Di Viaggi, Racconti e Reportage. Giuseppe Conti

14/9/1972 concerto degli Who a Roma, c’ero.

 

People try to put us d-down (talkin’ ‘bout my generation)

Just because we get around (talkin’ ‘bout my generation)

Things they do look awful c-c-cold (talkin’ ‘bout my generation)

I hope I die before I get old (talkin’ ‘bout my generation)

This is my generation

 

Indubbiamente Peter Dennis Blandford Townshend aveva un modo tutto suo di “trattare” la chitarra. Måneskin? Boh! Su una cosa ho cambiato opinione, sono ormai quasi adulto (vecchio suona brutto)  e non spero di morire. Sono, come molti altri, nato a cavallo di due epoche. Quella analogica, scorreva tutto sommato lenta, quella digitale, in continua, rapidissima, evoluzione.

La prima pagina web del mondo fu aperta  il 6 agosto 1991 Tim Berners-Lee e il suo team di ricercatori la resero fruibile al di fuori del CERN il 23 agosto dello stesso anno. Da quel momento in poi tutto cambiò. Eravamo intrisi di musica, gli occhi inebriati da film “on the road”, fotografie. Un mix niente male. Si viaggiava in autostop, fruscianti. Chi aveva la fortuna di possedere un auto dava passaggi. Conoscere e conoscersi, prendere e lasciare, era il viaggio.

 

© Giuseppe Conti. Persone, colori – L’anima ucraina e l’ospitalità (18)

 

Ricordo il primo viaggio in treno a Parigi, 1976, in compagnia di una Pentax spf, 50 e 28mm, qualche rullino di pellicola B&W.  Due settimane ospite di un amico. Poi viaggi in autostop e finalmente in auto, canadese e molti stop, la mia mitica Dyane4 rasentava i 100km/h col vento a favore. Un mese di vacanza. Roma,Ventimiglia, Costa Azzurra,  attraversata in fretta per motivi economici, Paesi Baschi Francesi, Lande, Bretagna. Quando finalmente avevo raggiunto la Normandia e sarebbe stato stupendo attraversare la Manica era invece il momento di fare dietro front, tornare a Roma.

Una manciata di rullini di Ektachrome, un taccuino di viaggio compilato con scrupolo, tre servizi rivenduti al ritorno. Era abbastanza usuale, ok avevo già la famigerata  partita Iva, non l’avessi avuta avrei potuto venderli come prestazione occasionale. Diari di viaggio ne pubblicavano varie riviste, pagavano. Non molto ma pagavano, il sufficiente per rifarsi delle spese del viaggio e tornare l’anno dopo a partire. La faccenda dei servizi regalati a riviste per vedere il proprio nome pubblicato credo sia una leggenda metropolitana.

Si partiva più o meno all’avventura, il fine del viaggio era il percorso, non la meta.

 

© Giuseppe Conti. Quartieri periferici con case sovietiche_I Tram ereditati dal vecchio regime Cecoslovacco_Stazioni della metro (5)

 

Oggi come oggi il percorso non esiste più, esiste solo un punto di partenza e uno di arrivo. Tutto è prenotato via Internet anche mesi prima di partire, per spendere meno.  Certo si fotografa ancora, le schede SD permettono di memorizzare migliaia di scatti,   tuttavia alla fin fine sono ricordi piacevoli di vacanze, turismo, pensare di rivenderli come diari di viaggio o ancor peggio reportage, sarebbe assurdo.

Ne parlo con un caro amico, Giuseppe Conti.

Nato nel 1962 a Bergamo, inizi nella fotografia comuni a molti di noi nati in era analogica.

 

© Giuseppe Conti. Persone, colori – L’anima ucraina e l’ospitalità (13)

 

Mi racconta:

Una Rolleicord con il set per macrofotografia ed i filtri per le foto in bianco e nero mi hanno permesso di conoscere un mondo nuovo! Mio padre appassionato foto-cine operatore è stato tra i fondatori della vecchia foto club Bergamo e così molti dei suoi amici fotografi mi hanno insegnato il loro “mestiere”.

