Fotografia con Josef Sudek, in compagnia di “Quelli che”

“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”
 diceva Tancredi ne “Il Gattopardo” (1958) di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Tancredi è il nipote del principe di Salina. È la risposta di un rivoluzionario assennato.

Dal libro, e da questa frase in particolare, deriva l’espressione “gattopardismo” per indicare l’atteggiamento di chi si adatta a una nuova situazione politica fingendo d’esserne promotore, per conservare potere e privilegi.

Ora proviamo a sostituire “ situazione politica” con “situazione della Fotografia”, in fondo il praticare la fotografia implica scelte assai precise, è in qualche modo fare politica.

Apparentemente dalla nascita e diffusione del digitale si è creata una frattura con la precedente fotografia “analogica”, ma è solo apparenza amplificata dai social. È vero che si sono aggiunte alle vecchie storiche diatribe nuove diatribe, prima impensabili. È anche vero anche che la Fotografia è attualmente più concettualizzata nei suoi intenti, poi andando a vedere la sostanza poco è cambiato.

Si sono nel frattempo aggiunti nuovi mezzi tecnologici, come per esempio il drone, che hanno reso possibili riprese ed espressioni sinora impossibili.

Della vita dei fotografi odierni sappiamo tutto, ce la raccontano ogni giorno su FB. Ci postano dal bar le loro intenzioni circa nuovi progetti fotografici. Però in quei momenti sono su di giri per un qualche spitz, quindi nulla da meravigliarsi se tali progetti non vedranno mai la luce.

 

 

Di fotografi assai importanti come Josef Sudek (Kolín, 17 marzo 1896 – Praga, 15 settembre 1976) si hanno notizie spesso scarne. Si sa che fu arruolato, nel 1915, nell’esercito austro-ungarico, perse un braccio sul fronte italiano e nella confusione generale non lo ritrovò mai più.

Eppure si intestardì a scattare foto col banco ottico, che ad avvitarlo sul cavalletto ci doveva mettere una quaresima, tutto ciò influì sulla sua fotografia. Per chi fosse interessato a capire come facesse a 
avvitare il fondello della fotocamera sul cavalletto ho trovato un interessante video.

Dal 1926 la sua attenzione si rivolge particolarmente a Praga di cui evidenzia le architetture e la natura anche in fotografie panoramiche, realizzate con una Kodak Panoram.

 

 

Molto interessante il fatto che realizzò anche panoramiche verticali, per lo più non ci si pensa ma in effetti una fotocamera panoramica si può usare anche in verticale.

Si realizzano prospettive insolite a volte assai profonde, praticamente il campo inquadrato parte da vicino , per terra, quasi davanti ai piedi e si estende fin sopra la vostra testa.

 

 

Sudek rappresentò Praga quasi sempre priva di persone. Tant’è che ci ha lasciato in eredità un unico aforisma che spiega assai bene la sua opera fotografica:

“Qualche volta la gente c’è anche, ma prima che io sia pronto se ne sono andati. E allora cosa posso fare? Non voglio certo costringerli a tornare”. Sapeva essere deliziosamente auto-ironico.

Ora mi potrei lanciare in una sbrodolante critica fotografica, ma lascio perdere. Ahimè, nonostante il romanticismo sia finito da un bel pezzo, c’è ancora chi fa critiche romantiche ed emozionali. Beninteso ognuno può lasciarsi prendere dalle proprie emozioni e cadere nel romanticismo, nulla di male, però inutile attingere a romanticismi di seconda mano.

Di molti fotografi storicamente importanti è stato detto tutto e anche di più. È ancora necessario parlarne? Spesso nella critica si va oltre la fotografia, ci si perde in disquisizioni sul sesso degli angeli, altrettanto spesso si va di copia/incolla quando basterebbe citare le fonti, formarsi dentro le inquadrature delle foto realizzate.

 

Josef Sudek

 

Per me è interessante indagare il lato tecnico, capire come sia arrivato a fare certe fotografie. Tecnica e contenuti vanno sempre a braccetto. Perché Sudek fotografò per lo più col banco ottico?

Normale, agli inizi c’erano pochi altri mezzi validi… ma continuò a fotografare sino intorno agli anni ‘60, avrebbe potuto utilizzare altre fotocamere, eppure no, il banco per lui era assai pratico, dato che aveva solo un braccio. È una fotografia lenta la sua, molto meditata. Immagino fosse un bel poco testardo, uno che non si arrende mai.

 

Josef Sudek

 

Penso alle fotografie realizzate sul davanzale del suo studio. “Amo la vita degli oggetti” disse in un’intervista.

Ce ne sono di diametralmente opposte, si completano a vicenda. Il davanzale, la finestra sono i limiti fisici. In alcune fotografa dal davanzale verso l’esterno, il davanzale è il limite anteriore.

 

 

L’inquadratura inizia da lì e si estende verso il mondo fuori. In altre la finestra è la sorgente di luce non inquadrata, se è inquadrata gli infissi e il vetro della finestra, spesso appannato o con colature di condensa, sono il fondale, il limite posteriore di uno “stage” nel quale gli oggetti vivono e respirano.

Era un tecnico? Indubbiamente sì, sapeva sfruttare la luce ambiente ed esterna con maestria, sapeva dare un senso alle sue inquadrature.

 

© Giorgio Rossi. Eggs and glass

 

Per capirlo non c’è nulla di meglio che osservare attentamente tali foto e poi cercare di imitarle ponendo i propri soggetti fotografici sul davanzale della cucina. Più che imitazione o copia si tratta di cercare di entrare in una sorta di sintonia mentale.

