Fotografia al Collodio umido. Come (Seconda parte)

Eccoci dunque alla seconda puntata dell’articolo sulla fotografia al collodio.

Nella prima insieme all’amico Dennis Ziliotto, collodista stimato anche oltre i confini nazionali, avevamo un poco spiegato le peculiarità di questo genere di fotografia dal punto di vista diciamo così concettuale, ora vediamo di inoltrarci un poco nella tecnica. Forzatamente sarà a “volo d’uccello”, non è questa la sede per un approfondimento completo…

Tecnica: materiali sensibili, luce, fotocamere, obiettivi. Come del resto in qualsiasi genere di fotografia, solo che qui è tutto diverso, lontano anni luce dalla nostre abituali esperienze quanto dai prodotti diffusi industrialmente su larga scala.

 

 

Perliamo un poco di materiali sensibili, Dennis?

I materiali per la tecnica del collodio umido sono prevalentemente prodotti chimici di non facilissima reperibilità. In Italia c’è, credo, solo un negozio che vende queste chimiche e accessori vari per il collodio e altre tecniche fotografiche, “antiche tecniche fotografiche” di Milano

Oltre ai prodotti chimici sfusi vende kit per la fotografia al Collodio già pronti.

Credo siano per il COLLODIO SECCO. Per ovviare al problema della preparazione ed uso rapido delle lastre al collodio umido si trovò che addizionando al collodio sostanze idrosolubili le lastre potevano essere preparate ed usate a distanza di tempo completamente diversa dal collodio umido.

Questi kit già pronti sono assolutamente da prendere in considerazione per chi inizia. Poi, dopo aver prima imparato bene la tecnica si può passare a preparare “da soli” tutte le chimiche sempre con le dovute cautele. Esistono varie ricette di collodio umido, le originali e le moderne, queste ultime inventate da qualche collodista in giro per il mondo. I costi per questa tecnica sono abbastanza alti soprattutto per l’acquisto del nitrato d’argento, il sacro Graal di tutto il processo.

Il mercato Italiano è ancora abbastanza silenzioso rispetto al mercato estero, dove si vive ancora di fotografia.

Il COLLODIO UMIDO, è meglio conosciuto come Wet Plate Collodion ovvero lastra bagnata col collodio o lastra con collodio umido.

Detta anche ambrotipo, è un processo fotografico che permette la realizzazione di immagini su vetro; possono essere positive o negative. Io pratico la fotografia al collodio positiva, quindi a tutti gli effetti una lastra è un numero unico, irripetibile. Le negative venivano usate come “master” per poi essere stampate a contatto su carta. Insomma era la prima forma di negativo inteso per come lo conosciamo oggi.

 

 

La prima scoperta o messa a punto è attribuita all’inglese Frederick Scott Archer attorno al 1850 circa.

Tuttavia Frederick morì nel 1854, senza che avesse avuto il tempo di brevettare la sua invenzione tanto meno assistere all’incredibile successo che ebbe.

Il processo fu in seguito brevettato da James Ambrose Cutting di Boston e rimase di pubblico dominio in tutto il mondo prendendo il nome di “ambrotipo” dal nome di Ambrose e dal greco ambrotos, immortale.

Solo qualche anno dopo si diffuse una variante del processo detta ferrotipo o ferrotype o ancora tintype. L’unica variante era il supporto, venivano utilizzate lastre di ferro, latta o alluminio, da cui appunto il nome ferrotype.

