Fotografia e Canoni Estetici

Giusto venerdì scorso me ne stavo tranquillo tranquillo a scorrere la home di Fb quando mi imbatto in un post lapidario dell’amico Giulio Limongelli, fotografo prof ed esperto stampatore :

 

La fotografia è sempre intrinsecamente legata a un canone estetico

anche quando ha la presunzione di non volerlo perseguire.

Ed è così che diventa stereotipo

 

 

Gli rispondo: “concetto espresso modalità ‘GURU-ON’ ma da approfondire, condivisibile.”

Non fossi mai intervenuto, Giulio dopo aver lanciato il sasso ed aver constatato che iniziano a susseguirsi i commenti, si defila. Mi lascia con la patata bollente e se ne va a zonzo per Bologna con una parente barese arrivata.

Interviene infatti prontamente un altro amico, Carlo Ferrara: “Per me ineccepibile. Un sunto efficace. Il famosissimo “infrangere le regole” non può che portare a nuove regole. Che poi diventano cliché. Diventano estetica condivisa. Ovviamente il discorso si amplia sulle mode e sui tempi storici. Ma qui serve un articolo di Giorgio.”

 

© Giorgio Rossi. Ci vuole un fisico bestiale

 

Così in un attimo mi trovo catturato, non posso esimermi e cmq il tema proposto è interessante, da approfondire.

I commenti sotto il post continuano, interviene un tale Danilo FabbroniRigging, scrive tutto in maiuscolo. La netiquette dice che scrivere in maiuscolo è da maleducati, è come urlare. Non credo volesse urlare col suo commento, solleva altri argomenti interessanti e inerenti. Lo lascio tutto in maiuscolo, così come è stato scritto:

“UN FOTOGRAFO VENDE QUASI L’ANIMA AL DIAVOLO VEDI FAUST PER SUGGELLARE UNA SUA CIFRA ESTETICA PECULIARE E POI NE RIMANE IMPRIGIONATO A VITA, VEDI DAVID HAMILTON, VEDI FRANCO FONTANA.

 

 

E’ RARISSIMO CHE UN FOTOGRAFO NON FACCIA SEMPRE LA STESSA IDENTICA FOTOGRAFIA, CONDIZIONATA DA UN SUO STILEMA. ESEMPIO ECLATANTE L’INARRIVABILE PAOLO ROVERSI CHE FUORI DA QUEL CANONE ESTETICO NON SI E’ MAI VISTO.

 

© Paolo Roversi

 

OPPURE CHRIS BROADBENT CHE HA CONTINUATO, PER ALTRO CON ENORME SUCCESSO, A FAR LA STESSA FOTO “BARILLA!” CIRCA 1 MILIARDO DI VOLTE.

 

© Chris Broadbent

 

LO STESSO AVEDON (UNICA SUA ECCEZIONE LA CAMPAGNA NEL WEST MA ANCHE LI’ TANTO BAGAGLIO DEL SUO STUDIO NUOVAIORCHESE). UNICO IN MEZZO A TANTI PENN, CHE FU GRANDISSIMO IN STILL LIFE, IN REPORTAGE, IN MODA, IN RITRATTI. IN OGNUNO DI QUESTI GENERI APPLICO’ UNO STILEMA DIVERSO. UNICO.

 

 

PS: AGGIUNGEREI UNA CHIOSA, UN FOTOGRAFO E’ STRATOSFERICO TANTO PIU’ RIESCE A DAR IL MASSIMO CON NULLA (VEDI I MOZZICONI DI PENN…).

 

© Irving Penn

 

E’ OVVIO CHE SE TROVO I FONDI PER GIRARE 1/3 DI MONDO E FOTOGRAFARE COL BANCO CON TUTTO QUELLO CHE NE CONSEGUE DI COSTI LE ANTICHE VESTIGIA DELL’IMPERO ROMANO (COME HA FATTO L’AUSTRIACO) VIENE FUORI QUALCOSA DI ROBOANTE DI MAGNIFICO GIÀ DAL SOGGETTO, FERMO RESTANDO CHE L’AUSTRIACO E’ PURE BRAVISSIMO.

