Forma e Sostanza in Fotografia

Ricordo anni or sono un amico fotografo.

L’Assessore alla Cultura della cittadina si avvicina alle foto esposte, si sofferma, gli dice: “complimenti, che belle cornici!”

Un aneddoto che rimase epico tra amici. Eppure le sue foto erano belle, anche buone, forse lo sbaglio fu che le cornici erano troppo belle. Forma e sostanza…

 

“Ventiquattromila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili

Alimentando voglie e necessità

Voglio ciò che mi spetta, lo voglio perché è mio, m’aspetta…”

C.S.I. – Forma e Sostanza

 

 

© Giorgio Rossi

 

Andando più nel serioso ne disquisirono Platone ed Aristotele. In filosofia il termine forma è solitamente contrapposto a materia o contenuto. Il concetto risale alla filosofia greca antica che usa i termini μορφή (morphé, forma sensibile), σχήμα (skhēma, modo in cui una cosa si presenta), είδος (èidos, forma intelligibile).

Sostanza: [οὐσία] è il sostrato [ὑποκείμενον], il quale, in un senso, significa la materia (dico materia ciò che non è un alcunché di determinato in atto, ma un alcunché di determinato solo in potenza), in un secondo senso significa l’essenza e la forma (la quale, essendo un alcunché di determinato, può essere separata con il pensiero), e, in un terzo senso, significa il composto di materia e di forma.

 

© Giorgio Rossi

 

È molto interessante questo terzo senso. Pare significare che materia e forma sono inscindibili, sono ciò che dona sostanza a un manufatto, nel nostro caso a una fotografia, o a un progetto fotografico. Quanto c’è di forma quanto c’è di contenuto in un nostro lavoro? Vai a sapere probabilmente per l’autore è cosa difficile da determinare. È una questione anche di punti di vista, l’autore è sempre troppo coinvolto, chi critica non sempre obiettivo. Ai tempi delle origini il fotografo era artefice e artigiano, a lui era demandato l’onere e il piacere di portare avanti materia e forma sino ad arrivare al fotografia finita.

Io sono figlio di un epoca successiva, quando il fotografo era ormai diventato professionista, la fotografia un’industria fiorente che coinvolgeva molti settori, partendo da quel famoso “Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto” sino ad arrivare sulle pagine patinate di un  mensile, di un libro, di un dépliant.

Il fotografo pensava a riprendere correttamente un soggetto, la materia. Spettava per lo più ad altri il conferire una forma alla fotografia. C’era un referente, un committente, aveva sempre ragione. Un grafico impaginando dettava la forma finale ad una immagine. Le fotografie venivano consegnate in diapositiva per periodici o dépliant. I reporter, almeno quelli un poco affermati, consegnavano i provini o i rullini  B/N ancora da sviluppare ad agenzie o quotidiani. Era un lavoro diviso per settori, raramente il fotografo si occupava di tutto il processo, sino ad arrivare alla finalizzazione di una immagine.

In genere, non lavorando per editori o agenzie,  l’osservatore finale poteva essere un parente o qualche caro amico, rarissimi erano i fotografi che esponevano. Chi pubblicava per lo più non aveva alcun feedback da parte dell’osservatore finale, era come gettare un sasso in fondo a un pozzo, solo il commettente poteva dire se le tue foto andavano o non andavano bene.

 

© Giorgio Rossi

 

È più o meno frutto di quell’epoca il famoso aneddoto raccontato da Gianni Berengo Gardin: “Quando sono arrivato qui, ancora alle prime armi, andai a trovare Ugo Mulas, che era già il grande fotografo che conosciamo tutti. E mentre mi mostrava le sue foto, io una dopo l’altra commentavo: “bellissima”, “bella, bellissima”. E lui: “Se dici un’altra volta bellissima ti caccio via, perché mi offendi”. “Ma cosa devo dire, allora?”. “Buona. Perché la foto bella può essere tecnicamente a posto, piacevole, però può non raccontare niente. La buona fotografia può essere mossa e sfocata, ma racconta, parla. L’importante è fare buone fotografie”. In fondo è ancora il dibattito aristotelico tra forma e sostanza.

Credo però vada riferito a quel periodo, quando come detto il fotografo non era responsabile fino in fondo della forma, e di conseguenza contava per lo più la sostanza, quello che c’era nell’inquadratura ripresa. Tuttavia per mia deformazione personale penso che ancora e sempre sia il contenuto a determinare la riuscita di una foto, e di conseguenza quello che viene incluso in una inquadratura. Quello che c’è in inquadratura c’è, può essere migliorato conferendo alla fotografia una “forma” opportuna,  ma quello che non c’è non c’è e non può essere aggiunto se non barando.

 

© Giorgio Rossi

 

Oggi la situazione è apparentemente diversa. In un certo senso il fotografo è tornato alle origini, ha di nuovo il dominio sul suo operato dal momento dell’ideazione al momento della stampa finale o della post-produzione per postare una immagine su un social. Si pubblica una foto su Fb e qualche minuto dopo è già stata vista da centinaia di osservatori, commentata testualmente, piovono i like.