Il procedimento era basato sul collodio, che miscelato con dei sali veniva steso su di un vetro. Prima dell’asciugatura, si immergeva la lastra di vetro in una soluzione a base di nitrato d’argento. A questo punto, la lastra era pronta per essere esposta, cosa che richiedeva tempi piuttosto lunghi, da pochi secondi a qualche minuto, a seconda della luce disponibile. Tutto il processo doveva essere completato prima che la lastra asciugasse. Dopo l’esposizione si passava allo sviluppo, la caratteristica della tecnica al collodio umido (ancora oggi in uso per alcuni amatori di tecniche fotografiche ottocentesche) è il fatto che la sensibilità della lastra era ottimale solo quando lo strato di collodio era ancora bagnato, ciò richiedeva una particolare abilità dei fotografi,che erano costretti a lavorare nei pressi del loro studio fotografico per evitare che la lastra seccasse e che i tempi di esposizione crescessero esponenzialmente.

 

 

 

Il procedimento è il seguente:

  • la lastra (di sovente erano usate quelle di vetro) veniva pulita con particolari miscele base di farina fossile e alcool etilico)
  • si spande sulla lastra il collodio contenente potassio ioduro e potassio bromuro (o NH4I e NH4Cl)
  • si attende che il collodio si rapprenda e si immerge la lastra in una soluzione di AgNO3 per 3-5 minuti
  • si mette a fuoco l’immagine sul vetro smerigliato sul fondo della fotocamera
  • si pone la lastra nello chassis della macchina fotografica (per lo più banchi ottici particolari, a soffietto) e si espone per un tempo che dipende dall’illuminazione
  • si ottura l’obbiettivo e si sviluppa la lastra in una soluzione di pirogallolo (1grammo in 1 litro) o acido gallico (oppure in soluzione di solfato di ferro II o in soluzione di cianuro di potassio (KCN – Tossico).
  • si fissa la lastra in soluzione diluita di iposolfito di sodio Na2S2O3.

 

 

Il collodio umido è un processo fotografico “alchemico”, le variabili e le varianti sono molteplici.

Non si doma, si cerca di gestire nel miglior modo possibile ma ogni risultato finale non potrà mai essere uguale ad un altro, solo la tanta pratica e l’infinita pazienza permettono di comprendere a fondo il processo.

 

 

Ok, questo dal punto di vista chimico, Dennis, che ci dici delle situazioni di ripresa, luce tempi di scatto, sensibilità ?

Il collodio fresco (da appena fatto a 2 mesi) ha una sensibilità di 3 ISO

Il tempo di posa/esposizione varia in relazione a più fattori.

Ambiente luce colore pelle e colore abiti.

 

 

Il collodio è sensibile solo alla luce fredda, con una temperatura colore che va dai 5200 ai 6400 gradi Kelvin, il collodio umido ama follemente gli UV e la fonte di luce migliore è il sole, il tipo di sorgente può essere diverso, neon, led ecc. basta che rientri in questa scala di temperatura. Ovviamente il risultato cambia in base alla tipologia di fonte usata. Io uso due set di illuminazione, 3 Falcon Eye con lampade a spirale, oppure 3 lampade con tubi a fluorescenza al neon, luce fredda da 5600 gradi Kelvin. In studio scatto con circa 4000w di luce continua. Lo schema luce solitamente é composto da due lampade una di sfondo schiarita soggetto posteriore e la principale laterale frontale, ovviamente di schemi luce ne esistono moltissimi. Il tempo di posa varia in base alla quantità di luce usata.

Come ottica uso un Hermagis Petzval lens 300mm f4,5 del 1879 per tutti i lavori che faccio. La mia fotografia al collodio umido è prettamente fatta di persone, sono molto legato alla ritrattistica in studio o ambientata. L’unicum dell’opera legato al soggetto ritratto mi regalano ogni volta, oltre allo stupore perenne, sensazioni bellissime e mi fanno amare questa tecnica sempre di più.

 

 

Le fotocamere per riprese al collodio

Dennis usa per il collodio solo Macchine Fotografiche Bomm, afferma che non c’è di meglio. Sono progettate e costruite artigianalmente in modo eccellente da Massimiliano Acanfora, insieme a Manuel Benetti, mio carissimo amico da oltre 30 anni. In pochi anni le Boom cameras sono diventate internazionalmente conosciute tra i fotografi che adottano il banco ottico. Grazie a rapporti di collaborazione tra Massimiliano e i fotografi, le sue creazioni evolvono in continuazione e vengono personalizzate per adattarsi al meglio alle esigenze particolari dei singoli fotografi. In particolare alcune macchine come la Quadra o la V1212 – Pentafolium sono nate in collaborazione con Dennis Ziliotto.