UN ALTRO CONTO CHI RIESCE A FAR PARLARE OGGETTI O SOGGETTI UMILI DIMENTICATI SPESSO DI PRIMO ACCHITO PER NULLA FOTOGENICI TRASFORMANDOLI IN IMMAGINI SPLENDIDE. BE’, LÌ STA LA GRANDIOSITÀ DI UN FOTOGRAFO.”

Pensieri validissimi e condivisibili quelli di Danilo.

Sotto di lui interviene un caro amico, Gabriele Chiesa approfondito esperto in ogni ambito fotografico:  “Un post chiaramente appartenente alla categoria “andiamo a sollevare un vespaio” 😁 …La fotografia in sé è intrinsecamente libera, per propria caratteristica di tecnica, da ogni canone estetico. Regole, interpretazioni, omologazione e creatività espressiva sono il prodotto delle scelte di chi la produce e di chi la consuma.”

Rispondo : “tuttavia, Gabriele, ogni fotografo, come ogni artista, è espressione inconsapevole del periodo in cui vive e, come un parafulmine, ne raccoglie e condensa le istanze, contribuendo a diffondere canoni estetici. Oh io cmq la vedo così, libero sì, condizionato e condizionante pure.”

 

© David Hamilton

 

Gabriele e altri concordano con un pollicione.

Ho riportato tutto il dialogo, mi sembra una dimostrazione che su FB si può anche dialogare e approfondire, serenamente insieme, degli argomenti interessanti.

Dunque mi tuffo nell’argomento, inizio cercando di capire cosa siano i canoni estetici. Oh con una sola “n” altrimenti diventano cannoni.

A me piace sempre cercare di approfondire il significato dei termini che si incontrano in un discorso, ogni termine può avere una rilevanza diversa a seconda del significato che gl si attribuisce. Il significato di un termine è una sorta di contratto sociale che aiuta a comprendersi e comunicare. Se scrivo “banana” credo che tutti sappiano esattamente a cosa mi riferisco. Se scrivo “estetica” bisogna cercare un accordo soddisfacente per parlarne senza fraintendimenti.

Dunque estetica.

 

© David Hamilton

 

I primi ad occuparsene furono gli antichi greci: “La parola “aesthetica” ha origine dalla parola greca αἴσθησις, che significa ‘sensazione’, e dal verbo αἰσθάνομαι, che significa ‘percepire attraverso la mediazione del senso’. Originariamente l’estetica infatti non è una parte a sé stante della filosofia, ma l’aspetto della conoscenza che riguarda l’uso dei sensi”.

Inutile che mi dilunghi, se siete interessati potete approfondire.

Interessantissimo ed attuale è il pensiero di Platone, in contrapposizione con quello Aristotelico.

“Platone non inserì l’arte tra le discipline di educazione sociale, poiché essa eccita la passione invece di disciplinarla. Inoltre l’arte, vista come tentativo di imitazione della natura, ne è solo una incompleta rappresentazione, che si allontana dall’idea del bello, in quanto copia della copia. Platone distingueva tre piani gerarchici: quello delle idee, quello delle cose, che considera “copia delle idee” e quello degli oggetti artistici che sono “copia della copia delle idee”.

Fatto salvo il quasi trascurabile particolare che i greci non praticavano la fotografia, mi sembra che l’incompleta rappresentazione del reale in fotografia sia assai simile. D’altronde lo specificò molti secoli dopo Magritte con la sua famosa opera: “Ceci n’est pas un pipe”.

Magritte non si è mai definito un pittore, quanto piuttosto un pensatore che usava le immagini per esprimersi. C’è una sorta di fil rouge che lega Platone a Magritte, senza interromperlo. Sono passati secoli, il pensiero Platonico è stato ripreso, ripensato. Magritte, superando in un certo qual modo il filosofo, fa affidamento sull’arte conferendole una sfera e un valore propriamente autonomi. Attraverso l’arte Magritte riesce a mostrare l’effettiva distanza che intercorre tra la realtà e la rappresentazione.

