Un giorno di Pasqua di tanti anni or sono, ero a Riofreddo (provincia di Roma, ma vicino all’Abruzzo). I miei avevano comperato una casetta con giardino lì, ci si andava ogni w-e, per le feste di Natale e Pasqua, per le vacanze estive che a quei tempi duravano sino a quando regolari ogni pomeriggio iniziavano a cadere grossi goccioloni di inizio settembre e di lì a poco un acquazzone.
C’erano gli uomini dalle cappe rosse negli ultimi banchi in chiesa. Vestiti di tutto punto per partecipare alla processione, ricordo che il portone enorme della chiesa era socchiuso, un raggio di luce preciso illuminava la collottola di un anziano. Era una mappa geografica di terre aride, la cappa di un rosso slavatino gli doveva essere derivata da un qualche antenato. Sotto la sua tunica era in cotone bianco, di quello grezzo di una volta, ma bianco terra.
Alla fine della messa ci fu la processione, con le bambine vestite da angioletti e i bambini con una fascia blu a tracolla, quasi dei soldatini. La processione scendendo per il paese faceva un cerchio, lambendone i limiti esterni. Giunta al curvone più lontano iniziarono botti tremendi all’esatto passare della madonna.

Tornato a casa dopo la processione mamma mi diede l’incarico di portare un piccolo omaggio a Filomena, una donna anzianotta, a tutto tondo, energica, ci faceva le tagliatelle e aiutava un poco in casa. Suo marito da bravo contadino ci manteneva l’orticello.
Quindi andai, con la raccomandazione di non accettare nulla da mangiare, dato che poi a casa si sarebbe fatto il pranzo di Pasqua. Mi accolsero che c’era il camino acceso, un odore sembrava calare denso dalle travi in legno del soffitto. Calava sulla tavola, su una enorme zuppiera esaltando il profumo dei sagnozzi (specie di spaghettoni irregolari, fatti a mano di sola acqua e farina) al sugo di baccalà.

Vi è mai capitato di essere invitati a mangiare qualcosina in famiglie di paese? Beh allora sapete che non è possibile trovare scuse, rifiutare. Che prelibatezza, me li ricordo come uno dei cibi più buoni mai assaggiati! A pranzo a casa mangiai poco. Grande fortuna per me aver passato la preadolescenza a Riofreddo.
Non del tutto facile, mi dovetti conformare agli usi e costumi dei ragazzini locali. Così ai giardinetti un altro giorno stavo dialogando con uno di loro. Ad un certo punto tirò fuori la fionda, prese una breccola dalla tasca, tirò gli elastici dalla pezzuola, mirò, rilasciò, uccise un uccellino. “Nooo -esclamai io- che hai fatto?” Lui a andò a raccogliere la preda, l’accarezzò… “sapessi quanto son buoni, me li cucina la nonna”. Io muto.
Era così la vita in paese, ai tempi non c’erano vegani che venivano in vacanza. Ricordo un maiale urlare mentre veniva spinto dal suo porcile all’ammazzatora che si trovava al lavatoio. Aveva capito. Ricordo l’acqua del torrente diventare rossa. Ricordo le galline alle quali veniva torto il collo, appese a testa in giù, gli occhi bucati per dissanguarle bene, le gocce che cadevano in un catino smaltato. Tutto ciò immagino faccia un po’ impressione a chi è abituato a vedere pezzi di carne nelle vaschette in vendita al supermercato. Eppure venivano trattati con ogni cura, con affetto e rispetto gli animali, ognuno aveva il suo scopo e il suo destino. Il mulo faceva il mulo da soma.

Io e Lello, figlio dell’idraulico, elettricista, improvvisato suonatore di armonium in chiesa e altro, passavamo il tempo giocando nella bottega di suo padre, tra pezzi di latta, forbicioni enormi per tagliarla, fiamma ossidrica, incudine, martelli di ogni dimensione, cavi elettrici e quant’altro.
Ogni tanto si affacciava Giacinto, il barbone del paese, chiedeva benzina per il suo accendino. Un classico Imco di latta, antivento, puzzava all’accensione come gli zippo. Gli serviva per accendere la pipa, ci fumava dentro muschio secco, cicche di sigarette e chissà cosa altro.
Era un signore, cappello a falda media, malconcio e polveroso, giacca e il resto tra l’odoroso e il corroso. Ero troppo piccolo ovviamente per fotografarlo. Molti anni dopo ebbi l’onore di conoscere vari altri barboni, fotografandoli. Gilardi diceva: “Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati.” È solo questione di rispetto, di confidenza reciproca, di avere un perché.

Tutto ciò per dire che certe tradizioni contadine hanno millenni di storia, sono modi di vivere e vera cultura, tramandata ancora oralmente di generazione in generazione. Per entrarci in contatto bisogna lasciarsi alle spalle la propria cultura cittadina. Non è che si possa fare in qualche ora, andando in gita per vedere una processione. Molto pittoresco eh, salvo fare gli schizzinosi in certe situazioni!
Per fare fotografie a km zero come quelle di Stefano Pia, si deve appunto vivere a km. zero, forse non sono fotografie per tutti gli osservatori, c’è un bellissimo contatto con la vita vera, grande poesia.

