Fotografia di Paesaggio: L’azione dell’Uomo e l’Arte. Con Stefano Cerio

Osservo spesso con noia fotografie di paesaggio. Non mi di-spiacciono quelle di documentazione, magari riescono ad riallacciasi alle origini della fotografia di paesaggio in Italia. A quel volume “Il paesaggio” edito dal geografo Aldo Sestini nel 1963 nella collana dedicata all’Italia del Touring Club Italiano rappresenta il primo e originale tentativo di puntuale descrizione/interpretazione dei paesaggi italiani. C’è sicuramente bisogno di attualizzare la documentazione, non può essere più solo una documentazione geografica.

Poi ci sono le fotografie di paesaggio che aspirano a essere “arte”, a strappare un woow. Le percepisco assai simili alle foto di gattini, fiori e tramontini sui coperchi di scatole di cioccolatini degli anni ‘60-’70. Ora foto così non le vuole più nessuno nemmeno sulle scatole di cioccolatini, sono troppo stucchevoli e kitsch.

 

© Stefano Cerio. People Park-Shanghai

 

Generalmente non c’è alcuna idea dietro a queste foto, sono virtuosismi tecnici, del tutto autoreferenziali. Filtri, HDR, Photoshop, specchietti per allodole, magari funzionali ad raccattare un poco di audience pagante per un possibile work-shop, nulla di più. Non si può arrivare all’arte così, l’unico modo forse possibile è percorrere il tragitto all’inverso, partire dall’arte senza definirsi fotografi, usare il mezzo come mezzo, non come fine. Quanto meno avere l’arte come compagna di viaggio, accettare consapevolmente la radice sanscrita del termine ‘arche’ che  esprime l’“andare verso” ed in senso traslato, l’“adattare”, il “fare”, il “produrre”.

“L’andare verso” è probabilmente quello che definisce meglio l’arte, è tendenza e ricerca, non esiste un traguardo definitivo, è un percorso che attraversa la vita. Una produzione che nasce prima di tutto nella mente, come immagine personale, come riflessione e  pensiero, prima di diventare comunicazione concreta, interpersonale.

 

© Stefano Cerio

 

Non si può pretendere di fare Arte senza esserci dentro, è come pretendere di essere scrittori senza leggere libri. Arte e Paesaggio. Paesaggio… cos’è il Paesaggio? Pare assurdo ma non lo è, se non si arriva ad una definizione di Paesaggio non si può operare sul Paesaggio. Le definizioni sono indispensabili per arrivare alla conoscenza, o quanto meno per procedere verso una consapevolezza, verso un progresso, con spirito critico, auspicabilmente migliorativo, altrimenti sarebbe regresso.

La concezione di cosa sia il Paesaggio ha avuto evoluzioni storiche importanti. Penso a Ansel Adams, Minor White, Paul Caponigro, alla loro celebrazione  fotografica di una Natura non violata dall’uomo, capace di veicolare significati simbolici o metafisici. Non erano solo estasi  e lirismo, c’era anche consapevolezza. Non a caso Ansel Adams nel 1919 si iscrisse al “Sierra Club“, una delle più antiche ed importanti organizzazioni ambientaliste americane.

 

© Stefano Cerio

 

Tuttavia ‘Tempora mutantur, nos et mutamur in illis’, ‘I tempi cambiano e noi cambiamo con essi’. Un pensiero spesso attribuito erroneamente ad Ovidio. Invece risale alla prima metà del XVI secolo, quando fu elaborato in Germania nel corso della riforma Protestante.

Nel gennaio 1975 scoppia una rivoluzione di pensiero, concettuale. Non è un fulmine a ciel sereno, se mai può essere il convogliare fulmini con un efficace parafulmini. Il parafulmine non caccia i fulmini, li attira e li scarica a terra. Fuori di metafora quello che stava emergendo da voci diverse era un sentire  e percepire in modo diverso il paesaggio.

In quell’anno William Jenkins, presso la George Eastman House di Rochester, New York, cura una mostra destinata ad avere risonanza epocale: New Topographics: Photographs of a Man-Altered Landscape

Per New Topographics William Jenkins selezionò dieci giovani fotografi, otto statunitensi, Robert Adams, Lewis Baltz, Joe Deal, Frank Gohlke, Nicholas Nixon, John Schott, Stephen Shore e Henry Wessel, Jr., e i due coniugi tedeschi Bernd e Hilla Becher. Ogni fotografo presentò dieci stampe. Tutti a parte Stephen Shore lavorarono in bianco e nero.

“Fotografie di un Paesaggio alterato dall’azione dell’uomo.”

C’è la piena consapevolezza che un Paesaggio, una Natura incontaminata, esistono sempre meno, l’uomo arriva dappertutto, non si limita a osservare, già la sua sola presenza contamina il territorio e lo consuma. Questo pensiero, oggi forse scontato e ovvio, era un seme importante. Assolutamente coerente con all’arte espressa in quegli anni.