È anche vero che ci sono stati artisti come Ligabue, un caso anche clinico, tanto che fu ricoverato nell’ospedale psichiatrico San Lazzaro di Reggio Emilia. Come altri, non era perfettamente a squadro.

Così, in fotografia, Miroslav Tichy.

Penso che per ogni elaborazione “artistica” una certa cultura, una consapevolezza dell’era in cui vive il fotografo che le produce, un approccio anche filosofico, possano avere la loro valenza. Inoltre permettono all’osservatore di andare un poco oltre ciò che appare in superficie. Mi piace pensare a certe espressioni “artistiche”come a delle cipolle. Strati sovrapposti.

Nel 1511 il buon Erasmo scrisse un “Elogio della follia”, però sottolineò il carattere satirico del saggio, nato durante un periodo di malattia e riposo forzato, e volto a suscitare il riso degli amici.

Dunque se possibile evitiamo di essere pazzi per fare piacere a un qualche gallerista, tanto non ci si filerà mai.

 

 

Sempre gli antichi greci avevano anche elaborato canoni estetici. Fidia: “Un corpo è bello quando ogni sua parte ha una dimensione proporzionata all’intera figura”

Si riferiva a corpi in generale non a corpi di donna, gli antichi greci non avevano tabù in tal senso.

L’idea di bellezza come espressione di un equilibrio armonico, attraverso la cultura greca e le sue espressioni, anche architettoniche, per esempio nel delineare gli ordini dei templi.

 

 

L’uomo Vitruviano disegnato da Leonardo è il simbolo dell’arte rinascimentale, analizza le proporzioni del corpo umano secondo gli scritti dell’architetto romano Vitruvio. Sono concetti che attraversarono i secoli.L’estetica ebbe evoluzioni in perfetta sintonia con le diverse epoche storiche nelle quali ebbero luogo diverse espressioni “artistiche”. Il concetto stesso di uomo, del suo rapporto col divino percepito sempre in modo diverso, mai immutabile e statico, è in continua evoluzione.

Al dunque, come giustamente afferma Limongelli “La fotografia è sempre intrinsecamente legata a un canone estetico.

Tali canoni estetici a volte derivarono da precise necessità tecniche. Osservando dei ritratti realizzati agli albori della fotografia si nota che spesso il corpo è appoggiato su un qualcosa, e magari il volto sorretto dalla mano, gomito appoggiato su un piano. Dato che erano foto in posa, e la posa poteva durare vari secondi, era indispensabile un appoggio perché il soggetto ritratto non venisse mosso. Nell’archivio della Fototeca Gilardi si trovano interessanti esempi di poggiatesta.

In qualsiasi fotografia si trovano indici estetici interessanti, ci aiutano a stabilire la data di produzione. Non precisissima ma conoscendo mode, acconciature, si può datare con buona approssimazione un ritratto. A maggior ragione un paesaggio urbano. Tutti questi particolari sono espressione di un epoca, sono i canoni estetici diffusi, anche se per lo più inconsapevolmente.

OK che il fotografo fa quello che vuole, è liberissimo, ma non può fotografare una Lambo Revuelto prima che sia stata prodotta. Ma se tutti o moltissimi si mettono a fotografare lo stesso soggetto, perché lo hanno vicino, le foto prodotte rischiano di diventare involontariamente stereotipi, espressioni di un vedere comune e diffuso, che deriva da un modo simile di percepire la vita, il mondo in cui siamo immersi. La capacità di creare astrazioni diverse, visioni del tutto personali è assai rara, è assolutamente normale che sia rara. Il credere di essere eccezioni, di saper vedere in modo diverso, è ahimè diffuso. Siamo circondati da stereotipi visivi, sono riconoscibilissimi, moltiplicati all’infinito.

a foto di street si fa in un modo più o meno preciso , se non è così, se non aderisce a canoni precisi, non è street. Se è in B/N è prevalentemente a toni assai cupi, qualche sfumatura di nero e un bianco bruciato. Deve essere sempre un dramma, anche la suora che attraversa la strada e parla al cell. È immersa in un dramma. Foto di persone con in mano uno smartphone, meglio se in metropolitana.

