Gli antichi Greci erano politeisti, credevano nell’esistenza di molte divinità e eroi semidivini, vivevano sul Monte Olimpo. Tali divinità avevano sembianze, amori e comportamenti simili a quelli dei comuni umani. La mitologia greca raccontava le le loro vite, serviva a spiegare le origini del mondo, i fenomeni naturali e a trasmettere valori morali, non è cosa morta e sepolta. Sigmund Freud attinse non poco dalla mitologia greca, utilizzandola come strumento per spiegare i concetti chiave della sua teoria psicoanalitica, come il complesso di Edipo o il conflitto tra Eros e Thanatos, il dualismo tra bene e male che, da sempre, sono nell’uomo causa di tormento interiore e senso di colpa.

Eros rappresenta la pulsione di vita, l’attrazione, la tendenza all’unione, la creazione e la conservazione della vita, mentre Thanatos è la pulsione di morte, l’aggressività, la distruzione.
Ho il vago sospetto che attualmente parte dell’umanità punti su Thanatos. Niente di male, infondo tutta la fotografia si basa su luce e ombre su Eros e Thanatos, su quello che è stato e non è più davanti all’obiettivo.

La nostra società ed altre in seguito optarono per religioni monoteistiche. Tuttavia, per bisogno intimo e naturale, non seppero eliminare del tutto le divinità minori, così nella nostra religione furono trasformate in santi e sante, ne abbiamo per ogni giorno dell’anno.
Andavo in vacanza a Riofreddo, paese tra Lazio e Abruzzo, ricordo che quando un ragazzino si faceva male ma la scampava dicevano che era stato grazie all’intervento di Santa Pupa, santa non riconosciuta ufficialmente dalla Chiesa cattolica, di origine popolare e pagana.

Tutt’ora frequentemente eleggiamo nuovi santi o eroi. Il 7 settembre 2025 Papa Leone XIV ha proclamato Santo Carlo Acutis, morto di leucemia a soli 15 anni nel 2006. È il primo santo millennial della Chiesa Cattolica, “patrono di Internet” per la sua passione per la tecnologia e la creazione di siti web sulla fede. Enzo Iacchetti e Charlie Kirk sono gli ultimissimi eroi di opposte fazioni, domani vedremo.
Noi fotografi abbiamo fortunatamente una santa protettrice ufficialmente riconosciuta, Santa Veronica. Asciugò il volto di Gesù e sul suo velo rimase impressa l’immagine del volto del Cristo, il “primo negativo”. Da alquanto tempo i nostri miti primigeni, i Grandi Fotografi, sono quasi tutti estinti, chi ancora sopravvive viene considerato Maestro.
Fanculo, non mi venerano abbastanza, non ho molte possibilità di diventare Maestro! Del resto non ci spero più di tanto però, oh, mai dire mai, dovrei solo diventare più incomprensibile. Per diventare Maestri pare spesso opportuno esprimersi per vaticini o aforismi, o cmq in modo molto filosofico e fumoso, rischiando che il nesso tra ciò che si afferma e ciò che si produce fotograficamente diventi labile o non comprensibile ai più.

Fortunatamente abbiamo abilissimi critici fotografici che fungono da interpreti e, a volte per vil danaro altre volte per magnanimità, ci spiegano fotografia e fotografi emergenti, possibili nuovi artisti, forse futuri Maestri. Il tempo è galantuomo, vedremo.
Ogni blog, ogni pagina Facebook è una piccola chiesa che diffonde o forse dovrebbe diffondere il suo credo. Così succede che chi entra in un gruppo fotografico si crei delle aspettative… Voglio fare un esempio pratico. Avviene che un partecipante al mio gruppo, Tito Matitti, posti due foto che ritraggono dei turisti a Piazza S. Pietro, le osservo e metto un like. Immediatamente dopo un partecipante al gruppo commenta: “Forse occorre un minimo d’impegno. Queste fotografie non raccontano nulla. Con quale intento chi le ha realizzate le ha postate su un gruppo come questo? E a chi mette i like chiedo: cosa vi piace di queste fotografie?”
Avviene che un partecipante al mio gruppo, Tito Matitti, posti due foto che ritraggono dei turisti a Piazza S. Pietro, le osservo e metto un like.

Come amministratore del gruppo mi sento chiamato in causa. Gli rispondo: “Possono piacere o meno, per me queste due foto raccontano moltissimo, dato che ho messo like ad entrambe ed una delle due mi piace di più. Mi ricordano certi gruppi fotografati da Neil Slavin, celebre fotografo di gruppi. Mi dirai: “niente di nuovo!” no, di quasi nuovo c’è che raramente in piazza S. Pietro si fotografano gruppi precisi e isolati, più singole persone. Il piccolo gruppo è significativo, è lo stare insieme, da turisti ma anche da amici, serenamente e condividere la visita. Molti nel gruppo hanno un walkie-talkie al collo, il che fa supporre abbiano una guida.
Il fotografo si è avvicinato in punta di piedi al gruppo, non sono foto costruite come spesso sono gruppi di Slavin. Lo ha fatto con garbo senza esser invadente o irrispettoso. Ora ti posso chiedere perché queste due foto non ti piacciono?
Risposta: “La prima è un colpo d’occhio rubato, Il vero fotografo ha fatto tutto. Chi ha postato l’immagine ha catturato una fotografia che non si è neanche curato di editare correttamente, lasciando margini inutili e abbondanze senza senso. Ma, credo di corsa, l’ha scattata così e l’ha lasciata così. La seconda, quella del piccolo gruppo, è un po’ meglio, ma nasce come immagine 1:1. L’inutile taglio 2:3 orizzontale agevola le fastidiose transenne che deturpano la vista di una delle piazze più belle e famose del mondo.

