne sono meglio è. Secondo me la fotografia deve avere la forza di essere esplicativa da sola, in maniera indipendente. Poi è anche chiaro che nei miei progetti due righe le metto servono a circostanziare, a volte sono necessarie, altre no. Non sono per le didascalie. Mi capita spesso quando mi invitano a fare il lettore, mi portano le foto col testo, però prima fammi vedere le foto, il testo lo leggo dopo.

Lo scritto è un arma a doppio taglio. Se scrivete questi pipponi di tre pagine Word poi mi aspetto che venga rappresentata ogni singola riga del testo scritto. C’è una tendenza, molto molto triste, si fanno prima le foto poi ci si appiccica un’idea. Dico sempre il contrario, fotografiamo seguendo un’idea. L’idea cambia completamente la fotografia che andremo a scattare, determina le  scelte, la realizzazione elementare, dal punto di vista tecnico, compositivo. Se l’idea iniziale c’è è fatta.

Riguardo ai libri fotografici quale è il tuo pensiero?

Il libro fotografico o meno  è un oggetto estremamente prezioso, per essere prezioso deve avere un contenuto che lo renda tale. Il libro di fotografia in particolare ha avuto delle enormi evoluzioni. 30 anni fa se uno faceva un libro di fotografia era perché c’era un editore che faceva un investimento sul talento del fotografo.

Oggi vuoi fare un libro? Lo paghi! Però mi chiedo dove stia il meglio. Ho fatto due di libri nella mia vita, forse sono pure troppi, ci sono importanti maestri che non hanno mai fatto dei libri. Il problema è che oggi il libro è diventato sin troppo accessibile, ci sono mille modi per farlo, puoi pagare l’editore, fare un crowdfunding, ecc. Quindi è un mare nostrum di offerta… come discrimino, non è che mi possa comperare tutto! Se non si ha nulla da dire è meglio stare zitti rispetto a questa corsa all’apparire attraverso pubblicazioni delle quali si farebbe tranquillamente a meno.

A proposito del libro di Gioele, mi erano venuti forti dubbi se realizzare o meno il libro, pensavo: “mi metto nel mercato con l’ennesimo libro. Ha senso?”

Ne parlai a cena con Tony Gentile. Mi disse : “ma scusami tanto, se non lo fai te un libro che racconta la storia vissuta insieme a un ragazzo autistico  per otto anni, ma mi spieghi chi lo dovrebbe fare?” E mi ha convinto. Oggi che ho probabilmente l’intenzione di fare il mio ultimo libro, ci penso e ci ripenso  ma in fondo ormai ho deciso, lo devo fare come ringraziamento ai residenti di Tor Bella Monaca. A chi mi ha prestato  la sua faccia, a chi comunque ha quel desiderio di riscatto, vivendo in un quartiere complicato, quindi un libro potrebbe avere senso.

 

© Fabio Moscatelli. Qui vive Jeeg

 

A volte un fotografo  nelle storie c’è in un certo senso chiamato dentro, non è un caso…

Esatto! Io poi sono uno di quelli che ci si immerge completamente, per una questione anche caratteriale. Mi piace proprio parlare con le persone, entrare empaticamente in una situazione non vuol dire che devi  stare con delle persone, può succedere la stessa cosa con un territorio, ti ci devi immergere. Per raccontare un a storia devi approfondire ed oggi c’è una fretta tremenda,  è una fretta che ho avuto pure io quando ho cominciato, volevo tutto e subito. Però in un certo senso tutto è stato ormai fotografato, quello che ci differenzia è l’occhio, è il trascorso umano, il bagaglio di esperienze di vita  che porta a far vedere una cosa, una situazione, in maniera diversa.

Cosa è per te l’etica?

Rimaniamo nel mondo della fotografia. Che cos’è l’etica? Per me è innanzi tutto il rispetto verso quello che si fotografa, che poi è il rispetto verso se stessi. Fondamentalmente  per me l’etica è tutto. In fotografia da tanti anni ormai, quando si raccontano storie che possono essere storie di situazioni di conflitto o legate al sociale, il paternalismo e in pietismo hanno sempre la meglio quando vengono pubblicate. Il bambino con le lacrime agli occhi piace, commuove. Perché siamo arrivati a questo?

Bisognerebbe fare uno studio antropologico. Il mercato detta una direzione, il fotografo che vuole campare, che gli piaccia o meno, deve seguirla, deve vendere l’anima al diavolo. Io parto dal presupposto che quel paternalismo e quel pietismo non mi appartengono, quindi ho fatto una scelta anni fa, consapevole che mi avrebbe tagliato fuori da certe dinamiche, ma va bene così.