 

 

Massimiliano parlaci delle fotocamere per il collodio…

A me piace usare il termine Macchine, può talvolta essere ritenuto improprio ma è a mio avviso piuttosto azzeccato: si tratta di Macchine, oggetti meccanici atti a svolgere un compito. Fin dagli albori della fotografia sono state l’altra metà della mela, il filtro tra l’idea della foto e la foto stessa. Dalla loro consistenza e dalla loro realizzazione dipende l’esito finale. Quelli che sono i criteri fondanti alla base della realizzazione di un banco ottico, robustezza e affidabilità, sono ancor più importanti nella fotografia al collodio umido, dove i tempi di posa sono piuttosto lunghi e gli obbiettivi spesso piuttosto pesanti e sbilanciati.

Ne consegue che le parti che attuano i movimenti dovrebbero essere possibilmente scevre di gioco meccanico e che la standarta anteriore sia più resistente possibile.

 

 

Questo in parte è agevolato dal fatto che nella maggior parte dei casi la fotografia al collodio si applica nel campo della ritrattistica e principalmente in studio, dove è abbastanza facile ruotare, alzare o abbassare la fotocamera per comporre l’inquadratura, relegando alla standarta posteriore il ruolo di correggere inclinazioni o operare selettivamente sullo sfuocato. Significa che la standarta anteriore nella maggior parte dei casi è fissa, deve essere marmorea.

Le macchine per collodio realizzate nei primi del ‘900 , se tenute con un minimo di cura, ai giorni nostri svolgono egregiamente il loro lavoro. I problemi sorgono in caso di contaminazioni e ristagni di chimica: non è raro trovare cremagliere storte a causa di rigonfiamenti del legno, come anche porzioni di meccanica le cui viti risultano divelte. La maggior parte delle realizzazioni di quegli anni era ineccepibile, al giorno d’oggi è solo possibile migliorarle utilizzando oculatamente i materiali disponibili, ad esempio nelle parti ove occorre il minimo attrito.

Altra componente importante e che necessita attenzioni particolari è lo chassis. Questo è ovviamente il tallone di Achille di ogni realizzazione: con tutte le cure del mondo non può durare secoli. Si potrebbe fare in materiali plastici e personalmente ne ho realizzati alcuni; tuttavia lavorando nel mondo delle fotocamere di artigianato la mia materia è il legno massello. Alcune accortezze realizzative prolungano comunque la vita degli chassis, come l’utilizzo di materiali plastici per le riduzioni porta-lastra e sicuramente un attento utilizzo delle chimiche, una pulizia nel processo che del resto è parte fondamentale del processo al collodio stesso. Accortezze come non lasciare in verticale lo chassis mentre si ricontrolla la composizione ma riporlo in piano, evita che il nitrato di argento eventualmente in eccesso vada a riempire le gole nelle quali scorre il volet, o peggio, la sede della trappola di luce.

 

 

Nel campo della costruzione delle Macchine fotografiche per il grande formato si potrebbe pensare che ormai sia stato inventato tutto; fortunatamente trattandosi di prodotti unici c’è invece la scelta di progettare con gusto un oggetto funzionale.

Il legno aiuta molto in questo, rendendo ogni macchina unica.

Ciò che lasci in dono al fotografo è la passione con cui l’hai pensata, realizzata, con l’augurio che possa essere fonte di ispirazione un po’ come certe macchine che ti facilitano il lavoro rendendotelo piacevole.

Ma sono solo Macchine, da riempire di idee.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

Dennis Ziliotto

 

 

 

 

 

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