A fronte di questa situazione vedo per lo più due reazioni. A volte c’è una più o meno consapevole ricerca di assenso, di like gratificanti,  si diffondono rapidamente anche mode e tendenze. È di moda e trendy scattare fotografie  di paesaggio con un 8mm e filtri come se non ci fosse un domani? È  di moda la fotografia in HDR? Si fa così. Le odierne fotocamere digitali consentono la desaturazione selettiva in un click? Benissimo. La tua fotocamera non lo consente, beh allora Salvatore Aranzulla ti insegna come farla in pochi click di Photoshop.

La ricerca della forma rischia di diventare impersonale. Sul lato opposto, per reazione, c’è una ricerca del tutto personale, intima, solipsistica.

 

© Giorgio Rossi

 

Mi è capitato di leggere a proposito di fotografia di architettura: ho tentato di “scongelare” la fredda contemporaneità costruttiva che si è manifestata oramai da parecchio tempo. Vorrei isolare il manufatto, ricostruirlo con l’anima e trasformarlo in un “soggetto vivente” che esce, appunto, dalla tua immaginazione esigente e profonda. La fotocamera, per me, non è più uno strumento di “rapina dell’attimo” ma semplicemente uno strumento di inizio per plasmare, successivamente, nella mente una realtà che è propria nella quale troveranno spazio le mie… “strutture mentali”

Un castello intellettuale bellissimo, giusto… però osservando il risultato finale non riesco a cogliere molto delle intenzioni del fotografo. Vedo la forma, non riesco a percepire la sostanza. Può essere che sia colpa mia, che io sia un insensibile. Mi torna alla mente un’affermazione di Gianni Berengo Gardin: Tranne qualcuno, i nuovi fotografi raccontano il loro personale.

Non sono un critico fotografico, mi piace però osservare in modo critico le immagini. Tendo in un certo senso a “decomporle”, ad eliminare mentalmente quello che per me è solo forma per cercare di capire, se al di là della forma, ci sia una sostanza, se il soggetto di una inquadratura  mi “comunichi” o meno qualcosa. Poi le ricompongo, cerco di capire se la forma sia idonea ad una eventuale sostanza. Mi capita ahimè spesso di constatare che la forma prevarichi il contenuto. Se lo esprimo in un commento mi più capitare di venire apostrofato : “hei tu chi ti credi di essere per giudicare!?! Come puoi giudicare senza conoscermi?!”

Beh non giudico, esprimo solo una opinione personale, sta all’autore della foto se mai giudicare  personalmente la validità o meno del mio commento.

 

© Giorgio Rossi

 

Probabilmente uno dei motivi dell’antitesi foto bella / foto buona dipendeva dai tempi, dal valore documentale che molti cercavano. Il bello è un concetto vago e personale, varia anche nel tempo, dipende dall’ambiente socioculturale. Il buono dipendeva dal fatto che una foto fosse funzionale al motivo per il quale era stata commissionata e sarebbe stata poi pagata.

Al dunque penso che le possibilità di post-produzione attuali ci possano portare a cincischiare troppo a lungo su un file, sia mentalmente che praticamente, agendo sui cursori di un software, perdendo magari il fine dello scatto. Va detto che in genere il tempo che intercorre  tra la realizzazione e  l’utilizzo finale di una foto o di una serie di scatti oggi è spesso dilatato. Capita non di rado di non saperne gestire la finalizzazione, di non vederla nemmeno lontanamente. Allora si seguono w/s o si chiama a consulto un esperto, il che ovviamente non è un male, almeno sin quando non si acquisisce una personale consapevolezza del proprio operato.

 

© Giorgio Rossi

 

Tuttavia penso che l’equilibrio tra bello e buono sia alquanto mutato in questi recenti anni. Il bello lo decide per acclamazione la cerchia di amici che frequentate, il buono alquanto spesso non può essere concretamente valutato. Per questo trovo valido il terzo senso al quale accennavo all’inizio di questo articoletto.

La sostanza di una immagine fotografica, il suo essere in qualche modo significativa o significante,  come risultato finale di un difficile equilibrio tra forma (estetica) e materia, il contenuto dell’inquadratura. Non facile, non facile. trovare tale  alchemico equilibrio. Fatto sta che ho provato a mangiare delle fotografie e non le ho trovate per nulla buone.

 

© Giorgio Rossi

 

Forse ci vuole un pizzico di sano  “take it easy” o il rassegnarci alla serendipity, magari cerchiamo una cosa e ne troviamo un’altra, e sopratutto bisogna provare! Provare, provare… tanto non siamo qui per chiudere il buco dell’ozono.

STAR WARS 8: Some Years After The Force Awakens, the Diffusion of Stupidity.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

© Giorgio Rossi

 

 

 

 

 

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