La fotografia, come suggerito dalla ‘riflessione estetica’ (l’indagine filosofica sull’esperienza sensibile, sul bello, sull’arte e sul gusto) permette di decifrare il mondo visibile e percepibile per svelare verità soggettive che solo il linguaggio visivo riesce a far affiorare.

Nella decifrazione del mondo visibile e percepibile entrano in conflitto l’utopico e il distopico, tendendo ad raggiungere un difficile, se non impossibile, equilibrio eutopico. Lo evidenziarono assai bene i Litfiba nell’album Eutòpia: “l’impossibile è benzina della mente”.

 

© Giorgio Rossi. Cimitero acattolico. Roma

 

Nella pratica della fotografia inoltre convivono, non sempre serenamente, agnosticismo epistemologico e materialismo edonistico. Lascio alla Intelligenza Artificiale (AI) il compito di approfondire il rapporto tra agnosticismo e materialismo in fotografia.

L’Agnosticismo Epistemologico: Indica l’atteggiamento di chi riconosce l’impossibilità di comprendere le verità ultime o la metafisica. In fotografia, questo si traduce in una “sospensione del giudizio”, ovvero l’accettazione che l’immagine non è la verità oggettiva, ma solo un frammento parziale, un’interpretazione fenomenica della realtà.

Il Materialismo in Fotografia: Riguarda l’aspetto fisico dell’immagine. La fotografia è intrinsecamente legata alla materia (carta, sali d’argento, luce catturata dal sensore), sebbene nell’era digitale si parli spesso di “smaterializzazione” o “rimaterializzazione”. Il dibattito storico artistico, inoltre, ha spesso criticato il puro “materialismo fotografico” (la pittura o la foto che si limitano a una riproduzione meccanica e didascalica della realtà) a favore di una interpretazione più profonda.

 

© Giorgio Rossi. La Cosa

 

Al di là di ogni diffuso quanto deprecabile, personalismo, la fotografia è ricerca dell’assoluto, anelito di verità inconfutabili. Purtroppo l’assoluto per sua natura è irraggiungibile dato che per gran parte della filosofia occidentale coincide con la divinità. Ecco che allora viene spontaneo inoltrarsi nella pratica ascetica (dal greco áskesis, “esercizio” o “allenamento”), il cammino diventa più importante della meta, nobilita la continua ricerca interiore.

Tuttavia, come ci ha insegnato il santone, unico vero saggio tra i saggi, “La risposta non la devi cercare fuori, la risposta è dentro di te. E però… è sbagliata!”

Consapevoli della grande saggezza del Guru abbiamo smesso di cercare la verità dentro di noi, la cerchiamo fuori. Un fuori che pullula di certezze scientifiche o pseudo, offerte dalla progresso tecnologico (esso stesso ascesi) non sempre a buon mercato. Nella pratica della ricerca dell’assoluto attraverso la fotografia, il mezzo tecnologico, che ci serve come bastone sul quale appoggiarci nel nostro percorso, tutto sommato costa assai poco.

Una Leica SL3-S Vario Kit con obiettivo 24-70mm f/2.8 ASPH. costa “solo” 6.995,00 € (iva inclusa), una Sony A1 con 24-70 mm F2.8 GM II arriva a costare 8.498,00 €, pinzellacchere!

Nel mondo Hi-fi esoterico una coppia lunga 2 m. di “Nordost Odin 2 Speaker Cable”  (cavi indispensabili per collegare le casse acustiche all’ampli) costa 59.690,00 €.

 

 

Sfortunatamente nella nostra religione Dio è “uno e trino”. Così recita, inconfutabilmente, il dogma centrale del Cristianesimo, definito dal Concilio di Nicea e sviluppato dai Padri della Chiesa. Di conseguenza la ricerca dell’assoluto è difficile quanto realizzare un buon cocktail “Gibson” basta un niente, basta il mettere una olivetta al posto della cipollina in agrodolce, per mandar tutto a remengo.

Siete fortunati di avermi come guida, ove non ve ne foste accorti dalla lettura dell’incipit sono discepolo del ministro della cultura Alessandro Giuli, sapevatelo!

Per il fotoamatore, scendendo dall’empireo della filosofia e religione alla vita di tutti i giorni, la ricerca dell’assoluto coincide spesso con la ricerca del “professionale”, più come mezzo tecnologico che come pratica nel fotografare quotidiano. Avete mai letto un articolo, o frequentato un Workshop che vi spiega la “tecnica” più professionale? Vi siete mai soffermati su un annuncio di mercatino fotografico tipo “Vendo, per passare a brand “superiore”, fotocamera PsyconYII-S5x, condizioni pari al nuovo, 67 scatti effettivi. Corpo macchina immacolato, nessun segno, nessuna abrasione, tenuta in modo maniacale”?