Ricommento: “Ho varie obiezioni riguardo a quello che scrivi. 1) Chi ha scattato le due foto qui postate è il vero fotografo, ci fa intuire che c’era chi ha messo in posa il gruppo, dato che tutti i partecipanti guardano in quella direzione. Per questo dico che la foto racconta, o meglio suggerisce molte cose. Per esempio si nota affiatamento tra i partecipanti al gruppo, che è eterogeneo, non un gruppo di pensionati. 2) il secondo scatto a mio parere sarebbe stato davvero sciocco ridurlo a 1:1. Si sarebbe perso molto del senso dell’inquadratura, che racconta una piazza enorme e il piccolo gruppo al centro che gode di un momento di isolamento sereno. Le fastidiose transenne ci sono e piaccia o non piaccia testimoniano anche storicamente quello che è la piazza attualmente. Una volte quelle transenne non c’erano, sono state messe per ragioni di sicurezza, per salvaguardare da irruzioni automobilistiche di terroristi.
È un discorso ampio, vale per moltissime foto. Particolarmente nelle zone urbane viviamo immersi in un costante inquinamento visivo: macchine parcheggiate, cartelli stradali, cassonetti per la raccolta di rifiuti e altro. Si può cercare di evitare di inquadrare brutture, a volte è impossibile. Così molti inquadrano un monumento o un palazzo dal primo piano in poi per eliminare dall’inquadratura tali brutture, secondo me sbagliano. Ogni inquadratura da un lato mostra dall’altro censura, il fotografo ha fatto benissimo a non censurare.

“Ho semplicemente detto quello che vedo nelle due foto. Tu ci vedi altro, e critichi molto, ok è un accettabilissimo tuo pensiero, assolutamente confutabile come del resto è il mio. Come amministratore del gruppo specifico che non siamo soliti fare selezioni, sarebbe un arrogarsi un diritto che non ci sentiamo di volere avere, nessuno nel gruppo vuole autoreferenziarsi come espertone.
Il pubblico della pagina è adulto e vaccinato, molti hanno discreta se non ottima competenza fotografica, quindi con un like o un commento possono esprimere un gradimento per un autore o una specifica foto.”
A questo punto il mio interlocutore controbatte: “Chi ha scattato le foto le ha postate sulla pagina, perché “ognuno è libero di fare ciò che gli pare”. Non ci sono selezioni. Portare le proprie opere all’attenzione pubblica su un gruppo di condivisione fotografica, presuppone un minimo di ricerca e di cura nell’esecuzione e nella scelta delle immagini. A questo punto, se non da parte dell’autore, da parte degli amministratori. Credo sia anche una questione di rispetto verso chi si prende la briga di osservare e commentare. Ok, ho capito. Arrivato a “non facciamo selezioni” non serve proseguire. Grazie per il tempo, la cortesia e la pazienza Un caro saluto a tutti.”
Detto, fatto uscì dal gruppo. Senza aver mai postato un’immagine che ci mostrasse qualcosa del suo modo di intendere e praticare fotografia. Qui c’è un aspetto della vicenda che trovo interessante. Possibile mai che persone non giovanissime, abbiano bisogno di una figura carismatica ed autorevole che decida per loro cosa è valido, cosa non lo è, selezionando le foto prima di ammetterne la pubblicazione? Possibile che un gruppo debba essere un branco, con un leader assoluto? Osservando, al di là dell’ambito strettamente fotografico, il mondo dei social capisco che è possibile, anzi è così, ovunque. Per lo più non faccio critica fotografica, probabilmente avrei gli strumenti per farla.
Leggo spesso critici abilissimi con le parole, oscillano tra la lettura romantica e la poesia. Inventano cose che nelle foto, o nei progetti che magnificano, spesso non riesco a vedere. Ai tempi del liceo ebbi la fortuna di avere un eccellentissimo professore di lettere. Ci mise in guardia da una critica romantica ed emozionale, propendeva per una critica basata su fatti concreti, sull’analisi storica, sociale del periodo in cui un autore è vissuto, su mode vigenti in quei tempi.
Ugo Foscolo, “I Sepolcri”, descrisse l’upupa come un uccello notturno e lugubre, frequentatore di cimiteri. Erano atmosfere che andavano di moda, in realtà l’upupa è un uccello essenzialmente diurno. Predilige aree rurali calde e soleggiate, come frutteti, vigneti, coltivi e prati secchi, per lo più non frequenta cimiteri.
Lo “Sturm und Drang”, poi il romanticismo, posero l’enfasi su sentimento, immaginazione, soggettività e individualismo, in opposizione alla razionalità. Giacomo Leopardi ebbe relazioni e passioni, anche se spesso non corrisposte e dolorose, fu uno sfigato o era anche un poco una posa? In una lettura critica bisogna cercare di andare oltre certi stilemi dettati dai tempi. Siamo invece ancora immersi in una critica romantica, che punta tutto sull’emozionale.
Anche in campo fotografico, basta leggere i testi sbrodolanti di alcuni critici. In ogni epoca ci sono state tendenze artistiche e letterarie, ci fu chi ruppe le righe per dettare nuove tendenze, ci fu dietro le quinte chi cavalcò e promosse queste nuove tendenze. Non è cosa negativa in assoluto, ci mancherebbe altro!

