Ripercorro la vita di alcuni celebri fotografi italiani, sintetizzandola tra AI e Wikipedia.
- Mario Giacomelli (1925) Nasce da una famiglia di umili origini contadine, ebbe due sorelle. Le sue origini resteranno un aspetto che terrà custodito nell’animo come marchio di appartenenza. Rimasto orfano a 9 anni abbandonò gli studi iniziando ad aiutare la famiglia come garzone presso la Tipografia Giunchedi (aveva soli tredici anni), sua madre faceva la lavandaia all’ospizio di anziani della città.
- Ugo Mulas (1928) Nel 1948 dopo il liceo classico si trasferisce a Milano dove lavora come istitutore per mantenersi agli studi di giurisprudenza. Fra il 1951 e il 1952 si iscrive a un corso serale di disegno di nudo all’Accademia di Brera e inizia a frequentare il bar Jamaica, luogo di ritrovo di intellettuali e artisti. Terminati gli studi decide di non laurearsi “perché temevo che mi sarei lasciato condizionare per sempre, ho preferito rischiare di fallire, di diventare uno spostato, uno senza mestiere”
- Mario Dondero (1928) Non ha completato studi accademici tradizionali. La sua formazione è stata prevalentemente sul campo, legata all’impegno sociale. Giovanissimo partigiano nella Val d’Ossola, si è accostato molto presto al giornalismo, prima scritto poi fotografico, iniziando a collaborare nei primi anni Cinquanta all’Avanti!, l’Unità, Milano Sera, Le Ore. Anche lui frequentava il bar Jamaica.
- Tano D’Amico (1942) Giornalista professionista e fotoreporter, filicudaro di nascita e romano di adozione, collaborò con Il Manifesto e La Repubblica. Ha realizzato reportage su carceri, manicomi, rom, e ha documentato le manifestazioni di piazza a partire dagli anni sessanta. Si iscrisse all’Università Cattolica facoltà di Scienze politiche, “anche se alla laurea non sono mai arrivato, non chiamarmi dottore”.
- Gianni Berengo Gardin (1930) Ha completato gli studi classici a Venezia, non proseguì con Università, preferendo trasferirsi a Parigi, dove lavorò come cameriere e receptionist in un albergo. In quel periodo iniziò a coltivare la passione per la fotografia. Ha successivamente ricevuto una laurea honoris causa in Storia e critica dell’arte dall’Università Statale di Milano. Ha lavorato e stampato in proprio in camera oscura per circa quarant’anni. Considerava la fotografia un lavoro puramente artigianale
- Uliano Lucas (1942) Studente al Convitto Scuola della Rinascita Lucas, dimostrò presto di non essere portato per la vita ordinata del Convitto. Venne espulso dall’istituzione scolastica con la motivazione di “studente indisciplinato” A sedici anni incominciò a frequentare il Bar Jamaica di via Brera a Milano e il Bar Genis allora crogioli di idee e progetti innovativi che coinvolgevano intellettuali, artisti, giornalisti e fotografi. Da queste frequentazioni nacque in Lucas la passione per la fotografia, praticata come fotoreporter freelance.

100 anni di bar Jamaica, 100 anni di fotografia. Potrei continuare così, arrivando ai fotografi attuali, in sostanza molti furono e sono impegnati politicamente e nel sociale, senza aver mai portato a termine approfonditi studi accademici.
Ho citato solo alcuni fotografi che riconosciamo importanti in Italia, stava iniziando nell’immediato dopoguerra il boom di giornali e riviste, si protrasse sino agli anni ‘80.
Le edicole in quegli anni pullulavano di riviste in ogni settore che potesse garantire vendite sufficienti. Decine di testate erano dedicate all’informatica, agli home computer e ai videogiochi, ma uscirono riviste di ogni genere, comprese bizzarre collezioni Hachette e De Agostini.
Io stesso in quegli anni, oltre a scattare foto pubblicitarie per i dépliant di campeggi e villaggi turistici collaboravo a Caravaning (poi Caravan&Camper), Amici miei (dedicata ai pets), Penne ed articoli per scrittura, VilleGiardini, Giardini e altro. Normale lavoro, mi permetteva di portare avanti ricerche personali.
