Sono stato fortunato, ho avuto una formazione abbastanza variegata. Asilo dalle suore, poi catapultato nella Scuola Svizzera di Roma, dalla prima elementare sino alla quarta media, eh sì c’erano 4 medie. La lingua ufficiale era il tedesco. Tutte le materie cioè storia, geografia, scienze, matematica, disegno e applicazioni artistiche, venivano impartite in tedesco. L’italiano, il francese, l’inglese venivano insegnate come lingue straniere. Dalla prima media anche il latino, si traduceva tedesco-latino e viceversa.

Ci sono interessanti similitudini nel modo di costruire un periodo, i tedeschi come gli antichi romani mettono il verbo alla fine. Molto altro. Per esempio la storia veniva insegnata a partire dal modo di vedere e percepire dei popoli nordici. Non si parlava di invasioni barbariche, ma di migrazioni di popoli.

 

 

In classe l’ultimo anno eravamo in 5: io, unico maschietto, Eveli, Sandra, Maria-Laura, Lilia. Gli insegnanti erano giovani, preparatissimi, sapevano quasi tutti suonare uno strumento, vari fotografavamo e stampavano il B/N negli appartamentini dove vivevano a scuola. Alcuni suonavano brani di musica classica nell’ora di applicazioni artistiche.

Ognuno di noi aveva un librettino dove compagni di classe e insegnanti lasciavano un disegno, a volte una foto, un consiglio per il futuro. Accanto alla foto di una testa di cavallo, prof Schneiter commentò: “una volta presa la decisione, il resto verrà da sé”. Prof Bangeter accanto ad una foto di una lucertola scrisse: “Sei pronto ed attento come una lucertola. Una persona dovrebbe anche saper mantenere la calma”… ah questo difetto mi è rimasto, m’incavolo inutilmente per le imbecillità diffuse.

 

 

Il passaggio alla scuola italiana fu traumatico, da 5 a 23 in classe. Che squallore le ragazze in grembiule nero, i ragazzi in cravatta, avevo una espressione sconsolata nella foto di classe. Una concezione della cultura, della storia, del tutto diversa, etnocentrica, italians first. Erano invasioni barbariche!

Appresi anche che certi pensieri scritti in una lingua non si possono tradurre in modo letterale. Dietro ogni pensiero c’è la storia di un Paese. Tradurre non è una semplice trasposizione da una lingua a un’altra, ma è un processo decisionale, costituito contemporaneamente da metodologie, tecniche e strategie.

In vacanza andavamo a Riofreddo, un paesino tra Lazio e Abruzzo. Divenni ben presto amico di Lello, figlio dell’elettricista, idraulico, fabbro ecc. che la domenica suonava l’armonium in chiesa. Nella bottega di suo papà c’erano cose meravigliose, tipo l’incudine, una fiamma ossidrica a petrolio, latta in abbondanza, forbicioni da lattoniere, martelli pesantissimi, cavi elettrici ecc. Qualche volta mentre giocavamo in bottega veniva a trovarci Giacinto, il barbone del paese. Chiedeva un poco di petrolio per l’accendino, fumava la pipa riempendola di cicche trovate per strada, di muschio ed erbe essiccate. Anni dopo conobbi altri barboni che mi insegnarono molto.

 

 

Per essere ammesso ad entrare nella banda di ragazzini locali imparai a costruirmi ed usare la fionda, a piantare un coltellino, comperato alla fiera, su un albero o per terra, o a prelevare lo stemma del biscione da una Alfa in sosta. Facevo anche lunghe passeggiate con mio fratello Alberto, di due anni più grande, handicappato mentale grave. Attraversavamo insieme il bosco, a volte lo portavo con me a pescare gamberi di fiume con una fiocina fatta da una forchetta con i rebbi allargati attaccata a un lungo bastone. Mi osservava e coglieva qua e là bacche o more. I miei genitori con altri genitori di ragazzi subnormali avevano fondato Raggio di Sole.

Da ragazzino ci andavo spesso, giocavo con gli altri, ho dormito varie volte nella struttura. Insomma i casi della vita mi portarono più volte a contatto con il diverso.