Più o meno come nella mia adolescenza tutti portavano capelli lunghi e si vestivano in modo più o meno bizzarro, tutti strimpellavano sulla chitarra. Nascevano gruppi, alcuni sono tutt’ora notissimi, altri sono scomparsi senza lasciare alcuna traccia. C’era una industria discografica che dietro le quinte pilotava quei gruppi. Circa 50 anni fa Joni Mitchell scrisse “Woodstock” ma non la cantò al celebre festival, la sua casa discografica aveva deciso che non ci andasse e partecipasse in quei giorni a una trasmissione televisiva. Pochi mesi prima del festival, nel maggio 1969 era uscito Clouds, la casa discografica aveva stabilito che il mescolarsi a quegli hippies, a Woodstock non sarebbe stato consono alla sua futura carriera.
Così la canzone, destinata a diventare la pietra miliare del movimento, forse di un epoca, fu cantata da Crosby, Stills e Nash. La Mitchell in seguito confermò le sue doti e raggiunse una autonomia decisionale e autoriale non senza difficoltà ed alti e bassi, come si può leggere nella sua biografia. Alla fin fine cosa è importante della Mitchell, cosa ci arriva veramente di lei? Le sue canzoni! Quanti conoscono la vita della Mitchell, è così importante conoscerla? Ovviamente è solo un minimo esempio, se ne potrebbero fare altri in ogni ambito artistico. Altrettanto ovviamente le opere importanti non nascono a caso, deve esserci dietro una personalità altrettanto importante, secondo me è sempre meglio partire dall’opera per arrivare all’autore.

Tuttavia abbiamo bisogno di Pusher. Sì, i critici sono dei pusher, tutto sta a vedere se abbiano un’etica o almeno uno spiccato fiuto personale nel promuovere una fotografia o un autore, o se ci propinino solo robaccia, consapevoli che è robaccia.
Da dove partire per una efficace critica fotografica? Secondo me meglio partire da una analisi profonda ed attenta ad ogni minimo particolare di quello che veramente c’è nel percepibile, dentro l’inquadratura della foto che viene stampata o visionata. O dentro le foto facenti parte di un progetto. Poi, attraverso una sedimentazione, una successione nel tempo di fotografie interessanti, o scorrendo visivamente un iter progettuale, si arriva all’autore. Ovviamente tutto ciò può seguire strade diverse.

Un fotografo si presenta ad una lettura, osserviamo le sue foto, senza farci distrarre dal quello che dice… poi ok ascoltiamolo e cerchiamo di capire se quello che dice ha un nesso importante con quello che mostra. Infine se l’insieme di quello che dice e mostra possano avere un qualche interesse per noi e per altri osservatori. Sempre considerando che, se siamo abili con le parole, l’osservatore lo possiamo portare dove ci pare e piace.
Così è… ma non è colpa o merito del critico il farlo, l’osservatore dovrebbe essere in grado di sviluppare nel tempo un proprio spirito critico, basandosi sul proprio bagaglio visivo ed esperienziale. Osservo sempre con attenzione foto postate nei gruppi, qualsiasi foto di qualsiasi autore accresce il mio bagaglio visivo.

Però qui entra in gioco il nostro lato umano. Abbiamo bisogno di idoli da venerare, esattamente come gli antichi greci avevano bisogno dei dei, semidei ed eroi. Alla fin fine ogni fotografia è come un miracolo, ambigua, sfuggevole, ci si può credere o meno, può prestarsi ad interpretazioni diametralmente opposte e seguire o non “regole” altrettanto aleatorie, a volte dettate da mode.
Corredo l’articolo con alcune mie foto, non voglio spacciarle per fotografie di una qualche importanza, tuttavia dietro ci sono mie scelte precise e consapevoli, non sono fatte a casaccio. Non ve le spiego, sarebbe sciocco, sta a voi cercare di capirle, o forse nemmeno cercare di capirle, però almeno capire autonomamente se vi arrivano o no. Vale per le mie foto ma vale per qualsiasi foto di qualsiasi autore.
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