Di fotografia, di “esclusi i presenti”, di interpretazione del quotidiano, di giochi e di bimbi

Il monte era coperto di nubi e rimase tale per sei giorni consecutivi, ed il settimo Mosè si portò tra di esse e vi rimase per quaranta giorni e quaranta notti. E Mosé, tornato tra i suoi, disse “il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio, i dieci comandamenti (detti anche il decalogo, assèret hadibrot, ‘le dieci enunciazioni’) o le dieci parole, sono un insieme di principi biblici relativi all’etica e al culto che svolgono un ruolo fondamentale nell’ebraismo e nel cristianesimo, rivelati a Mosè sul monte Sinai e inscritti dal dito di Dio su due tavole di pietra, le Tavole della Legge, custodite nell’Arca dell’Alleanza.

Forse non è male leggere un poco a proposito. In fondo abbiamo appreso i dieci comandamenti a scuola durante l’ora di religione, ma non avevamo ancora un bagaglio culturale e di esperienze adatto per capire in modo critico il perché di  tali comandamenti. Anche altre religioni hanno comandamenti più o meno analoghi, ci sono forti parallelismi in ogni religione monoteista.

Prescindendo dall’aspetto religioso sono per lo più principi etici che regolano la convivenza e crescita sociale, permettendo alle comunità di crescere ed evolvere. Pare che in generale i comandamenti in ogni religione vengano spesso ignorati.

 

 

Anche molti ordini professionali si dotarono di un codice deontologico. un “atto di autodisciplina”, di norme emanate dagli organi rappresentativi di una professione a cui viene generalmente riconosciuto il duplice ruolo di fonte di orientamento professionale e di paradigma, articolato su regole fondamentali di comportamento.
A volte come il giuramento d’Ippocrate per i medici, ha origine nel V  sec. a.C.

Ando Gilardi essendo un brav’uomo con conoscenza approfondita della fotografia anche per averla praticata, provò a dettare un codice deontologico adatto a tutti i fotografi:

“Non fotografare gli straccioni, i senza lavoro, gli affamati. Non fotografare le prostitute, i mendicanti sui gradini delle chiese, i pensionati sulle panchine solitarie che aspettano la morte come un treno nella notte.

Non fotografare i neri umiliati, i giovani vittime della droga, gli alcolizzati che dormono i loro orribili sogni. La società gli ha già preso tutto, non prendergli anche la fotografia. Non fotografare chi ha le manette ai polsi, quelli messi con le spalle al muro, quelli con le braccia alzate, perché non possono respingerti.

Non fotografare il suicida, l’omicida e la sua vittima. Non fotografare l’imputato dietro le sbarre, chi entra o esce di prigione, il condannato che va verso il patibolo. Non fotografare il carceriere, il giudice e nessuno che indossi una toga o una divisa. Hanno già sopportato la violenza, non aggiungere la tua. Loro debbono usare la violenza, tu puoi farne a meno.

Non fotografare il malato di mente, il paralitico, i gobbi e gli storpi. Lascia in pace chi arranca con le stampelle e chi si ostina a salutare militarmente con l’eroico moncherino. Non ritrarre un uomo solo perché la sua testa è troppo grossa, o troppo piccola, o in qualche modo deforme. Non perseguitare con il flash la ragazza sfigurata dall’incidente, la vecchia mascherata dalle rughe, l’attrice imbruttita dal tempo. Per loro gli specchi sono un incubo, non aggiungervi le tue fotografie.

Non fotografare la madre dell’assassino e nemmeno quella della vittima. Non fotografare i figli di chi ha ucciso l’amante, e nemmeno gli orfani dell’amante. Non fotografare chi subì ingiuria, la ragazza violentata, il bambino percosso. Le peggiori infamie fotografiche si commettono in nome del diritto all’informazione.

Se è davvero l’umana solidarietà quella che ti conduce a visitare l’ospizio dei vecchi, il manicomio, il carcere, provalo lasciando a casa la macchina fotografica. Non fotografare chi fotografa: può darsi che soddisfi solo un bisogno naturale.

Come giudicheremmo un pittore in costume bohémien seduto con pennelli, tavolozza e cavalletto a fare un bel quadro davanti alla gabbia del condannato all’ergastolo, all’impiccato che dondola, alla puttana che trema di freddo, ad un corpo lacerato che affiora dalle rovine ? Perché presumi che il costume da free lance, una borsa di accessori, tre macchine appese al collo ed un flash sparato in faccia possano giustificarti? “

Sono principi etici, regole comportamentali, che andrebbero osservate. Di contro c’è chi afferma che: “le regole vanno conosciute per poterle trasgredire”. Per molti versi è una affermazione davvero idiota, demenziale. potrebbe darsi si riferisca a canoni estetici, ne parlai a suo tempo in un articoletto.

Se invece si riferisce ad un etica peggio mi sento, è un ‘invito a delinquere del quale non c’è alcun bisogno. Però in sostanza penso abbia vinto e continui a vincere chi se ne fotte, consapevolmente o meno,  di ogni possibile etica, del resto un fotografo deve pur campare e non appartiene ad alcun ordine professionale. Certo i grandi fotografi hanno avuto per lo più un’etica però non è detto che si debba arrivare a essere grandi fotografi, basta campare.

