Fotografia: Come vediamo un’immagine

Scrivere con la luce sarebbe del tutto inutile se successivamente nessuno si peritasse (3a persona singolare, congiuntivo imperfetto del verbo peritarsi, mica male eh?) di andare a leggere ciò che è stato scritto. In sostanza si tratta di un’operazione di codifica destinata, si spera, a una successiva decodifica.

Si può chiamare tutto ciò linguaggio, meglio definirla comunicazione visiva.

“La comunicazione visiva è la trasmissione di un messaggio tramite un’immagine (e perciò è chiamata a volte comunicazione iconica, dal greco eikon, “immagine”), che rappresenta in maniera metaforica la realtà. La comunicazione per immagini permette di raggiungere il massimo effetto comunicativo nel più breve tempo possibile”. Tale comunicazione per essere efficace si svolge contemporaneamente su più piani, difficilmente completamente separabili uno dall’altro. Tra questi diversi piani è compreso anche il piano psicoanalitico che ci aiuta a comprendere meglio noi stessi e le nostre esperienze di vita, tra le quali la visione ha una importanza fondamentale, dato che ci aiuta ad apprendere.

Che sia una fotografia bella o buona conta in fondo assai poco, può essere un giudizio molto soggettivo, emotivo, irrazionale. È importante che la fotografia arrivi, che avvenga una comunicazione.

Può essere addirittura che una fotografia ‘brutta’ comunichi meglio di una ‘bella’. Gabriele Chiesa nel suo interessantissimo libro “Come vedo l’immagine” scrive che una fotografia deve o dovrebbe funzionare.

Scrive: “La capacità di produrre effetti funzionali oltrepassa l’aspetto emotivo per agire sulla coscienza e giungere a mettere in moto meccanismi di apprendimento attraverso il dubbio, la critica e lo sviluppo di nuovo adattamento e più avanzata consapevolezza”.

Ci sono naturalmente molti ambiti di produzione e utilizzo dell’immagine fotografica, di conseguenza la funzione può essere diversa in ambiti diversi. Fotografie pubblicitarie devono servire ad aumentare le vendite. Fotografie di documentazione, supportate da adeguati testi ci possono informare di eventi. Fotografie ‘Creative’ potrebbero smuovere qualcosa nel nostro inconscio.

In alcuni ambiti, tipicamente in pubblicità, è essenziale che la fotografia, o l’immagine, sia precisa, ‘dica’ una cosa e non un altra, deve venire interpretata in modo il più possibile univoco, lontana da interpretazioni troppo personali.

Gli studiosi hanno cercato di andare oltre ogni interpretazione personale per arrivare a comprendere come funzioni la visione, a prescindere dal fatto che si tratti di generi di immagini diverse.

Possono essere fotografie, illustrazioni, semplici segni grafici, addirittura caratteri alfabetici, il nostro occhio, la nostra mente, vedono e interpretano queste immagini seguendo ‘schemi’ che possono essere indagati scientificamente.

Alcuni di questi ‘schemi’ furono intuiti già da Johannes Gutenberg, nell’inventare in Europa la stampa a caratteri mobili. Nella prima pubblicazione a stampa della Bibbia, avvenuta nel 1455 le intuizioni di Gutenberg sono evidenti. Il testo diviso in due  colonne permette all’occhio di seguire meglio lo scorrere delle parole rispetto a un testo distribuito su un’unica lunga colonna. Tutte le righe terminano allineate sul margine destro, come già si faceva nei migliori manoscritti. In seguito stampatori e tipografi parlarono di righe «giustificate» per designare quest’allineamento.

 

 

I caratteri gotici hanno le grazie. I caratteri tipografici con grazie hanno alle estremità degli allungamenti ortogonali detti appunto grazie. Permettono un ‘appoggio visivo’ dei caratteri, separano una riga di testo dalla successiva. Formattato così il testo appare come un blocco rettangolare preciso che orienta  la visione facilitando la lettura.

Secondo molti teorici delle scienze della comunicazione si aprì con Gutenberg una nuova epoca dello sviluppo della comunicazione umana: questa rivoluzione è stata analizzata particolarmente da Vilém Flusser o da Marshall McLuhan nel saggio ‘La galassia Gutenberg’.

Tuttavia ci vollero secoli per approfondire, inizialmente grazie alla psicologia della Gestalt, come funziona la visione. In sostanza, molto sinteticamente, la retina legge tutta l’immagine, ma l’elaborazione avviene su basi “semplificate” e di sintesi che creano attrazione e fanno “fermare” l’occhio dell’osservatore.