Avrei potuto raccontare la vita di Gioele in mille altre maniere, ho deciso di raccontarlo così anche se mi sento dire, bello bellissimo, ma non si vede che è autistico. Il che per me è un complimento ma questo indirizzo di cui parlavamo fa si che l’aspettativa dell’osservatore sia quella di vedere il dramma. Questa cosa la possiamo applicare ovunque. Accendiamo la televisione, di cosa si parla? Del bambino scomparso, della donna ammazzata. Non si possono raccontare storie belle, o comunque storie dal risvolto bello in un contesto triste? Avrei potuto raccontare la cecità in maniera drammatica, non l’ho fatto.

Il fotografo ha la possibilità, non dico la forza perché a volte è necessario anche vendere l’anima al diavolo, ma  la possibilità di scegliere  ce l’ha sempre. Non è detto che dobbiamo sempre per forza seguire le regole del mercato. Sono stato fortunato perché mi è capitato di trovare persone che hanno apprezzato il mio diverso modo di raccontare, mi è capitato recentemente con un lavoro sulla cecità che sto portando avanti.

Penso che non sono nel giusto, e non sono neanche nell’errore, sto nel mio, a qualcuno potrò piacere ad altri no, però credo di essere un fotografo sincero.

 

© Fabio Moscatelli. Qui vive Jeeg

 

Molti ti conoscono per il tuo lavoro “Qui vive Jeeg che abbiamo esposto a Novafeltria, al Semplicemente Fotografare Live 2018, per il libro che è uscito su Gioele nel quale lo dichiari co-autore. Puoi raccontarci come è nato e cresciuto il tuo rapporto con Tor Bella Monaca dove è ambientato il tuo vissuto con Gioele?

Sono capitato a Tor Bella Monaca per amore, nel 1997.  Ci sono entrato senza problemi anche perché non ho mai avuto pregiudizi nei confronti delle persone, dei luoghi, devo toccare con mano. “È un delinquente? Ah, ho capito… ma, lo dici tu, io non lo so”. Intorno al 2011/12 ho iniziato il lavoro su Gioele, ragazzo autistico, e ho cominciato a fare considerazioni sul fatto che stavo raccontando un ragazzo che particolarmente legato al suo territorio, tanto che un eventuale trasferimento in un altro quartiere per lui sarebbe un trauma. Mi sono reso conto che stavo raccontando una periferia emotiva, come è l’autismo, in una periferia fisica , una sorta di scatole cinesi, di incastro e mi sono fatto una domanda. Come succede spesso i miei progetti nascono da una domanda.

 

 

Sono andato a ricuperare dal censimento i dati del 2010,  in quegli anni Tor Bella Monaca contava circa 27.800 abitanti, praticamente la Circoscrizione è  un piccolo Comune, ma è possibile che i 27.000 e rotti abitanti siano tutti spacciatori? Magari ci sarà lo 0,9 %  di spacciatori però creano una nomina tremenda per tutti gli altri residenti,  che hanno le loro normalissime vite. Partendo da quella domanda la risposta è no, quindi ho cominciato a cercare persone che avessero una particolarità, una storia originale, che avessero  qualcosa da dire di  veramente speciale.

Da quando ho iniziato, da subito, ed è una cosa che non mi sarei mai aspettato, ho avvertito nei residenti un fortissimo senso di appartenenza. Non ho mai sentito nessuno dirmi “io da qua voglio andare via”. Li sentivo dire sempre “questa è casa mia, io da qua non me ne vado”.  Tutto ciò mi ha stupito e mi ha dato tanta forza per continuare con entusiasmo il lavoro. Mi si sono aperte tantissime porte, mi si aprono tutt’ora, mi invitano a pranzo, a cena, hanno voglia di parlare, hanno bisogno del loro piccolo riscatto. Quelle torri, le torri di Tor Bella sembrano delle scatole ma sono contenitori di storie. Ho incontrato tante donne, tanti uomini, tanti ragazzi, tanti bambini. Ho raccontato un tessuto sociale veramente particolare. Nel mio piccolo per Tor Bella mi sono speso, ho litigato con redazioni di giornali, con Striscia la Notizia, perché non è possibile che ci sia una etichetta tremenda e tu giornale, informazione, invece di togliere quella etichetta fai in modo che si appiccichi ben bene.

 

 

 

Vero, ma penso che, dato che attualmente, da anni, la committenza scarseggia, in teoria un fotografo dovrebbe essere  più libero di fare quello che vuole, e come vuole.

In teoria poterebbe essere così, c’è un evidente crisi dell’editoria, non so quanto i giornali resisteranno ancora nelle edicole e sopratutto sino a quando resteranno aperte le edicole, ogni volta che vedo un’edicola chiusa sento un male al cuore, perché per me l’edicola è un posto magico sin da quando ero bambino. Oggi i giornali pubblicano poco, hanno budget estremamente ridotti, e questa cosa ha probabilmente acuito una concorrenza, una  guerra civile per pubblicare. Quindi c’è l’effetto contrario, l’esasperazione dei concetti dei quali abbiamo parlato per venire pubblicati. In Italia  oggi come oggi non credo ci sia una testata in grado di pubblicare un progetto fotografico, ci sono testate che pubblicano parti di progetti fotografici.