Gli editori delle riviste più importanti erano a Milano, tuttavia anche a Roma c’erano numerose redazioni ed editori. Collaborare con Villegiardini non era facile, dopo primi colloqui ed accordi successivi che mi costarono viaggi a Milano, iniziai a mandare le mie proposte per posta allegando piccole stampe 10×15 a colori. Non esistevano mail e digitalizzazione delle immagini.
Ero già fortunato, per chi viveva lontano da Milano o Roma la collaborazione a riviste era praticamente impossibile. Fare il fotografo era una normalissima professione, senza particolari velleità di diventare famosi, eppure assorbiva una marea di fotografi autodidatti e di redattori non iscritti ad alcun albo. Negli anni ’80 in Italia non esistevano lauree o accademie statali di fotografia, la formazione professionale avveniva tramite istituti privati specializzati, corsi regionali, scuole d’arte private, per lo più i professionisti erano autodidatti, al massimo erano andati “a bottega” da fotografi già affermati.
Tuttavia verso la fine degli anni ‘80 iniziarono le prime avvisaglie di una crisi della carta stampata e delle riviste che emerse in modo evidente nei primi anni 2000. Fu determinata da varie concause: dalla diffusione di Internet e del web, dalla frammentazione dell’informazione, dal mercato pubblicitario in mano pochissime agenzie, dai costi di distribuzione, dai costi della carta e altro.
Gli analisti stimano che entro il 2040 i giornali cartacei potrebbero scomparire a livello globale. Le edicole in Italia in 20 anni sono diminuite di oltre il 40%. In circa 5.000 comuni italiani non ci sono edicole, sopravvivono per lo più piccoli negozi che oltre a giornali e riviste cartacee vendono anche giochini ed articoli vari.
Resistono ancora benino 10-15 riviste di gossip e “La Settimana Enigmistica”, non meravigliamoci di un diffuso analfabetismo funzionale di ritorno, penso sia un fenomeno irreversibile, coinvolge in modo pensante la professione di fotografo.
Quanto guadagna attualmente un fotografo in Italia? Interrogo la AI e risponde: Lo stipendio medio di un fotografo in Italia varia indicativamente dai 15.000€ ai 35.000€ LORDI annui, con una tariffa oraria che oscilla tra i 40€ e i 150€ a seconda dell’esperienza.
Lungi da me il volere fare studi di settore, più o meno la situazione è questa. Nulla di cui meravigliarsi se molti fotografi non vivono vendendo le loro foto, sono costretti per sbarcare il lunario a condurre Workshop, corsi o insegnare in scuole di fotografia. D’altronde già A. Gilardi diceva: la fotografia la insegna chi non la fa” o qualcosa del genere.
L’informazione online ha sostituito i giornali cartacei con aggiornamenti in tempo reale e gratuiti, fruibili comodamente su smartphone e PC. I grandi inserzionisti pubblicitari hanno spostato i budget dalla carta ai giganti del web (come Google e Meta), distruggendo il modello di business tradizionale degli editori. Su YouTube la pubblicità è il motore principale per sostenere i creatori di contenuti, la loro frequenza è gestita automaticamente, se si vogliono evitare interruzioni, è necessario abbonarsi a YouTube Premium.
Attualmente la fotografia viene da alcuni anni insegnata in vari e diversi corsi universitari, all’Accademia di Belle Arti e, ancella della produzione video e cinematografica, in istituti statali come il IISS Cine-Tv Roberto Rossellini e la Scuola d’arte cinematografica Gian Maria Volonté, centro di alta formazione della Regione Lazio dedicato alle professioni del cinema. Pare che almeno per ora il modo delle immagini in movimento sia ancora percorribile, non senza difficoltà ed enorme impegno personale. Ne ho parlato tempo fa in articoli con Ludwig Ferrante e con Ilaria Mauri

È un triste paradosso, attualmente si può studiare per anni fotografia ma nel reale il lavoro, almeno in Italia, è scarsissimo, spesso sottopagato. Vero è che lo studio della fotografia in ambito accademico include attualmente metodo e strategie per trovare lavoro, e che per l’editoria estera o editoria molto specializzata il lavoro ancora si trova, con molta ricerca personale.