 

 

La psicologia della Gestalt (dal tedesco Gestaltpsychologie, ‘psicologia della forma’ o ‘rappresentazione’) è una corrente psicologica incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza. Nata e sviluppatasi agli inizi del XX secolo in Germania (nel periodo tra gli anni dieci e gli anni trenta), proseguì la sua articolazione negli Stati Uniti, territorio nel quale i suoi principali esponenti erano immigrati durante il periodo delle persecuzioni naziste.

La Gestalt afferma che la percezione non può essere il banale imprimersi di una immagine sulla retina ma è una collaborazione tra esperienza, imitazione e apprendimento che si organizzano attorno a dei principi fondanti.

Per la psicologia della Gestalt non è corretto dividere l’esperienza umana nelle sue componenti elementari e occorre invece considerare l’intero come fenomeno sovraordinato rispetto alla somma dei suoi componenti: “Il tutto è diverso dalla somma delle sue parti”

Per comprendere il mondo circostante si tende a identificarvi forme secondo schemi che ci sembrano adatti – scelti per imitazione, apprendimento e condivisione – e attraverso simili processi si organizzano sia la percezione che il pensiero e la sensazione; ciò avviene di solito del tutto inconsapevolmente.

Con particolare riferimento alle percezioni visive, le regole principali di organizzazione dei dati percepiti sono:

  1. prossimità, secondo la quale elementi vicini sono considerati parte di uno stesso gruppo;
  2. somiglianza, secondo il quale elementi simili sono considerati come parte di uno stesso gruppo;
  3. buona direzione o continuità, secondo il quale gli elementi sono considerati parte di un insieme coerente e continuo, piuttosto che in insiemi eterogenei e discontinui;
  4. destino comune, secondo il quale elementi orientati (o in movimento) secondo una direzione comune sono considerati parte dello stesso gruppo;
  5. figura-sfondo, secondo il quale esiste sempre un elemento amorfo (o considerabile tale rispetto la figura), detto sfondo, sul quale uno o più elementi sono riconoscibili come entità distinte, dotate di forma, dette figure.
  6. chiusura, secondo il quale elementi che grazie alla loro forma e disposizione disegnano un’area, sono facilmente riconoscibili come un’unica forma
  7. pregnanza o della “buona forma”, secondo il quale la percezione più regolare, simmetrica, coesiva, concisa e semplice è quella che più facilmente si impone;
  8. simmetria, secondo il quale preferiamo raggruppare elementi simmetrici attorno ad un punto in un unico elemento percettivo piuttosto che in più elementi separati;
  9. esperienza pregressa, secondo il quale conoscenze ed esperienze aiutano a creare gruppi con valore per l’utente, andando a sovrastare gli altri principi.

Successivamente le teorie della Gestalt furono in parte superate e riviste grazie a teorie della percezione più precise e metodiche, ma i principi visti sono comunque validi e punti di partenza essenziali per la corretta progettazione di una comunicazione visiva.

 

 

Ogni buon progettista deve essere pienamente consapevole delle proprie scelte compositive alla luce di questi principi, che aiutano l’organizzazione dei contenuti, la gerarchizzazione e la comprensione degli elaborati.
Che per la fotografia sia importante l’applicazione di tali teorie lo spiega ottimamente lo street photographer Francesco Verolino in un interessante articolo, ricco di esempi fotografici precisi, che invito a leggere con attenzione.

“Psicologia della Gestalt è un concetto di base. Prima di fare riferimento alle geometrie di composizione fotografica con riferimento alla regola dei terzi, la sezione aurea, alle diagonali etc etc., è fondamentale fare riferimento agli aspetti percettivi […] E’ ovvio che un fotografo produce immagini che devono essere “lette” e percepite da un osservatore e la teoria, o meglio la psicologia della Gestalt, è la base della percezione visiva…. La fotografia e la psicologia della Gestalt sono due campi che, sebbene a prima vista possano sembrare distinti, hanno molte più similitudini di quanto si possa immaginare.”

In molti corsi di fotografia si insegnano tout court la regola dei terzi e altre regole, senza fare riferimento alla percezione. Tali regole possono essere facilmente impiegate  in grafica, disegno, dipinti. Ovunque si parta da un foglio bianco e si possano disporre gli elementi compositivi di una immagine uno dopo l’altro dove si vuole, in fotografia accade raramente.

 

© Giorgio Rossi.

 

In fotografia al momento dello scatto tutti gli elementi che entrano nella inquadratura vengono disposti contemporaneamente. Può accadere che nella costruzione di uno still-life pubblicitario si scelga con attenzione millimetrica dove sistemare ogni oggetto in una inquadratura, difficilmente avviene  in un reportage di guerra tra  proiettili e bombe che cadono.

Tuttavia esiste nella percezione una “gerarchia visiva” sempre facente parte delle teorie della Gestalt.