 

 

Arrivato all’università approfondii la faccenda a Psicologia, però anche leggendo libri di etno/ antropologia. Mi affascinavano la musica, la cultura contadina e cose del genere. Ritrovai nei libri quello che mi avevano insegnato esperienze pratiche.

Se avevo assorbito assai facilmente concetti di rispetto per ogni diversità, leggendo mi resi conto che c’è una cultura egemonica, dominante, ed una cultura subalterna, spesso contadina in Italia, “arretrata” in molti paesi del terzo mondo,  rispetto a quello  che chiamano “progresso” i Paesi più evoluti.

 

Liceo. Foto di classe.

 

Ahimè le culture, le società, i Paesi dominanti tendono a schiacciare ed eliminare le culture subalterne e depredare ricchezze che quei Paesi non sanno di avere o non sanno utilizzare. È avvenuto per secoli, continua ad avvenire, è un discorso lungo, ha mille sfaccettature, ne vediamo e vedremo le conseguenze.

La nostra religione cristiana assorbì a Roma ogni traccia di religione pagana. La festa di S. Giovanni era la notte  delle streghe. Viene per lo più raccontata in modo molto approssimativo. Molte volte si trova scritto che abbiamo scopiazzato Halloween, ma le zucche cave con dentro una candela c’erano anche nella notte delle streghe.

Tuttavia Halloween avviene il 31 ottobre, è la festa di Ognissanti, nelle religioni pagane era un evento per esorcizzare la paura della morte. Anche la celebrazione di Luminatia in Maramures ha analogo significato.

Non è tanto un giorno per piangere i morti, ma è più la gioia del ricongiungimento con loro. E’ un ricongiungimento perché si ritiene che le porte di entrambi i mondi (il reale e dell’aldilà) si aprono e le anime possono andare ad incontrare i loro cari vivi. Si tratta di uno dei pochi giorni in cui la gente ride e fa le battute nel cimitero.

l giorno dei Morti è una celebrazione celtica, ma è stata portata in Romania dai cattolici, si celebra nella notte tra  l’1 e il 2 novembre. Il 31 ottobre è uno dei cosiddetti cross quarter day, che corrispondono a quattro date che si trovano a metà tra un equinozio e un solstizio e che in antichità segnavano l’inizio delle varie stagioni.

Tutte le feste più importanti avvenivano in Europa ma presumibilmente anche altrove, in occasione di precise fasi di rotazione della terra intorno al suo asse. Può essere che popolazioni antiche non ne sapessero più di tanto di astronomia, sicuramente avvertivano l’influenza pratica, di certe fasi nell’agricoltura.

 

Cippo votivo nel territorio di Valmarecchia

 

In passato, i solstizi d’estate e d’inverno – assieme alle loro controparti, gli equinozi di primavera e d’autunno – servivano a scandire l’avvicendarsi delle stagioni.

Anche i cibi hanno origini spesso votive legate a tali festività, differenti da latitudine e latitudine , tra popolo e popolo. Tuttavia ancora oggi dolci di origini pagane sono diffusi ovunque in Europa. I Lebkuchen sono biscotti natalizi, speziati, tipici nella zona di lingua tedesca. Lebkuchen vuol dire torta o biscotti di vita. In Francia c’è il pain d’épices, in Inghilterra il gingerbread, ai Castelli, vicino Roma, la pupazza frascatana, con tre seni, simbolo di fertilità.

La leggenda legata alla pupazza vuole che rappresenti una mammana, una balia che teneva a custodia i bambini delle donne impegnate nella vendemmia. Le ricette di tutti questi dolci si somigliano, hanno alla base oltre alla farina, il miele ed aromi come lo zenzero, la cannella, l’arancio.

Chi è appassionato di musica da molti anni probabilmente ha ascoltato John Barleycorn nella versione dei Traffic.

 

There were three men came out of the West,

Their fortunes for to try, And these three men made a solemn vow:

John Barleycorn must die..