 

 

Per i paesaggi urbani dilaga ancora la prosopopea un poco ridicola dei non luoghi, Fiat punto, maggiolini, 500, scarsi epigoni, citazioni seriose dei macchinoni americani che invadevano a tutta lunghezza le inquadrature di William Eggleston, di Stephen Shore.

Roba bella eh, rispolverata insieme a Hopper da un attuale, nostalgico, Christopher Soukup.

 

 

Fantasticavamo con le foto di Eggleston e Shore, ascoltando la Music for Airports di Brian Eno, sdraiati per terra. Hanno influenzato il nostro modo di vedere. Bei ricordi, ma appunto ricordi. L’America è America, l’Italia Italia.

La fotografia di paesaggio urbano italiano a colori è rigorosamente sovraesposta di almeno un diaframma e mezzo, con colori mortaccini. Si fotografa un vicolo con un auto in sosta, una rotonda senza mare, il titolo è “Canicattì” ?!?! Vorrebbero far capire che il fotografo ha imparato la lezione di Ghirri, Shore, Eggleston anche se non l’ha interiorizzata veramente, aderisce acriticamente a canoni estetici diffusi e stantii.

 

© Christopher Soukup

 

Che dire dei reportage di paesini rurali geograficamente, socialmente, culturalmente, lontanissimi, foto di vecchini e vecchine sdentate, bambinelli che vivono felici anche senza playstation. Sono stereotipi diffusissimi, come i precedenti, sono un segno della nostra epoca ripetuto millanta volte.

Da parte del comune osservatore ci vuole un fisico bestiale, per apprezzare tutto ciò.

Andy Wharol ripeteva compulsivamente la riproduzione di un oggetto, facendolo soggetto, multiplo, stereotipo, astrazione, sino a renderlo icona della società in cui viveva, criticamente, in modo assolutamente consapevole.

Altri tempi, “Non ora, non qui”, il tempo gioca un suo gioco crudele stabilendo distanze insormontabili tra chi narra e la materia del proprio racconto.

È esattamente quello che accade, troppo spesso al fotografo. Tra la sua “narrazione “e la materia, ciò che è percepibile ai più osservando una fotografia, non c’è un nesso sufficiente, valoriale, identificativo.

A ben vedere non c’è nemmeno una vera concezione, un vero perché di un tempo e di luogo, tutto scorre.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Stephen Shore

 

 

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One Comment

  1. DANILO FABBRONI Reply

    Aloha… costretto – mio malgrado – a ricorrere al minuscolo, colgo l’assist del mio caro amico GIULIO LIMONGELLI, persona degnissima, segnalato per inciso, mi godo i miei 5 secondi di (micro)notorietà wharoliani e chiedo venia ma quanto volevo replicare nel commento medesimo è troppo lungo sebbene cada a bomba con quanto discettavamo qui sopra. Chi avesse l’amena voglia di sobbarcarsi la lettura lo vedo costretto a rimandarlo al seguente sitarello: danilofabbroniphoto.blog oppure unaminieracieloaperto (magari digitando assieme a quest’ultimo danilo fabbroni giacché altrimenti trovereste info sulla geologia!). Sia l’uno che l’altro sitarello-blog hanno in apertura il pezzo INTERVISTA ESCLUSIVA. E’ TUTTO VOSTRO! PS: sempre su UNAMINIERACIELO APERTO c’è un pezzo intitolato BOUVARD ET PECUCHET a proposito dell’uso netiquette et alii, pane per i vostri denti. AMEN.

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