Fotografia di documentazione urbana. Le scritte sui muri e Roberta Priori

Roma. Imbocco la tangenziale est, mi lascio alle spalle la Basilica di S. Giovanni. La strada inizia a salire alta sui piloni, punta dritta verso il quartiere di San Lorenzo, ferita nella ferita. Se ci si inoltra nelle pieghe del quartiere si incontrano ancora le piaghe della seconda guerra mondiale. “Fu il quartiere più colpito dal primo bombardamento degli Alleati mai effettuato su Roma, insieme al Tiburtino, al Prenestino, al Casilino, al Labicano, al Tuscolano e al Nomentano. Le 4.000 bombe (circa 1.060 tonnellate) sganciate sulla città provocarono circa 3.000 morti e 11.000 feriti, di cui 1.500 morti e 4.000 feriti nel solo quartiere di San Lorenzo”.

I San Lorenzini storici sono particolari, diversi dalla popolazione di altri quartieri, tenaci, chiusi in se stessi, abituati a vivere  in simbiosi con Cimitero del Verano, costruito tra il 1802 e il 1812. Ogni quartiere ha una sua anima, un suo “Genius Loci

 

 

Per il quartiere San Lorenzo almeno originariamente era il cimitero del Verano. Forse a ben vedere il genius loci, nonostante l’apparenza, è rimasto immutato, è la necessità di vivere accanto alla morte, guardando tenacemente avanti.

Scalpellini, marmorari, tra i pochi artigiani a tutt’oggi esperti in fotoceramiche funerarie. Sono rimasti in pochi, il quartiere è in continua evoluzione, pulsa di vita, tuttavia non si è discostato dalle sue origini. Nel quartiere intorno agli anni 70/80 ho studiato  alla facoltà di Psicologia, poi vi ho lavorato, collaborando con una casa editrice di numerosi periodici, in Piazza dei Sanniti.

 

 

I tempi del collettivo di autonomia operaia di Via dei Volsci fanno ormai parte del passato remoto. Il quartiere da anni pullula di centri sociali, di localini, pizzerie, trattorie frequentate dai molti studenti della vicina Università. Una scritta emblematica compare un po’ ovunque:

“A San Lorenzo nessuno è straniero”.

Claim perfetto per un quartiere che è nato proprio grazie all’immigrazione e all’integrazione sociale. Insomma, sentimento antifascista e impegno sociale caratterizzano da sempre San Lorenzo e i suoi abitanti (proprio nelle sue strade nel 1922 i sanlorenzini bloccarono la Marcia su Roma del Partito Nazionale Fascista)”.

 

 

In alto, su tre palazzi si staglia ripetuta tre volte a caratteri cubitali la scritta GECO. 9 NOVEMBRE 2020.

Nella notte tra sabato e domenica gli agenti nel Nad, il Nucleo Ambiente e Decoro della Polizia di Roma Capitale, hanno denunciato a piede libero Lorenzo Perris, 28 anni, sospettato di essere uno dei writer più “ricercati” d’Italia e d’Europa, con il nome di Geco. Una “leggenda del writing”. Ha imbrattato mezza Lisbona. I danni a lui imputabili, in anni di “carriera” sono potenzialmente milionari. Ma per molti è un artista: Il Diabolik de noantri”. Gli altri quotidiani sono allineati sullo stesso giudizio aprioristico, irridente, bigotto, conformista, reazionario. Nessuno si fa domande, nessuno cerca risposte. Artista, non artista, ma che domanda è? In fondo i primi graffiti della storia sono stati ritrovati nelle grotte di Lascaux.

 

 

Pasquino è la più celebre statua parlante di Roma, divenuta figura caratteristica della città fra il XVI ed il XIX secolo. Ai piedi della statua, ma più spesso al collo, si appendevano nella notte fogli contenenti satire in versi, dirette a farsi beffe anonimamente di personaggi pubblici più importanti. Erano le cosiddette “pasquinate”, dalle quali emergeva, non senza un certo spirito di sfida, il malumore popolare nei confronti del potere e l’avversione alla corruzione ed all’arroganza dei suoi rappresentanti. Diversi furono i tentativi di eliminarla e fu il forestiero Adriano VI (ultimo papa “straniero” prima di Giovanni Paolo II), durante il suo breve e controverso pontificato (1522-1523), che tentò di disfarsene, ordinando di gettarla nel Tevere. Fu distolto quasi in extremis dai cardinali della Curia, che intravidero il pericolo e la possibile portata di un simile “attacco” alla congenita inclinazione alla satira del popolo romano. Anche Sisto V (1585-1590) e Clemente VIII (1592-1605) tentarono invano di eliminare la scomoda statua”.