 

© Stefano Cerio. Shijingshang Park-Beijing

 

Andy Warhol che portava gli scaffali di un supermercato all’interno di un museo o di una mostra, era una provocazione nemmeno troppo velata: secondo uno dei più grandi esponenti della Pop art l’arte doveva essere “consumata” come un qualsiasi altro prodotto commerciale.

Stephen Shore da ragazzo attentissimo e sensibile frequentava la Factory di Andy Warhol, una fucina di artisti in ogni campo. Nei giorni in cui divenne famoso, Warhol lavorava giorno e notte ai suoi dipinti. L’uso di serigrafie era finalizzato a produrre immagini in massa, allo stesso modo in cui le industrie capitalistiche producono in massa prodotti per i consumatori.

I paesaggi urbani di Shore, nel 1973 “American Surfaces” nel 1982  “Uncommon Places”, erano, come le opere di Warhol, una critica alla società dei consumi.

 

© Stefano Cerio. Treausure Island PirateKingdom-Qingdao

 

Tuttavia non era l’unica visione possibile, qualche anno prima tra il 1967 e il 68 nasceva, sempre in America anche la land art.

“Una forma d’arte contemporanea caratterizzata dall’intervento diretto dell’artista sul territorio naturale, specie negli spazi incontaminati come deserti, laghi salati, praterie, mari ecc. Le opere hanno spesso carattere effimero. Nasce da un atteggiamento rigorosamente anti-formale in antitesi con il figurativismo della pop art e con le fredde geometrie della minimal art. Con la definizione di land art, e con quella di Earth Workers, vengono indicate quelle operazioni artistiche realizzate da un gruppo di artisti, che si autodefiniscono fanatici della natura, delusi dall’ultima fase del Modernismo e desiderosi di valutare il potere dell’arte al di fuori dell’ambiente asettico degli spazi espositivi e anche delle aree urbane caratterizzate dalla presenza delle istituzioni, intervenendo direttamente nei territori naturali, negli spazi incontaminati come i deserti, i laghi salati, le praterie, ecc., facendo emergere le dissonanze dell’epoca contemporanea. Land art è il titolo del film di Gerry Schum che, nel 1969, documenta gli interventi di Michael Heizer, Walter De Maria, Robert Smithson, Richard Long, Dennis Oppenheim, Barry Flanagan e Marinus Boezem.”

Come si può ben capire leggendo, i New Topographics e gli aderenti alla Land Art  hanno tratti in comune ed altri agli antipodi. C’è lo stesso concetto di base, l’esaminare porzioni di territorio che nella scelta dell’inquadratura diventano Paesaggio, influenzato dall’azione o presenza dell’uomo, i New Topographics  registrano fotograficamente quello che a loro appare significativo, senza modificare l’ambiente. I secondi intervengono sul paesaggio, rispettandolo, e tuttavia modificandolo in modo effimero, senza ferirlo. La fotografia resta l’unica traccia delle loro azioni. Entrambe le tendenze percorrono sentieri e vivono circuiti che aspirano all’arte, molto lontani dalla normale fotografia, pur usandola come medium.

 

 

Pochi anni prima, per esempio, Julius Shulman è stato un fotografo professionista importantissimo nel campo della fotografia di architetture e  aesaggio.

In costante rapporto con architetti a livello di Richard Neutra, l’antesignano del movimento “Modernista Californiano”. Molte famose opere architettoniche di quegli anni vengono conosciute attraverso le riprese fotografiche di Shulman, pubblicate su libri e riviste di architettura in tutto il mondo. Aveva una committenza assai precisa.

Gli aderenti alle due tendenze citate non si definiscono fotografi, non lo sono professionalmente, per lo più non hanno una committenza  precisa. Gli unici paletti che hanno sono quelli che si impongono da sé stessi, per precisare e delimitare il loro campo di intervento.

Molto interessante a proposito del percorso è una lettera che scrive Shore ad un alunno, dalla quale ho tratto due stralci che mi sembrano significativi.

 

 

Il lavoro artistico portato avanti da queste due tendenze è stato sicuramente propedeutico ad una elaborazione, da parte di architetti paesaggisti  europei, del concetto di cosa sia il Paesaggio, che è durata per anni ed è sfociata nella firma del documento noto come “Carta di Firenze”:

“La “Convenzione europea del paesaggio”, resa pubblica a Firenze il 20 ottobre 2000 definisce il paesaggio al Capitolo 1 – Disposizioni Generali come segue:

Articolo 1. Definizioni

Ai fini della presente convenzione: a. “Paesaggio” designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il cui carattere deriva dall’azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.”

Seguono ovviamente delle disposizioni pratiche per intervenire sul Paesaggio che per brevità tralascio essendo per addetti ai lavori.

 

© Stefano Cerio

 

Tuttavia va considerato che essere completamente al di fuori e ignoranti delle tematiche che ho menzionato e delle modalità di intervento, può portare solo a produrre paccottiglia di fotografie di paesaggio. Poi che la paccottiglia possa piacere ahimè è tutt’altro discorso, del resto c’è chi indossa gli anfibi neri in piena estate, pur se gli fanno sudare e puzzare i piedi, inutile fermarmi a discutere di queste scelte.

