Ann and Nancy Wilson alle chitarre e canto, Jason Bonham , figlio di John Bonham alla batteria. Il 26 dicembre 2012 hanno suonato al Kennedy Center “Stairway to Heaven” alla presenza del presidente degli Stati Uniti Barack Obama. In tale occasione i Led Zeppelin sono stati premiati ai Kennedy Center Honors. “This is why we should always pay tribute to people when they´re still alive. The joy and the emotion on their faces are priceless” è uno dei commenti. Effettivamente Robert Plant è visivamente commosso, sin quasi alle lacrime.
Confesso che il video mi ha suscitato emozioni e ricordi, non posso fare a meno di ripensare a film americani degli anni della mia giovinezza, come Fragole e sangue (The Strawberry Statement). La a colonna sonora comprende musiche di Joni Mitchell e Crosby, Stills, Nash & Young. La tremenda scena finale sottolineata da “Give Peace a Chance” di J. Lennon dura 7 minuti di angoscia pura.
Quanto sono lontani quegli anni, in questi giorni vari artisti americani o residenti, in USA dicono di voler lasciare l’America. Una fuga? Non sarebbe meglio rimanere, resistere e condurre con la loro arte a un miglioramento? Credo che un artista appartenga al mondo, non a un paese. Potrebbero ripetersi le situazioni di Fragole e Sangue?
Però era un film, tornando al video di “Stairway to Heaven” nessuno credo ne metterebbe in dubbio l’attendibilità. Eppure siamo abituati sin dagli albori delle immagini in movimento alle finzioni cinematografiche.
Il 30 gennaio è morta Marianne Faithfull. Me la ricordo assai bene cantare “As tears go by” (in playback) composta per lei da Mick Jagger e Keith Richards, aveva 17 anni. Ricordo anche la canzone dei Beatles “She’s living home” dedicata a tutte le ragazzine che fuggivano di casa per diventare groupie di un qualche più o meno famoso gruppo musicale o per semplice desiderio di libertà.
…Gira in silenzio le chiavi della porta sul retro. Esce all’esterno… È Libera. Si potrebbe dire che era anche un mondo maschilista quello delle rock star. Però quelle ragazze erano libere, vestite di stracci e bellezza, e maledettamente poche a scegliere quella libertà che costò cara a molte ma anche a molti. Sarei di parte se dicessi di più, sarei bigotto se dovessi giudicare le ragazzine di oggi alla mia età.

In questi giorni molti avranno visto nei social una infinità di post in ricordo di Marianne Faithfull, sono corredati dalle foto di lei, da ragazzina, per lo più in B/N. Siamo così abituati alle foto in B/N, sin dagli esordi della fotografia, che non ne avvertiamo affatto l’assenza del colore, in molte foto i colori non aggiungerebbero nulla, se mai sottrarrebbero essenzialità.
Però c’è altro, o almeno lo credo. Perché nel ricordare Marianne Faithfull sono state pubblicate quasi solo foto di quando era una ragazzina agli esordi?
C’è un bellissimo video di lei che si racconta nella sua casa, ma non è la sua casa, dice che la sua casa è nella sua testa.
Mostra un quadro appeso ad una parete: la menzogna della verità e la la verità della menzogna.
Se vogliamo quel quadro, per quanto assolutamente conosciuto ci riporta agli stessi dubbi della pipa che non è pipa di Magritte.

Perché nessuno ha ricordato Marianne mentre discute col musicista Warren Ellis del loro nuovo album “She Walks In Beauty” (2021), una lettura di celebri poesie di Lord Byron, di Percy Bysshe Shelley, di John Keats ed altri con musica e immagini pittoriche?
Preferiamo ricordarla com’era da ragazzina, perché come cantava Francesco Guccini (La Locomotiva)… nella fantasia ho l’immagine sua: “gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli, gli eroi son tutti giovani e belli…”
Perché rivedendo le sue foto di allora e quelle di altri famosi musicisti, ci sembrano cristallizzati in quegli scatti, come se fosse oggi, come se le lancette del tempo fossero rimaste immobili.
Oggi come oggi preferisco guardarmi poco allo specchio, preferisco ricordarmi com’ero. Tutto ciò mi porta a riconsiderare “La trahison des images”. Sulla tela c’è un’immagine dipinta in modo assolutamente verosimigliante. Rappresenta sicuramente una pipa. La didascalia però afferma: Ceci n’est pas une pipe.

René Magritte (1898-1967), celebre pittore surrealista rrealismo, dipinse più volte durante la sua vita il quadro con la pipa e la sua didascalia; la prima volta nel ’26, l’ultima negli anni ’60.
L’opera, contestando la raffigurazione della pipa (non si tratta di fatto di una pipa, bensì di una sua immagine), mette in risalto la differenza tra il mondo della realtà e quello dei segni. Non è una pipa, non si può toccare, non si può riempire di tabacco da accendere, non si può fumare. È la rappresentazione di una pipa, un insieme di segni.
Rappresentazione, quante volte abbiamo letto che una fotografia è una rappresentazione personale del fotografo, non è la realtà. Però quello di Magritte era un quadro, potrebbe assolutamente non essere mai esistita quella pipa.
La fotografia è parzialmente diversa da un dipinto, per fotografare, per rappresentare un oggetto, una persona, abbiamo bisogno che quella realtà sia davanti all’obiettivo nel momento in cui avviene lo scatto.