Ancora oggi la statua di Pasquino è contornata da scritte.

 

 

Qual’è oggi il compito del fotografo, la funzione della fotografia? Credo sia immutato nel tempo. Sono cambiati i media di diffusione della fotografia, non la sua valenza.

Oggi la fotografia si esegue  anche con lo smartphone, il mezzo tecnico è ininfluente, importante essere nel posto giusto al momento giusto, altrettanto o quasi  ininfluente è l’essere o meno professionisti.

A contare è  come sempre la sensibilità, il saper dedicare attenzione. In un click si cristallizza un attimo tra un prima e un poi.

 

 

Quel click eleva un oggetto a soggetto, lo ripropone all’attenzione di osservatori terzi, se ne sanno cogliere la possibile importanza.

Roberta Priori per vocazione e professione è medico, per passione legge, scrive assai bene e fotografa. Ha dedicato alle scritte sui muri due progetti, costantemente in fieri, giorno dopo giorno, scatto dopo scatto vi aggiunge un tassello  fotografico.

È un modo assai interessante di documentare l’evoluzione della città, una chiave di lettura sociale importante, asistematica ma in sintonia con la sua crescita centrifuga, spesso dal centro verso le più trascurate periferie, apparentemente schizoide.

Le scritte sui muri sono un urlo muto, una richiesta di attenzione che Roberta accoglie e raccoglie nei suoi scatti, con sorridente complicità. All’origine del suo operare fotografico cita Ernst Jünger da “Giochi africani”:

 

 

“Ho passato mesi negli ospedali e nelle prigioni. Ho conosciuto il cafard e la noia. Ma a quel tempo non sapevo che si possono tappezzare i muri coi pensieri. Per me non ci sono più prigioni”.

Passo la parola  a Roberta per descrizione dei suoi due progetti fotografici.

 

 

Le scritte sui muri

Chi percorre la strada con uno sguardo attento può cogliere voci sommerse, messaggi silenziosi, lasciati per essere ascoltati senza mediazioni. La contestazione o un’emozione privata, come la delusione o l’entusiasmo per un nuovo promettente amore, acquisisce, nel gesto consapevolmente illegale della scrittura sul muro, una dimensione collettiva spesso a scadenza.

Queste espressioni emotive e linguistiche infatti sono generalmente caratterizzate dalla loro transitorietà. Il tempo le scolora, la trasformazione urbana le cancella ed altri “autori” le sovrascrivono modificandone il senso iniziale, conferendogli talvolta uno spessore sarcastico o francamente comico.

Più di rado alcune scritte restano immutate mantenendo la loro potenza e a distanza di tempo ancora comunicano il loro messaggio diretto, appartenendo ormai al luogo che il casuale lettore sta attraversando. 

 

 

I muri dunque accolgono protesta, passione, amarezza, frustrazione, gioia, saggezza, sofferenza, rappresentando un effimero, gratuito spazio di libertà.

L’idea di raccogliere le scritte sui muri con la fotografia non è certamente nuova: per me rappresenta la possibilità di conservare quei messaggi oltre la loro durata tangibile e mi consente, riguardandole, di immaginare le mille possibili storie che gli hanno dato vita”. 

 

 

Muri animati

Un altro aspetto che riguarda le testimonianze dei muri è la street art. Senza addentrarsi in un discorso troppo complesso, mi interessa in particolare l’interazione tra quanto i muri ci mostrano e le persone che li osservano, talvolta con stupore o curiosità o che semplicemente ci passano o ci vivono accanto, spesso con noncuranza.

Quelli che erano solo pareti, muri spesso anonimi e senza colore acquistano vita grazie alla fantasia e alle mani sapienti di pittori di strada, si animano al nostro passaggio e ci parlano.

Con la fotografia possiamo cogliere e fermare il loro messaggio, forse contribuire a svelarlo”.

Roberta Priori

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

 

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