Tutto questo lungo preambolo mi sembra importante per capire almeno per sommi capi cosa sia il Paesaggio e le possibili motivazioni per interessarsene, fotograficamente e non.

Molte forme di arte possono essere difficilmente avvicinabili da chi non è sufficientemente sensibile o sensibilizzato ed acculturato. Da questo punto di vista, almeno per me, l’approccio alla Land Art è più facile, ha molti possibili livelli di lettura, anche senza essere più di tanto  preparati culturalmente.

La percepisco vicina al mio sentire, mi prende non solo emozionalmente, mi fa anche riflettere, non mi perdo.
Recentemente, per caso, ho scoperto sebbene molto in ritardo, le opere di Stefano Cerio.

 

© Stefano Cerio. Huairou

 

Ho avvertito il bisogno di conoscerlo, l’ho contattato, abbiamo dialogato telefonicamente. Non è stata un’intervista, detesto il format  intervista tipo “mi dici che domande ti devo fare, te le faccio e mi rispondi”. Come molti artisti Stefano non ama parlare di sé. Forse anche perché ogni artista segue un suo percorso che è prima di tutto mentale, ti può spiegare forse il momento, l’hic et nunc, non del tutto come ci è arrivato o dove desidera arrivare. Del resto è anche abbastanza inutile, se andate a visitare il suo sito c’è una lunga serie di sue opere, senza alcuna spiegazione, se arrivano arrivano.

In una intervista per Roma Città Aperta, Sudio visit, episodio 22,

Stefano Cerio inizialmente ci parla della sua idea di fotografia oggi, non come professione ma come linguaggio contemporaneo. In quest’epoca di massificazione del mezzo il reportage tradizionale soffre della impossibilità di essere mostrato, i grandi giornali di illustrazione non ci sono più.

Tuttavia il processo fotografico contemporaneo può avere una funzione sociale che non è più quella del reportage classico, che è superato dal fatto che gli eventi sono ormai documentati, col telefonino dalle persone stesse li vivono. Chi più del soggetto può essere vicino al soggetto?

 

© Stefano Cerio. Huairou

 

A seguire l’autore ci introduce nel suo lavoro sui parchi giochi in Cina, ma in fondo potrebbero essere ovunque, visitati nel momento del non uso, dell’assenza, della chiusura che prelude l’apertura, in quel tempo sospeso tra pieno e vuoto che rende ogni struttura incongrua.

Molto interessante è la serie “Aquila”.

I gonfiabili, un lavoro trasformativo in cui la fotografia serve per documentare l’azione. Una ricostruzione di elementi architettonici ludici presenti nella città , andati distrutti, riportati quasi per compensazione su in montagna, nella Piana di Campo Felice, Campo Imperatore, Pescasseroli.

C’è un riferimento al terremoto ma senza alcuna retorica, è una ricostruzione fittizia che avviene in pochi minuti, ove purtroppo la distruzione è avvenuta altrettanto rapidamente e una vera ricostruzione avviene in anni.

 

© Stefano Cerio. Aquila

 

Tutto ciò è raccontato in uno splendido video realizzato da Artribune.

Stefano Chiodi, professore associato di Storia dell’arte contemporanea all’Università Roma Tre, offre una ulteriore lettura approfondita dell’opera  “Aquila” in un articolo su Antinomie.

… uno scenario naturale vasto e solenne ma oramai colonizzato da un turismo aggressivo e distratto, e strani oggetti fuori contesto, che si gonfiano e sgonfiano in un ciclo senza fine, nell’attesa inane di chi possa utilizzarli nel gioco. L’artista e le sue appendici tecniche sono i soli testimoni, mentre a noi che li osserviamo a distanza resta solo la casuale, perturbante somiglianza con le presenze “reali” similmente abbandonate nel paesaggio. Se le originali strutture gonfiabili, concepite da artisti e architetti, puntavano a demistificare e ad animare in senso ludico e critico l’ambiente urbano, con una esplicita critica alla sua alienazione e mercificazione, nelle immagini di Cerio il gonfiabile è in effetti già un prodotto industriale destinato al consumo, un frammento di un immaginario preconfezionato (i fumetti, le serie televisive animate, la pubblicità, ecc.) destinato a un pubblico di consumatori adulti e bambini,…”.

 

© Stefano Cerio

 

Le fotografie realizzate  ono una sintesi visiva che permette di fruire “Aquila”, di cristallizzare nella nostra  memoria alcuni momenti della vita dell’opera, prima che torni a svanire, prima che non ne resti più alcuna traccia e tutto intorno nella Natura in cui è immersa l’opera  torni com’era.

Mi spinge anche a pensare alla ciclicità della storia, alle stratificazioni delle città che crescono su rovine precedenti, a questo costruire incessante che la Natura può spazzare via in un attimo. Eppure è un pensiero lieve, direi serena accettazione, zen.

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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