Un consiglio, non pulite i vetri e non ridipingete gli infissi se stanno andando in rovina. Non fotografate i soggetti disponendoli su una superficie qualsiasi, meglio un tagliere da cucina in legno, assai vissuto., materico come il piano di appoggio si Sudek.

 

© Giorgio Rossi. Cependant

 

Niente bicchieri di cristallo raffinati, un bicchiere Duralex, da osteria, in vetro sfaccettato va benissimo. Sudek era molto essenziale. Gli piaceva giocare con le uova, col pane, sono elementi simbolici, gli piaceva immortalare bicchieri con dentro acqua che fa minuscole bollicine, di ossigeno, di vita. Perché si formino in un bicchiere tocca lasciarlo lì con l’acqua dentro, per varie ore.

In un certo senso era molto concettuale, poco romantico, se vogliamo a modo suo futurista, comunque per nulla ridondante, tutto era studiato al millimetro, compresa ovviamente la luce. Conosceva perfettamente la luce che arrivava alla sua finestra, stagione dopo stagione, ora dopo ora, minuto dopo minuto. Tenete conto che la luce perfetta può durare anche solo 3-4 minuti, poi tutto cambia.

Rispetto al celebre fotografo mi sono posto una domanda forse un poco bizzarra: Josef Sudek aveva un decanter?

 

 

Ho provato ad arrivare alla risposta con un ragionamento deduttivo: esistono foto scattate da Sudek posando vicino alla finestra un decanter?

Non ne ho trovate, ne deduco che Sudek non avesse un decanter.

Può essere che sia una deduzione un poco frettolosa, tuttavia si basa anche sull’osservazione di quelle poche fotografie che lo ritraggono. Indubbiamente Sudek non era un faigo, i decanter sono per gente faiga.

 

© Giorgio Rossi. Decanter

 

Attualmente ho ospite a casa mia un decanter, lo ha portato al pranzo di Pasqua mio cognato e si è dimenticato di riportarselo a casa. Che fare nel frattempo? Prima cosa ho provveduto a mettere acqua e sapone nel decanter, non sia mai che i fondi di vino nella bottiglia diventino troppo duri per poterli asportare facilmente. Poi dato che ci sono, e che la pacchia di avere in casa come ospite un decanter prima o poi finirà, mi dedico ogni tanto a fargli qualche ritratto, per non farlo sentire solo e abbandonato, e mentre scatto mi viene appunto da pensare a Sudek… l’avrebbe scattata così?

Comunque gliela dedico, con gratitudine ed affetto.

Oggi, come e ancor più di 50 anni e passa or sono, è opportuno divertirsi con la fotografia. Che barba tremenda quelle foto da fotografo concerned con inquadrature e toni drammatici, ma tutto costruito, poco di vero. Se ne trovano di identiche,sulle stesse tematiche, a tonnellate. Tanto non si vendono, nessuno vi ha commissionato di essere tristi e impegnati.

 

© Giorgio Rossi. Decanter

 

La fotografia, o meglio il fotografare , sta diventando sempre più complicato. Abbiamo dietro le spalle una storia, non dimentichiamocene. Vero anche che oggi come allora le diatribe fotografiche vertono ancora su cose oziosissime, tipo è meglio questo o quello. Inoltre è verissimo che oggi come 50 anni or sono ci sono centinaia di concorsi. Ragion per cui se non riuscite ad ottenere nemmeno una menzione e ci tenete probabilmente dovreste cambiare hobby.
Insomma oggi assai più di allora ci sono…

Quelli per cui la composizione è tutto e si credono direttori d’orchestra. 
Quelli che insegnano di applicare sempre la regola dei terzi, dei quinti e qualche volta la sezione aurea, quelli che non lo fanno.

Quelli che dicevano la Leica costa cara, quelli che dicono la Leica costa un botto.

Quelli che dovevi stringere, quelli che dovevi allargare.

Quelli che nascondono le mani avide sotto i guanti bianchi. Quelli che non si mettono i guanti bianchi e ti sporcano le stampe
 con l’unto del loro panino alla mortadella.

Quelli che hanno letto tutti i libri del mondo inerenti la Fotografia. Quelli che non hanno capito un cavolo di quello che hanno letto.

Quelli che il selfie è una TRAGEDIA! Quelli che con la fame nel mondo, le guerre, il cambiamento climatico,
 si fanno i selfie convinti che non siano una tragedia.

Quelli che la Camera Chiara è meglio della Camera Oscura, quelli che viceversa.

Quelli che affermano: l’ho già visto, ricorda in peggio HCB, con una spunta di GBG.

Quelli che pensano: sono in missione per conto di Dio.

Quelli che non si fanno i conti in tasca e non si accorgono 
che se non fosse per chi si fa leggere il portfolio il loro portafoglio sarebbe vuoto.

Quelli che i fotoamatori fotografano solo gattini e tramonti.

Quelli che ti insegnano la consapevolezza, quelli che ti faccio l’editing, parliamone.
 Quelli che sono proprio degli sciacalli.

Quelli che credono di avere una laurea in medicina. Quelli che dovrebbero andare da uno psicologo 
perché un giorno dicono una cosa e il giorno l’opposto.

Quelli che parlano di paesaggio e se li osservi bene offrono un ben triste paesaggio.

Quelli che disprezzano FB ma ci passano la giornata a raccontarti quello che sai già.

Quelli che: scriverei volentieri l’introduzione alla tua prossima mostra… Quelli che ti fanno capire senza dirtelo che non è del tutto gratis. Quelli che alla fine non ti dicono grazie….

Quelli che il mondo è a colori ma perché insisti con sto’ B/N mortaccino?

Quelli che ci vuole uno spotmeter!

Quelli che cmq la volevo così.

Oh yes, oh yeah!

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

© Giorgio Rossi. Decanter

 

 

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