In pratica il fotografo  dovrebbe cercare di organizzare il contenuto della comunicazione secondo una gerarchia di ordine di lettura e/o di rilevanza del contenuto: nel primo caso l’elemento che si vuol far leggere per primo non necessariamente è il più importante, ma può facilitare la comprensione del resto del contenuto o può rendere la fruizione più dinamica e interessante; nel secondo caso, l’elemento messo in evidenza è il più importante dal punto di vista del contenuto: senza di questo si rende più difficoltosa la comprensione della comunicazione. L’utilizzo consapevole della gerarchia visiva consente al progettista quindi di guidare il lettore nella fruizione della comunicazione, facilitandone la comprensione.

Immaginate di uscire dal portone della vostra casa di abitazione, siete in strada. Quali sono le prime cose osservate? Sì fa per ‘istinto di conservazione’, succede più o meno esattamente quello che succedeva all’uomo primitivo uscendo dalla caverna.

Si guarda se ci possono essere in prossimità dei pericoli. Nello scorrere di  secoli i pericoli sono cambiati, ci si adatta. Ai tempi appena usciti dalla caverna si poteva venire assaliti da un altro selvaggio, invidioso della caverna, oppure venire sbranati da una bestia feroce. Attualmente attraversando una strada si corre il rischio di venire investiti da un auto. Nell’osservazione di una situazione il primo elemento della gerarchia visiva è la presenza esseri umani o animali. Se vedete una bolgia in tumulto per una manifestazione svicolate, fortunatamente girano pochi leoni. Di seguito si guardano i palazzi, tutto quello che è stato costruito dall’uomo, la natura circostante, il cielo. Dovesse piovere è meglio tornare a casa e prendere l’ombrello.

Sono più o meno le stesse cose che di osservano inizialmente guardando una fotografia. Ad un primo colpo d’occhio segue una rapidissima scansione dall’alto in basso, da sinistra a destra di ogni elemento facente parte l’immagine.

L’eye tracking (in italiano, oculometria) è, tecnicamente, un processo che monitora i movimenti oculari, per determinare dove un soggetto test sta guardando, cosa sta guardando e per quanto tempo il suo sguardo indugia in un determinato punto dello spazio. È una metodologia di efficacia consolidata, applicabile ad una molteplicità di contesti. Il tracciamento dei movimenti oculari avviene attraverso appositi device, e la rilevazione/interpretazione dei dati associabili è elaborata tramite dei software specialistici, utilizzando tecniche differenti.

Tuttavia gli elementi essenziali, importanti, sono percepiti all’istante. La lettura, interpretazione e comprensione di una fotografia avviene rapidissimamente, ma può essere suddivisa in più fasi.

La percezione della realtà non dipende dalla percezione dei singoli fenomeni ma dall’elaborazione di “insieme” che il cervello attua. Il “tutto” predomina sul “singolo”. Successivamente all’elaborazione “istintiva” del tutto, il cervello riesce pian piano a prendere coscienza e ad accorgersi delle relazioni, anche simboliche, che intercorrono tra i singoli elementi che compongono l’insieme.

 

© Giorgio Rossi. Un cane e il suo uomo

 

Riguardo alla lettura di una immagine da sinistra a destra basta osservare alcune immagini fotografiche e la riflessione orizzontale della stessa immagine per capire che molte fotografie ben riuscite sono state composte immaginandone la lettura da sinistra a destra.

Quello che c’è a sinistra di un soggetto principale è importante, lo introduce, quello che è a destra può essere facilmente tralasciato, viene spesso considerato poco significativo.

Nella fotografia ‘l’uomo e il suo cane’ a sinistra c’è vuoto, ci vuole tempo visivo per arrivare al soggetto.

 

© Cosmin Garlesteanu

 

Così nella fotografia del gatto che sta per salire una scala la dinamica, il movimento e l’interesse sono dati  dal fatto che il gatto sia all’estremità destra dell’inquadratura.

Così per le fotografie di mio figlio Diego in salotto. Se è collocato a sinistra il soggetto ‘racconta’ una cosa, se è a destra ne racconta un altra, la riflessione orizzontale delle due fotografie ‘racconta’ altre cose ancora.

Qual’è la fotografia giusta? Qual’è sbagliata? Dipende da cosa volevate ‘raccontare’. Tuttavia all’osservatore può restare più visivamente piacevole una foto rispetto a un altra.

 

 

Osserviamo ora la foto del candelabro di vetro e due mele, i tre elementi compositivi vengono interpretati come insieme. Nel gruppo Semplicemente Fotografare dove postai l’immagine fece scalpore, le venne attribuito un significato simbolico preciso.

Honni soit qui mal y pense! Successivamente rifeci lo scatto, sostituendo le mele con mandarini e optando per una composizione diversa, non venne reputata uno scandalo visivo.