Quel “tenuta in modo maniacale” mi porta sempre a pensare: “maniacale… in che senso?” Avendo a suo tempo studiato psicologia, so bene che le parafilie di noi umani non hanno limiti, meglio non indagare ulteriormente. Henri Cartier-Bresson stringeva affettuosamente la sua Leica anche sorseggiando il caffè.

 

© Henri Cartier-Bresson. Autoritratto

 

Fotografare la propria fotocamera col cell. mentre sta al bar per uno spritz è per il fotografo esternazione di amore incondizionato.

Farsi autoritratti brandendo la propria amata creatura era una abitudine irrinunciabile di Vivian Maier, attualmente non c’è avatar di fotografo Facebook senza il suo volto coperto da una fotocamera. Leggo a volte che un fotografo è testimonial di un brand, mi sembra più che sia la fotocamera a testimoniarlo come fotografo.

Il concetto di ricerca dell’assoluto attraversa la storia della fotografia in modi differenti, ne elenco alcuni diffusi nella pratica artistico-professionale, sintetizzati dalla Intelligenza Articiale (AI) che le sa tutte, ma veramente tutte.

  • Astrazione e sintesi: Maestri come Franco Fontana hanno sovvertito il concetto di reportage per ricercare una visione puramente astratta del paesaggio, riducendo la realtà a forme ed equilibri di colore. L’ambiente naturale diventa così un’opera svincolata dalla sua funzione prospettica.
  • La verità interiore: Fotografi come W. Eugene Smith hanno vissuto la professione come un connubio di giornalismo e arte pura, sacrificandosi costantemente per ottenere un’autenticità che andasse a toccare le corde più profonde dell’essere umano.
  • L’attimo e la forma: In contrapposizione all’attimo decisivo di Henri Cartier-Bresson, altri autori hanno esplorato l’assoluto attraverso la costruzione meticolosa del personaggio e il controllo totale della luce e del mezzo, come nel lavoro di Giovanni Gastel. La macchina fotografica diventa quindi uno specchio.

Ogni grande artista, in ogni tempo, è stato anche un incallito sperimentatore, tanto dal punto di vista dell’espressione ‘concettuale’ quanto da quello strettamente tecnico.

 

© Guy Bourdin per Vogue France 1972

 

AI: Leonardo dipinse “L’Ultima Cena” a secco, su un intonaco preparato. Usò tempere grasse e strati di olio di lino, leganti che reagirono male all’umidità dell’ambiente, causando fin da subito il precoce deterioramento e la perdita di ampie porzioni di colore.

Attualmente ottimi prodotti industriali permettono di realizzare affreschi e murales più stabili di quelli eseguiti da Leonardo. Nessuno si premura di ricercare quali pennelli usasse Leonardo o quale fosse il taglierino preferito da Lucio Fontana per eseguire i suoi famosi “tagli”.
Del resto Fontana spiega benissimo che l’Arte attualmente è pura filosofia, ha finito ogni funzione sociale.

Molti fotoamatori visitando esposizioni di famosi fotografi sembrano essere colpiti dai concetti che espressero. Poi, tornati a casa, non ci pensano più, non cercano di esprimere una visione personale della fotografia, mirano solo al raggiungimento della massimo livello tecnico, identificandolo come più “professionale”. Così le disquisizioni in fotografia vertono spesso sull’aspetto tecnico.

Per scattare fotografie è più professionale lavorare in Manuale (M) impostando ISO, tempo di scatto e diaframma manualmente? È più professionale scattare in Raw o in Jpeg? La risposta denuncia la differenza tra fotografo amatoriale e professionale, l’impossibilità per il dilettante di calarsi veramente nelle problematiche di chi in fotografia lavora come professionista.

Si diffondono di conseguenza pregiudizi che derivano da ignoranza e incompetenza, dal bisogno di certezze, dalla necessità di adesione ad un gruppo e ai suoi stereotipi, sino ad arrivare a discriminare come incompetente chi non aderisce pedissequamente a certe tecniche o prese di posizioni aprioristiche, in quanto prescindenti da vere e prolungate esperienze dirette.

Si decide che A è migliore di B, inutile stare a riflettere sul fatto che A e B possono essere entrambi assolutamente validi in ambiti diversi e non possono di conseguenza essere messi a confronto diretto. Tutto ciò evidenzia la dicotomia irrisolvibile tra pensiero “complesso” e pensiero “semplice” come modi opposti di interpretare e comprendere la realtà.