Un esempio. Il lavoro più interessante sul Covid lo ha fatto un italiano, Bucciarelli, in Italia non ha trovato spazio, lo ha pubblicato sul New York Times. In Italia  è arrivato tramite l’Internazionale che pubblica  riproposte, non inediti.

Le riviste italiane, in questa perdurante crisi dell’editoria, spesso attingono nelle scuole di fotografia che sopravvivono, non pagano l’aspirante fotografo, che è contento di apparire sulla testata, sempre per il discorso della visibilità, l’ego va alimentato in qualche modo.

 

© Fabio Moscatelli. S. Alessio

 

Prima mi hai accennato a un tuo lavoro sulla cecità…

Allora,  sono stato cresciuto da un nonno cieco che sin da bambino mi ha fatto appassionare alla lettura, sono andato in prima elementare che a 5 anni sapevo già leggere perché leggevo a lui. Mi spiegava le lettere, come riconoscerle, come metterle insieme. Mi regalò Zanna Bianca di Jack London. Mi disse: senti, io non lo passo leggere, me lo puoi leggere tu? Poi, dopo anni, ho capito che mio nonno Zanna Bianca lo aveva letto, eccome.

Quattro anni fa mi presentai all’istituto per ciechi di Sant’Alessio a Tormarancia, desideravo realizzare un lavoro che nelle intenzioni doveva essere un omaggio alla memoria di mio nonno. Il Sant’Alessio è strutturato in tre diverse componenti che sono quelle dei residenziali, semi-residenziali e quelli che fanno terapia legata alle indipendenze per cercare di avere una vita migliore. Si sono stabiliti dei rapporti empatici, di amicizie con tutta la struttura, con gli utenti.

Poi nell’agosto dello scorso anno ho ricevuto una telefonata, era il papà di uno dei bimbi residenti a Sant’Alessio: “domani mattina sei libero?” -Io: “sì sono libero, ti servono delle foto?” -Lui: “vieni a firmare il contratto, da domani sei il nostro fotografo ufficiale.”

 

 

 

Guarda io sono uno che di solito è un poco freddo nelle esternazioni… mia moglie mi ha visto piangere, non mi sembrava vero, mi vengono in brividi adesso, mi commuovo, sono entrato a far parte di una grande famiglia.

Quando entro i bambini sentono la mia voce e mi riconoscono, anche il presidente, la signora, mi ha riconosciuto dalla voce: “Sei Fabio?” Eh è tanta roba! Va oltre l’aspetto fotografico, sono esperienze umane che ti segnano. Quando i bambini ti riconoscono dalla voce… anche perché la fotografia è muta, a differenza di un film non ha una colonna sonora. Pensa che adesso dobbiamo fare un percorso con i residenti, che sono per la maggior parte delle persone anziane, in cui io spiegherò di volta in volta un mio progetto fotografico, illustrerò loro le foto, dovranno riuscire ad immaginarle, diventerò la colonna sonora delle mie foto.
La cecità è un qualcosa che da una parte mi terrorizza, come sai ho un problema agli occhi,  però dall’altra mi affascina.
Ho cominciato a pensare a questo progetto dopo aver letto “Cecità” di Saramago.

Nell’immaginario collettivo la cecità è buio totale, invece  Saramago è un po’ come me, cerca di sovvertire questa idea che abbiamo, rende la cecità qualcosa di così fortemente luminoso che impedisce di vedere, un bianco abbagliante per cui non vediamo. Poi ho scoperto, frequentando il Sant’Alessio che è anche una disabilità con sfaccettature diverse.

 

© Fabio Moscatelli. S. Alessio

 

La prima volta che mi presentai al Sant’Alessio, parlando col direttore mi disse: “mentre tu parli ho un aurea purpurea davanti agli occhi”. Sapeva distinguere i colori perché non è nato cieco, lo è diventato, c’è una differenza enorme tra il nascerci e il diventarci, sopratutto per chi perde la vista ci sono dei percorsi psicologici, sto imparando molto da loro.

Jacopo che è un ragazzo giovanissimo, ha 24 anni, è diventato cieco per una ischemia della retina. Parlando con lui mi disse: “guarda sono tre anni che sono cieco, ho capito che posso continuare a vivere, più lentamente ma posso continuare a vivere”. Fa politica attivamente.

Sono degli insegnamenti, magari noi ci lamentiamo del traffico, poi c’è chi dice posso continuare a vivere ma più lentamente, allora che mi incazzo a fare del traffico?

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

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