 

 

Non è sufficiente fare riferimento alle teorie della Gestalt. Altri studi importanti per la codifica e decodifica di una immagine sono quelli motivazionali.

“Le motivazioni sono l’espressione dei motivi che inducono un individuo a compiere o tendere verso una determinata azione. Da un punto di vista psicologico può essere definiti come l’insieme dei fattori dinamici aventi una data origine che spingono il comportamento di un individuo verso una data meta; secondo questa concezione, ogni atto che viene compiuto senza motivazioni rischia di fallire…

Una teoria che incentra il costrutto di motivazione come base dello sviluppo individuale è la piramide dei bisogni fondamentali di Abraham Maslow, che identifica sei fasi di crescita, successive e consecutive, tutte incentrate su bisogni, dal più semplice (legato all’aspetto fisiologico) al più complesso (legato all’autorealizzazione).”

 

Piramide di Maslow

 

Alla base della piramide ci sono i nostri bisogni fisiologici  naturali: respirare mangiare, bere, dormire e anche, sìsì, fare sesso, che sia per conservare la specie umana o per divertimento poco cambia.

Molte pubblicità, più o meno esplicitamente fanno allusione a tali necessità. Le auto meravigliose che vediamo in pubblicità  solleticano il bisogno di autostima e realizzazione. Queste motivazioni stanno quasi al vertice della piramide, non sono poi così fondamentali, si può tutto sommato vivere lo stesso.

Interessante è notare che tra le motivazioni fisiologiche quelle sottilmente accennate sono le sessuali. Ebbi come eccellentissimo professore alla facoltà di Psicologia Paolo Bonaiuto. Tra le altre cose spiegava che le bottiglie in pubblicità, sono spesso equivalenti simbolici di altro. Interessantissime sono a questo proposito alcune pubblicità della Coca-Cola.

 

 

Mi ha molto colpito quella della ragazza sorridente che regge una bottiglia di Coca-Cola. La bottiglia è disegnata in modo iperrealistico (o forse  è una vera fotografia, è irrilevante). La ragazza che guardandovi negli occhi  regge delicatamente tra le dita l’iconica bottiglia della Coca-Cola è una ragazza da sogno.

Potrebbe sembrare una pubblicità molto banale, almeno per gli occhi di oggi, probabilmente funzionò. Lo sfondo sembra un cielo con vaghe nuvolette, rosso, non blu, evoca situazioni ‘romantiche’.

 

 

Egualmente o ancor più allusiva può essere considerata la primissima illustrazione pubblicitaria della Coca-Cola, dove la bottiglia che sembra sprizzare profumate rose è posta al margine destro dell’immagine, dopo la scritta che nell’ovale invita a bere Coca-Cola. Se la bottiglia fosse stata posizionata all’estrema sinistra dell’immagine avrebbe avuto un significato ‘subliminale’ probabilmente meno importante.

Molte rappresentazioni fotografiche si possono basare su figure ambigue.

 

 

Le figure ambivalenti o ambigue, corrispondono ad immagini che possono essere lette in modi contraddittori dal sistema percettivo umano.

Questo, non essendo in grado di scegliere una corretta soluzione, continua ad oscillare da un’ipotesi all’altra, in modo da poter elaborare un’ immagine congruente.

 

Figure ambigue. Effetto Troxler

 

Attraverso vari artifici di ripresa si possono creare illusioni prospettiche, percettive, paradossali nel caso del surrealismo, dando luogo a immagini che permettono allo spettatore di avere diverse interpretazioni contemporaneamente valide di ciò che è rappresentato in una immagine.

Tutto ciò per dire che nella visione la composizione degli elementi all’interno di una inquadratura ha diverse valenze da tenere in considerazione.

 

© Nikos Economopoulos

 

Molto interessante la foto di Nikos Economopoulos. Piove, un uomo corre, con un carico sulle spalle presumibilmente in una stazione.

Sembra correrci in contro, le figure a destra corrono nella direzione opposta il che aumenta la dinamicità della scena.

 

© Tony Link

 

Nella fotografia di Tony Link avviene qualcosa di significativo, ci sono vive interazioni. C’è un ragazzino impacciato e sorridente. Davanti a lui un altro ragazzino pare sbeffeggiare una ragazzina. Tra lo sguardo del ragazzino e la risposta della ragazzina si instaura una sorta di circolarità della visione che trattiene lo sguardo all’interno dell’inquadratura.

Penso che, sopratutto in foto di street, se non avviene nulla di interessante, di significativo, l’inquadratura possa diventare  solo piacevole estetica ma  dica assai poco.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Maurits Cornelis Escher. Relatività

 

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