Lascio a Stefano il raccontarsi.
Ho 46 anni anni e ho iniziato a fotografare dal 2004. La mia carriera fotografica quindi è più che maggiorenne. Sono sempre stato attirato delle arti espressive. Da piccolo scrivevo, a 16 anni suonavo e componevo canzoni con una band rock ma forse è stato con la fotografia che ho scoperto il modo più credo a me più attinente per esprimermi. In tutti questi anni, grazie alla fotografia è stato come aver fatto un viaggio alla scoperta di me stesso.
All’inizio, complice anche l’insicurezza, l’approvazione esterna era molto importante ma con il tempo ho capito quanto siano potenti le fotografie “sentite” quelle fatte con il cuore, e per fare questo tipo di immagini l’unica soluzione è di imparare a guardarsi dentro.
Così piano piano ho iniziato a puntare l’obiettivo in un luogo a cui io tengo tanto, il mio paese, Mogoro, un piccolo centro di 4000 abitanti tra le colline della Marmilla, in provincia di Oristano. È un luogo come tanti in Sardegna, snobbato dal turismo di massa perché non è sulla costa e privo di bellezze iconiche e quindi apparentemente semplice e banale.
Ma non è qui, nella semplicità che si trova la più pura poesia? Io sono convinto di sì! Ed è qui, su questo punto che oggi si concentra la maggior parte dei miei lavori fotografici. All’inizio non è stato facile. E’ molto difficile trovare “la bellezza” in un luogo dove hai sempre vissuto, questo ovviamente ti porta a dare tutto per scontato con una visione critica molto ossidata. Famosa è la frase di Joseph Koudelka “Quando vivi in un luogo a lungo, diventi cieco perché non osservi più nulla. Io viaggio per non diventare cieco”.
Piano piano, puntando su questa idea e cercando di trasformare il mio sguardo da indigeno a sguardo straniero mi si è aperto un mondo che mi sta regalando tante soddisfazioni. Pensavo inoltre che questo tipo di fotografia, che a me piace chiamare a Kilometro Zero, si finalizzasse solo ad un progetto fotografico, ma non è stato cosi.
Ad oggi ho pubblicato due libri, “Kilometro Zero” e “Non è l’America” e ad altri diversi lavori sono in cantiere. ‘Kilometro Zero’ è un viaggio di 360 ° gradi su Mogoro, dalla vita paesana a quella della campagna mentre ‘Non è l’America ‘si concentra sulla vita quotidiana di piccole aziende agricole a conduzione familiare che per molti aspetti mi hanno ricordato i lavori dei fotografi della grande depressione americana come Dorothea Lange e Walker Evans e da qui il titolo del lavoro.
Non so dove questo mi porti, ma sono felice di raccontare il mio territorio e la mia gente. Sono orgoglioso di lasciare ai miei posteri un ritratto socio culturale del mio paese. Questo per me è molto importante.
Dopo tanti anni di fotografia in bianco e nero sto cercando di passare al colore, questo passaggio non è per niente facile ma proprio per questo molto interessante. E’ un po’ come ri-iniziare da zero.
La fotografia per me non è un lavoro, forse visto i tempi è anche una fortuna, ma credo che chiamarmi fotoamatore è riduttivo perché questa forma espressiva più che una semplice passione per me è diventato uno stile di vita. Anche lo studio quotidiano per me è molto importante, come in qualsiasi disciplina, “l’allenamento” deve essere costante perché non si finisce mai di imparare.
Lo studio degli autori del passato che hanno fatto la storia della fotografia va abbinato a quello sugli autori contemporanei e ai giovani emergenti che ogni giorno invadono i concorsi di fotografia con lavori incredibili! Un errore comune a parere mio è quello di rincorrere primati da “miglior fotografo” perché è una perdita di tempo che non porta da nessuna parte. A nessuno (a parte tua madre forse) importa se sei il più bravo o la più brava ma conta l’intensità dei lavori che produci, conta il messaggio che questi danno ai fruitori degli stessi. Oggi più che mai abbiamo bisogno di fotografia vera, empatica e semplice, ma come in tutte le forme d’arte, l’importante è che sia espressione libera!
Inoltre non posso che parlare di un’altra avventura che, insieme al mio amico Vittorio Cannas, mi accompagna da ormai 15 anni, l’organizzazione del BìFoto Fest. (Bì deriva da Biri, che in Sardo significa vedere). Il BiFoto è un festival di fotografia nato nel 2011 e si svolge a cadenza annuale sempre nel paese di Mogoro. Dopo la prima edizione, dove sono stati esposti lavori di fotografi della zona abbiamo ospitato autori di fama nazionale e internazionale. Nei primi anni le mostre sono state esposte all’interno di un centro fiera ma dal 2018 tutte le mostre sono esposte all’esterno nelle strade del centro storico facendo del nostro paese una vera e propria galleria a cielo aperto.
Oggi chi passeggia per Mogoro non può non visitare le oltre 40 mostre esposte. E’ una piccola rivoluzione culturale, ci piace chiamarla così!
Non mi resta che dire che a me la fotografia, forse non ha salvato la vita, ma mi aiutato tanto a renderla, per me, speciale.
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