L’ambiguità della fotografia risiede nel poter essere assolutamente simile al reale, forzando in noi una percezione di credibilità assoluta e all’opposto nel potere essere una rappresentazione del tutto personale, a volte simbolica, di un reale più o meno inventato.
Attualmente siamo da un lato sempre più scettici e diffidenti osservando fotografie, dall’altro ci possiamo credere anche troppo e ahimè dida e parole aggiunte possono far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra.
Cos’è una rappresentazione?
Il termine rappresentazione deriva dal latino re-ad-praesentare. Letteralmente ha il significato di ripresentazione, rendere (di nuovo) presente. La rappresentazione è una raffigurazione di aspetti della realtà o di concetti; riproduzione, messinscena; processo conoscitivo con cui dei contenuti si presentano alla coscienza.
Indica il contenuto stesso dell’azione rappresentativa, sia l’atto del rappresentare, cioè percepire coscientemente, nell’ambito della sensibilità esterna, un oggetto con le sue caratteristiche sensibili. Oppure può essere un’attività del pensiero, un avvertire, nell’ambito della sensibilità interna, come oggetti interni, emozioni, passioni, fantasie ecc.
Nella fotografia di documentazione la realtà dell’oggetto rappresentato è palese, inconfutabile, necessaria. Provo a inventarmi un’altra pipa, anzi la rubo, è più pratico.

Questa è quasi esattamente una pipa. No, non si può fumare, non si può toccare, ma è una pipa che esiste. È una pipa assolutamente precisa, è quella e non un’altra. Chi sa un qualcosa di pipe non può non averla riconosciuta, è una pipa tratta dal catalogo delle pipe Peterson, precisamente una Standard System Liscia – Bent Billiard. È riconoscibile per mille particolari.
Nel fotografarla, per documentarne l’esistenza, il fotografo doveva essere quanto più possibile asettico e neutrale, non doveva offrire di quella pipa una interpretazione personale. Doveva necessariamente scomparire il fotografo ed infatti è scomparso, non se ne conosce il nome e non importa assolutamente conoscerlo.
Ed è questa una parte dell’essenza, anche linguistica, affascinante della fotografia. Mentre diciamo o scriviamo “casa” abbiamo tutti presente il concetto di “casa”, anche se ognuno può immaginarla a suo modo. Possiamo disegnare una casa, così come la disegnano i bambini, in modo assai semplice, chiunque la riconoscerà come “casa”. Non possiamo fotografare una generica casa, possiamo solo fotografare una precisa casa che è stata in un certo momento davanti al nostro obiettivo.

Così nel fotografare un cane fotografiamo un pastore tedesco, un barboncino, un boxer o un altro cane. Nel fotografarlo aggiungiamo segni che non possiamo essenzializzare o eliminare, ne specificano le peculiarità. Strato su strato come gli strati di una cipolla si sovrappongono altri segni estetici, visibili a tutti e condivisibili, ed altri ancora, invisibili, emozionali, assolutamente personali, privati.
Il cane ritratto nella fotografia è un maremmano, è stato il nostro cane, si chiamava Orazio, era dolcissimo, è morto fuggendo da casa per la paura dei botti di capodanno, investito da un auto. Questo è per noi quella foto, per altri che non ne conoscono la storia è semplicemente un cane, maremmano se riconoscono la razza, in un prato, col cielo blu.
Il valore documentale di una foto esiste, deve per forza esistere altrimenti dovremmo pensare che nulla può essere fotografato, che nessuna cosa fotografata abbia una valenza, che solo quello che percepiamo in un determinato momento sia effettivamente esistente, che gli americani, dato che stiamo qui in Italia mentre ne parliamo, non esistano affatto.
Eh sì… Però Man Ray si è effettivamente suicidato nel 1932 sparandosi un colpo di pistola alla tempia? No, quella fotografia è stata solo un’ altro genere di rappresentazione, una messa in scena per dare scandalo, suscitare pensieri e una reazione emozionale. Però quella foto ci si ripresenta davanti agli occhi, crudelmente vera quanto, surrealistica, divertente, falsa.

Così accade per il racconto fotografico concettuale “Things are Queer” (le cose sono bizzarre) di Duane Michals che sperimentò le potenzialità della fotografia chiedendosi quali sono i suoi limiti. Nel farlo univa testo e immagine per portarci ad un’ immagine diversa, nella quale il testo racconta cose che l’immagine non può raccontare.
Una visione assolutamente opposta a quella di A. Adams che affermava: “Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta, se devi spiegarla vuol dire che non è venuta bene.”
Michals invece disse: ”Credo nell’invisibile. Non credo nel visibile. Non credo alla realtà finale delle cose intorno a noi. Per me la realtà è nell’intuizione e nella fantasia, e nella sottile voce nella mia testa che dice: non è straordinario?!”

La fotografia in un soffio durato poco meno di 200 anni ha ripercorso tutte le evoluzioni dell’arte, sino ad arrivare all’oggi, a fotografie che possono essere oggettivamente indecifrabili, in-decodificabili e tuttavia possono suscitare in noi
emozioni.
“Ceci n’est pas une pipe” e “Ceci est presque exactement une pipe” sono entrambe opzioni possibili.
Credere o non credere ad una fotografia dovrebbe essere una scelta personale, non condizionata e non condizionabile, basata sulla nostra cultura, sulle nostre esperienze vissute, sulla nostra intuizione e sensibilità.
Non è del tutto facile scegliere, nell’indecisione il fermarci a pensare, osservando in silenzio, può essere assai utile.
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