 

Il povero Barleycorn rappresenta la personificazione della birra e del whisky, prodotti entrambi derivati dall’orzo (in inglese barley).

Nella canzone subisce umiliazioni e maltrattamenti fino alla morte, che corrispondono alle varie fasi della coltivazione dell’orzo come la mietitura e la maltazione.

 

Rovinosa caduta e taglio dellalberone simbolo del quartiere dove vivo a Roma

 

Il discorso sarebbe lunghissimo, al di là di ogni credenza religiosa il mondo contadino ha alle spalle una cultura millenaria, ha sempre prodotto opere d’arte, semplici e funzionali strumenti di lavoro, stoviglie e quant’altro. Forse se si fosse concessa pari dignità alle culture subalterne le cose oggi andrebbero meglio.

Non è tanto la scienza a essere in crisi, la scienza è comunque un progresso, è l’uso della scienza nel mondo industriale e capitalista il problema. Vogliamo i frutti della terra che preferiamo tutto l’anno? È possibile stravolgere le stagioni, ma avremo per lo più frutti pessimi e cari. Sono ancora importanti le fasi lunari?

Per l’agricoltura tradizionale lo sono. Tutte superstizioni? Per mio conto, anche se lo fossero, rispetto le superstizioni. Mi piace guardarmi intorno e rispettare quello che vedo, che sia Natura, che siano tradizioni o il diverso, quale esso sia, meritano rispetto. Penso che la cultura sia anche questo.

 

© Guido Guglielmelli. Serra San Bruno (VV)

 

Il significato di cultura in senso antropologico abbraccia tutte le manifestazioni delle abitudini sociali di una comunità. È giusto praticare la caccia, è sensato che esistano ancora le corride, ha un senso il palio di Siena? È buona cosa ingozzare un’oca sino a quando non le pende il fegato tra le zampe per avere del buon patè?  Ecc. devono essere eliminate certe tradizioni millenarie perché non sono in sintonia con la nostra attuale etica?

Ricordo che un reportage di Guido Guglielmelli sull’uccisione del maiale in Calabria, rincarata da un altro che postò l’uccisione del maiale in Molise, creò vive disapprovazioni. Tanto da dover chiudere i commenti su FB.

 

 

Cultura, in latino, significa “coltivazione della terra” e deriva dal verbo còlere, “coltivare”. Tale significato è passato nell’italiano ‘coltura’, che viene usato sia per la coltivazione della terra (agricoltura), sia per l’allevamento degli animali (zoocoltura, apicoltura, e così via). La cultura è una pratica quotidiana, spesso esperienziale, di accrescimento personale. Non si apprende solo leggendo. Cultura è prendere ma anche dare, entrare in contatto, comunicare.

Il contrario di cultura è incultura, ignoranza, analfabetismo, rozzezza, barbarie, arretratezza. Ahimè stiamo avvolgendoci in una spirale del genere.

 

Immagne votiva all’incrocio di Piazza dell’Alberone con la Via Appia. In era pagana c’erano divinità che proteggevano gli incroci.

 

Fotografare è cosa strana, se è un’azione consapevole ti insegna a  vedere quello che hai intorno in modo diverso, ti porta a vedere cose che altri forse non vedono. A rispettare tutto e tutti, perché fanno parte di te e senza loro non sei. Da qui la necessità, che un fotografo dovrebbe avvertire, di fare da tramite, ove possibile,  condividendo con l’osservatore una fotografia, un progetto rispettoso.

Troppo spesso la fotografia praticata alla ricerca dei like è una fotografia ignorante, analfabeta, porta a violenze sul prossimo delle quali non  ci rendiamo minimamente conto.

Ando Gilardi aveva scritto “Non fotografare…” molti si sentono esentati dal seguire tali consigli. “Eh ma tanto il barbone, il poveraccio che ho fotografato non se n’è accorto!”

Molti furti vengono perpetrati senza che la vittima se ne accorga. Mentre rubi c’è qualcuno che ti sta derubando. Che arricchimento da una fotografia  praticata con furto?

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

Alfonso Perrotta e la sua compagna Dora

 

 

 

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