Dal famoso “Faustodel giornale Eco di Bergamo che girava la città con le sue reflex al collo ed il mono piede usato come bastone da passeggio, a Domenico Lucchetti, professionista e figlio d’arte che aveva uno splendido negozio in Piazza Vecchia.

Giocare con la luce e imparare a fissare momenti che hanno il tempo di un attimo sul supporto argentato dove durerà per sempre è stato il passo naturale… Ho allestito la mia prima camera oscura nel bagno bello dei miei genitori nonostante i rimproveri di mia madre e usato il Durst di papà per i miei primi lavori. Poi la scoperta delle diapositive! Finalmente un supporto che nel bene e nel male mi restituiva quello che mi prefissavo prima di scattare! Canon, Nikon fino alla F4, poi ho venduto tutto e ho scoperto le Leica, su consiglio di un altro amico fotografo in città,  e incredulo per la resa dei colori delle sue ottiche ho fotografato solo con quella: M6, Elmarit 28, Summicron 35 e Summilux 90. Leggero e felice! Ho provato a fotografare di tutto e sperimentato tutto. Lavori per Grafica e Arte di Bergamo con l’amico Marcello per un libro sui confessionali più belli della bergamasca. Infine,  dopo che la vita mi ha presentato conti salati da pagare, sono passato alle Fuji digitali ma sempre con l’idea della leggerezza trovata con le Leica.

 

 

I VIAGGI IN UCRAINA

Leggendo Gogol, libri storici sulla Rus’ di Kiev e conoscendo persone ucraine che lavoravano da parenti ho scoperto un mondo che per noi negli anni 90 era considerato tutta Russia: l’Ucraina. Viaggiare, provare nuovi cibi e scoprire un nuovo modo di vivere l’avevo sempre sognato e cercato, per fermarlo nel tempo, desideravo mostrare che al di là delle donne che qui lavorano esiste un Paese ai tempi completamente diverso dal nostro.
Cosi un estate del 2010 sono partito senza sapere nulla della lingua, senza cartine, (inesistenti) all’avventura. Anche i navigatori non avevano assolutamente l’Ucraina nelle mappe…

Quindi solo accompagnato da Gogol, dalle leggende metropolitane sul quel popolo ed i racconti delle persone che avevano lasciato la loro terra per trovare lavori più remunerativi. Così è iniziata l’avventura, immortalata prima con un Sony tascabile per timore delle storie sulle “terribili persone” che vi abitavano, poi con le Fuji e i primi amici del luogo, ospiti, guide, accompagnatori e accompagnatrici magari già state per lavoro in Italia o semplici amanti del chiacchierare con un’altra cultura. La conoscenza con un amico speciale, l’ex ambasciatore ucraino a Milano residente a Kyiv  (Kiev) che mi ha aiutato con la lingua, a conoscere le loro abitudini e la mia voglia di leggere e imparare e immortalare un altro modo di vivere sono stati fondamentali.

 

 

Desideravo costruire un racconto fotografico su quelle persone così vere e così rudi ma anche curiose, amanti dell’Italia per gli usi, le canzoni, i cibi e …gli italiani! Inutile dirvi che la luce in tutta Ucraina è diversa dalla nostra, vuoi per l’aria molto più pulita, vuoi per l’angolazione del sole. Differenza che ancor di più si percepisce andando in inverno.

Io ho avuto la fortuna di andarci tutti gli anni prima in auto e dal 2014 in aereo per vedere la capitale, per capire gli umori delle persone dopo la loro rivoluzione dei moti di piazza Majdan a Kiyv. Per fotografare l’enorme cambiamento che ha il territorio ucraino del sud ovest, rurale, di stampo europeo, ancora austro-ungarico, dovuto alle dominazioni con strascichi persino turchi nei territori dell’est, Kiyv e Kharkov principalmente russofoni, in cerca di un identità trovata dopo le rivolte di Kiyv.