Così è per Luigi Avantaggiato, laureato all’università col prof. Giacomo Daniele Fragapane, che vende all’estero servizi incentrati su ambiente e nuove tecnologie.
Insomma è un poco come studiare (ed insegnare) l’arte necessaria per diventare un abilissimo ciabattino che opererà in un mondo di scarpe industriali usa e getta, però la passione e passione, (s)fortunatamente ha poco di razionale.
E tuttavia, come afferma Carlo Arturo Quintavalle in una recente intervista, la fotografia va studiata a livello sia di comunicazione che antropologico, analizzando modi di vivere, di pensare , in costante evoluzione, studiandone i territorio sia fisico che mentale… “ il guaio della fotografia è che non c’è ancora una formazione universitaria neanche lontanamente paragonabile all’arte e dentro alla fotografia c’è ancora una quantità di improvvisatori terribile. Gente che non sa, tutto qui, e che scrive. Non si può fare storia della fotografia senza storia dell’arte, perché la fotografia vive in una tradizione di immagini che è pluri-millenaria. Se il tuo cervello non ha immagazzinato qualche decina di migliaia di immagini del passato tu non capisci niente delle immagini del presente”.
Tutto ciò riguarda da una parte l’insegnamento della storia della fotografia, e dall’altra l’apprendimento e la pratica nella professione. È quanto meno curioso rilevare come i nostri più grandi fotografi siano stati spesso anti-accademici, come si può leggere in incipit nella breve bio di Ugo Mulas.
L’aggettivo “accademico” ha spesso, da innumerevoli anni, un’accezione spregiativa, significa formale, freddo, manieristico, anche se stilisticamente perfetto. Sappiamo bene quanti movimenti artistici si siano affermati operando in antitesi al mondo accademico. Mario Giacomelli sebbene non abbia fatto studi accademici, dovette distaccarsi dal Gruppo Misa, guidato da Giuseppe Cavalli, per sviluppare un linguaggio personale e anticonvenzionale. Tuttavia non è motivo del tutto valido per escludere lo studio a livello accademico dalla nostre conoscenze teorico/pratiche del resto il rapporto tra arte e fotografia ( da quando è stata inventata) è biunivoco.
Non si può parlare di impressionismo senza ricordare che fu Nadar a lanciarlo, organizzando la prima esposizione di amici pittori impressionisti nel suo atelier, come non si può parlare di preraffaelliti senza citare la fotografa Julia Margaret Cameron, dilettante e autodidatta, orgogliosa del suo status: essere una fotografa professionista del diciannovesimo secolo voleva dire seguire i canoni e allo stesso tempo essere limitati. Preferiva essere libera in modo da poter interpretare il mondo secondo le proprie prospettive.
Ovviamente non sono fotografia ma possono assumere valore apparentemente documentale, asseverando visivamente quanto riportato in articoli giornalistici annessi per raccontare una verità magari del tutto inventata. In definitiva le immagini generate in AI sono opere testuali solo sinteticamente letterarie dato che si basano su un vocabolario assai povero di parole, tuttavia potentissimo.

Si diceva che una immagine vale più di mille parole, attualmente un prompt di poche parole è sufficiente a produrre una immagine per lo più assolutamente credibile. Un testo “visivo” viene affiancato a un testo scritto per produrre informazione.
L’AI non è di per sé “creativa”,non possiede ( e sembra non potrà mai possedere) coscienza ed intenzionalità. Però può generare risultati “originali” rielaborando dati preesistenti, sia come assistente nel processo creativo, sia per generare immagini riferite ad una realtà che può essere del tutto inesistente e tuttavia risultare visivamente credibile. Per queste ragioni è estremamente pericolosa o si frequenta il dubbio o si crede a tutto.
In passato la nascita della fotografia ha spinto l’arte pittorica ad evolversi, nel presente le immagini generate in AI spingono la fotografia ad evolversi, vivendoci dentro ancora non possiamo ipotizzare in che verso e direzione.
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