Il pensiero complesso accetta l’incertezza e cerca di collegare i saperi. Il pensiero semplice in quanto tale tende a semplificare il mondo per renderlo più gestibile.

Fotografando in banco ottico su cavalletto indubbiamente è indispensabile scattare in tutto manuale, nella fotografia sportiva è assai meglio scattare in S (Shutter), a priorità di tempi, o addirittura in Program. In molta fotografia è conveniente scattare in A (Aperture), a priorità di diaframmi, si risparmia tempo e il risultato può essere identico al risultato ottenuto scattando in Manuale, ovviamente dando per scontato che uno sappia perfettamente quello che sta facendo.

 

 

Chi ha iniziato a scattare in analogico con 6×6 e banchi ottici, in tutto manuale, ed ha poi sperimentato i primi automatismi di esposizione nelle reflex 24×36 intorno agli anni ‘70, ed è finalmente approdato alla fotografia digitale, probabilmente sa quello che fa e che dice, chi ha iniziato a scattare in digitale probabilmente lo sa assai meno, confida sull’onnipotenza dei software di post-produzione.

Venendo al dilemma: Raw, Jpeg, quale è meglio? Dal punto di vista professionale delle fotografie, che siano un servizio o fotografie singole, sono semplicemente un prodotto da vendere. Eh lo so che molti si scandalizzano a parlare di fotografia come prodotto… però anche l’Arte è un prodotto, tant’è vero che a proposito di un artista si parla di produzione artistica. Pensiamo che l’artista si nutra di gloria e nuvole di bambagia? Non è mai stato così!

Michelangelo, consapevole del suo talento e di quanto gli fosse riconosciuto, pretese ed ottenne compensi enormemente superiori a quelli di artisti del suo tempo meno noti.

 

© Guy Bourdin per Charles Jourdan. Estate 1974

 

Nel 1985, il fotografo francese Guy Bourdin rifiutò il Grand Prix National de la Photographie, gli bastava vivere più che bene lavorando Vogue Paris e realizzando campagne pubblicitarie per Charles Jourdan. Venne egualmente considerato un artista. Una carrellata sui suoi lavori l’ho trovata in un interessante video.

In era analogica il fotografo scattava per lo più in diapositive colore, le portava a sviluppare. Le selezionava, le portava alla redazione. Se scattava in B/N per lo più consegnava in redazione i rullini, provvedevano altri a svilupparli e stamparli. Chiusa lì e di corsa a cercare altri assignment o realizzarli.

 

 

Il fotografo Sestini anni or sono uscì in copertina su 7 con la foto di Sofia Goggia. Da sotto le lenzuola le uscivano due piedi sinistri. Spiegò l’errore: “il mio postproducer ha deciso di sostituire un piede che aveva una posizione meno bella con un altro, a mia insaputa, e ha sbagliato. Purtroppo avrei dovuto verificare ogni singolo fotogramma ma stavo partendo per la Terra del Fuoco, dove mi sono imbarcato sull’Amerigo Vespucci”.

La vita di un fotografo professionista oggi è anche questa, i tempi di produzione sono strettissimi, non mi scandalizzo affatto. Una rivista mensile richiede da 1 a 3 mesi tra ideazione, programmazione, realizzazione di servizi fotografici e articoli, selezione delle fotografie ed impaginazione prima di arrivare al “visto si stampi”. Un settimanale ha ovviamente tempi di realizzazione assai più ristretti.

Prima di iniziare l’impaginazione di una rivista o di un quotidiano, si realizza il “timone”, una mappa visiva che serve alla gestione degli spazi nello scorrere delle pagine. La sistemazione delle inserzioni pubblicitarie per una rivista è prioritaria rispetto ad ogni altra scelta. Il direttore responsabile detta le linee guida, il caporedattore le traduce in schema realizzativo. Stabilisce quanto spazio dedicare a un articolo, quale articolo aprirà a sinistra o a destra con una pubblicità a sinistra, quante foto serviranno ad illustralo. Su queste scelte il fotografo non ha in genere la minima voce in capitolo.

 

 

Per questo sono molto scettico sui corsi di editing, non è compito del fotografo fare editing. Può scegliere solo in linea di massima quante fotografie consegnare in redazione e dar loro una sequenza che può totalmente venire ignorata in sede di impaginazione. La grandezza fisica che avrà una fotografia in stampa, la sua posizione nel layout di pagina dipendono dalle scelte prima del caporedattore, poi del grafico.

Compito del fotografo è rispettare i tempi che intercorrono dall’assignment di un servizio alla consegna in redazione. Inutile scattare in raw con una costosa fullframe se sa che le foto verranno pubblicate su una rivista che in stampa può permettersi solo una qualità mediocre. Professionale in questo ambito è essere consapevole della qualità richiesta dalla rivista o quotidiano con cui si lavora.