 

 

Ho avuto il piacere di trascorrere in Ucraina l’autunno, il pieno inverno, il nostro ed il loro Natale, la fine anno che da loro non si chiama San Silvestro ma “ballo mascherato”, le loro festività ortodosse come la festa di Giovanni Battista il 19 gennaio.

Ora purtroppo anche qui si “sente” il clima teso perché troppo vicini alla guerra ibrida che i separatisti aiutati e riforniti dalla Russia nostalgica che rivorrebbe la “piccola Russia” sotto di sé, ha portato morte e tensioni nei territori del Donbas.

Pensate che i ragazzi del sud ovest nel 2010/2012 non sapevano leggere la loro lingua nazionale e tutti i documenti erano ancora redatti in russo! Solo dopo la rivolta le coscienze si sono trovate, la letteratura ucraina è tornata in ucraino e la loro lingua riconosciuta come nazionale e inserita nelle scuole e in tutti i documenti di stato.

 

© Giuseppe Conti. Uno dei memoriali a Kiyv per i caduti della Centuria Celeste_ Moti di piazza Majdan

 

Ma sto divagando e non è più un articolo sulla fotografia!

Tornando al discorso, le luci in Ucraina sembrano fatte apposta per essere scritte su supporti magnetici o pellicole!

Le persone sono il più delle volte gentili e pronte a cercare la parola soprattutto se ci si fa capire con un poco di inglese che si è italiani! (inglese ora viene  insegnato quasi ovunque in tante scuole private)

Ho fatto mio il motto:

“Per fotografare bene un Paese bisogna innamorarsene, concepire ogni foto come una carezza …. cogliere ogni raggio di sole come un suo sorriso …. il gorgoglio delle fontane come la sua voce, la sua canzone … i suoi vicoli come le sue braccia che avvolgono e abbracciano … non importa come si chiami… la gente è lì nelle pietre calpestate o che calpesti o calpesterai e che hanno voglia di raccontare a chi ha voglia di ascoltare.”

 

 

Le donne delle chiese ortodosse sono il fulcro del mio reportage, ma anche le costruzioni fatte dai sovietici, gli sterminati quartieri dormitori alle periferie delle grandi città, i mezzi pubblici e una cosa su tutte: la grande differenza dello stile di vita delle persone è tangibile.  Super ricchi con auto enormi e case ovunque, bellissime. I nuovi ricchi, figli di chi qui ci fa da badante o colf, che in Ucraina si sono costruiti la casa come si deve. Sino ad arrivare a coloro che hanno sempre vissuto vendendo fuori casa, o i più fortunati al mercato, i loro prodotti, o a quelli che  fanno i taxisti (liberi…) o gli autisti dei pulmini che hanno preso al balzo il business del trasporto delle badanti e loro suppellettili dall’Europa a casa loro.

Intercettati dalla polizia, dai doganieri alle frontiere, sempre alla ricerca di nuove strade per portare un pacco di carne affumicata, verdure, la panna acida, il “salo” a chi qui è considerato un extracomunitario.

Questo l’ho vissuto e ora, dalla casa in Bergamo dove sono obbligato, mi accorgo che in pochi anni tutto ciò è sparito. I visti sono liberi e non più venduti al mercato nero a povere donne o uomini che cercavano lavoro, i controlli alle frontiere sono diversi. Tutto si sta globalizzando. Anche quel mondo si è perduto ,così  le fotografie restano a raccontarci un decennio di transizione, di immagini di cose e persone che forse ora sono più europee  ma non più libere di spirito e senza invidie verso i più facoltosi come erano, più uguali a tutti noi. È un bene,è un male? È così.

C’è  chi sbraita  per una sua foto pubblicata in PhotoVogue Italia, a Giuseppe Conti ne hanno pubblicate circa 250.

Qui ne trovate una interessante selezione dato che su Photovogue attualmente non sono raggiungibili.

Bellissime tutte!

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

© Giuseppe Conti. Dal finestrino del treno

 

 

 

 

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