 

RawTherapee

 

Se il fotografo è un freelance è anche consapevole di dover lottare con la concorrenza di altri fotografi, se cincischia troppo con la post rischia di farsi “bruciare” il servizio. Il fotografo matrimonialista può scegliere se scattare in Raw o Jpeg, deve essere consapevole che se non produce sin dallo scatto un file perfetto e se scatta troppo, poi gli ci potrebbero volere giorni per la postproduzione e quelli non glieli pagano.

Il fotografo amatoriale in genere ha un lavoro che gli da pane e companatico. Scatta spesso nei Week end o in vacanzine, poi a casa avrà tutto il tempo che desidera per post-produrre rivivendo il piacere dell’attimo dello scatto. Può scegliere se scattare in Raw, in Raw + jpeg o direttamente in jpeg.

 

Capture One

 

Ha sentito dire che è più professionale scattare in Raw e scatta in Raw. Come utilizzerà le sue foto? Se dovranno servire ad una esposizione le farà stampare, l’ultimo anello della catena è sempre il più fragile.

Una foto digitale a colori può venir stampata in C-Print, impressionando la carta fotografica sensibile e sviluppandola attraverso procedimenti chimici tradizionali. Può venire stampata in Fine Art Giclée, che in sostanza è una stampa ink -jet più curata nella scelta di carta ed inchiostri di qualità. “Gliclée” è un termine è ambiguo, non c’è nessuno standard tecnico previsto, si arriva a definire stampa “fine art” una stampa derivata dalla combinazione di un buon file, corretta ed attenta profilatura della stampante, un monitor calibrato, strumenti di misurazione dedicati, buoni inchiostri e buona carta.

 

Adobe Photoshop

 

Infine ci può essere la stampa su ink-jet economica che potreste anche realizzare in casa con la vostra stampantina a 4 colori. Se siete entrati in un negozio di carte e inchiostri per stampanti ink-jet avrete sicuramente osservato la differenza di costo tra cartucce originali e compatibili, tra carte di marca ed altre economiche.

Alla fin fine per il fotoamatore è il portafoglio a decidere che stampa scegliere, consapevole che delle foto che esporrà non ne venderà probabilmente nemmeno una.

 

GIMP – GNU Image Manipulation Program

 

Se una foto non viene stampata probabilmente sarà vista solo postandola su Facebook che “smarmella” luci e colori peggio di quanto fa l’operatore di Boris, sparando i riflettori sul set per eliminare le ombre ed “appiattire” la fotografia nel tentativo di rendere tutto più luminoso.

Prima di affermare aprioristicamente che il raw è più professionale del jpeg sarebbe bene post-produrre uno stesso scatto, sviluppando il raw ed elaborando il jpeg, e fare stampare entrambi nello stesso laboratorio, con lo stesso metodo di stampa, per poi confrontare i due risultati.

 

© Giorgio Rossi. Analogico. Stazione Termini

 

Alla fin fine il concetto di qualità è anche molto personale, in questi ultimi anni è tornato in gran voga scattare in analogico, forse per eludere quella “perfezione” chirurgica del digitale che toglie atmosfera. Si scatta in banco ottico ma anche con point and shot tipo le Lomo che non permettono alcuna regolazione. Ci si costruisce una fotocamera a foro stenopeico, per tornare all’essenza, eliminando anche la precisione di obiettivi perfetti.

Dopo moltissimi anni di totale analogico l’unica cosa che mi manca è la grana della pellicola, che un sensore non può avere per definizione. Apprezzo moltissimo l’immediatezza del digitale, le sue enormi possibilità in ripresa, scatto in digitale raggiungendo con facilità il mood analogico che desidero. Sono convintissimo che in stampa il prodotto finale possa risultare ottimo scattando in jpeg, senza elaborare alcun raw.

 

© Giorgio Rossi. Digitale. 3200ISO; nessuna postproduzione

 

Uso da anni una Fujifilm X-E2, obiettivo zoom 16-50mm economico. Scatto anche a 3200ISO, per mantenere una atmosfera senza dover mettere la fotocamera su cavalletto. Limito al massimo la post-produzione, dedico tutto il tempo di piacere che ricavo dalla fotografia all’osservare, scegliere, inquadrare, scattare.

Se mi serve una stampa da file B/N me la faccio stampare con Digingranditore da Giulio Limongelli, su carta baritata ai sali d’argento, preserva ottimamente il mood analogico che desidero.

Ho fatto stampare un file jpeg a colori sino a 3,5 m di larghezza, è venuto più che bene, non cerco, non chiedo, di più.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 


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