Del fallimento di principi etici e buoni insegnamenti si rese penso conto anche Ando Gilardi. Scrisse infatti “Meglio ladro che fotografo. Tutto quello che dovreste sapere sulla fotografia ma preferirete non aver mai saputo”.

In fondo questo breve aforisma è un riassunto del precedente codice deontologico. Un problema di base ha attraversato tutta la storia dell’umanità: a chi parla il saggio? Se un solo saggio fosse stato sufficientemente ascoltato probabilmente vivremmo assai meglio tutti.

Se si leggesse Gilardi cercando di mettere in pratica quello che cercava di insegnare forse la nostra fotografia sarebbe migliore.

Una parte del problema sta nel parlare in modo concreto. Ovvio se ne può parlare ma fare nomi e cognomi servirebbe? Penso sia un modo diffuso di agire nella fotografia, puntare il dito contro uno serve a poco.
Voi che mi leggete sono sicuro siete persone brave e colte, vivete la vostra vita con coerenza, siete sensibili, avete principi etici ben radicati, quindi dai discorsini che faccio sono esclusi i presenti.

 

Théophile Emmanuel Duverger

 

“Esclusi i presenti” fu anche un interessante quanto piacevole libro scritto da Luca Goldoni nel 1973 …

L’Italia ricomincia ogni mattina: non si finisce mai di conoscerla. Inviato speciale “inside Italy”, Luca Goldoni continua con ironica e graffiante eleganza a “raccontare criticamente” i nostri usi e costumi. Con infinita simpatia, s’intende, ma il fatto è che degli italiani degli anni Settanta c’è da parlarne più male che bene. In Italia, quando si vuole (o si deve) dire qualcosa di scomodo (o di vero), si premette sempre: “esclusi i presenti”; forse anche per questo le maliziose conversazioni pubbliche di Luca Goldoni sono spesso seguite da lettere di commento di lontani “presenti”, alcune delle quali riprodotte nel libro.”

Il problema è, escluso i presenti, a chi parlo? Non è solo un problema mio, credo che  la figura dell’intellettuale sia andata in crisi. Nonostante si viva nell’epoca della comunicazione globale e più totale, o forse proprio per questo, l’intellettuale per lo più non riesce a comunicare il suo pensiero, affonda inesorabilmente tra mille altri pensieri gettati in un social. Manca la capacità di fermarsi, concentrarsi, ascoltare, leggere. Tutto scorre troppo rapidamente. Se si legge si leggono tre righe e si interpretano a piacimento.

Penso che il problema lo avvertisse anche Gilardi, attualmente è peggiorato non poco. Credo che tutto il discorso di Gliardi si basasse sul comprendere e rispettare. Non credo si debba esimersi  completamente dal fotografare certe situazioni, dipende dall’avere un  vero perché e da come si fotografano, con quale intento e modalità. Non tecniche ma di approccio al soggetto.

Di trovare una chiave di lettura fotografica di una situazione o un evento che si desidera proporre ad osservatori.
Sulle problematiche insite al rapporto col soggetto Gilardi la sapeva sicuramente lunga, per esperienza anche diretta, per capacità critica nei confronti del suo stesso  operato.  Tra gli anni cinquanta e gli anni sessanta, con le sue riprese etnografiche, collaborò con Ernesto de Martino (Università di Sassari), Tullio Seppilli (Università di Perugia) e Diego Carpitella (Istituto Etnomusicale dell’accademia di Santa Cecilia in Roma).

 

Illustrazione tratta dal volume “Magnes sive de ars magnetica” di Athanasius Kircher. Roma 1643

 

Queste ricerche hanno contribuito a tenere vive certe tradizioni religiose e musicali come il tarantismo ricuperandole con la notte della Taranta. Prima edizione nel 1998

Ora è una bolgia, ci vengono da tutta Italia per partecipare, il lavoro di Ambrogio Sparagna come insegnante, come divulgatore, come organizzatore, è stato immenso. Forse criticabile? Si sarebbe preferito lasciare estinguere questa musica? Erano ricerche importanti condotte con passione, rispetto, metodologia.

Non per forza in modo troppo colto e pesante, basti pensare agli episodi di “Viaggio in seconda classe” realizzati da Nanni Loy  nel 1977, forse influenzato da studi etnografici ma indubbiamente guidato dalla capacità di guardarsi attorno in modo consapevole, critico, ma dolce, con un sorriso che non è mai cattiveria. In questo filmato ci fa vedere il lavoro che c’è stato dietro, come è stato concepito e le sue finalità. è indubbiamente il volto di un epoca.

 

 

Ci sono stati molti approcci diversi, era un modo di conoscer e far conoscere e l’Italia agli italiani, di approfondire le tradizioni, i modi di vivere, di rapportarsi con la natura e i suoi cicli, con il pagano, con il divino, con le credenze, attraverso la musica, i riti, gli strumenti di lavoro quotidiano, le pentole e stoviglie, ecc.

Sono passati circa 70 anni, come siamo messi oggi, che evoluzioni negative o positive ci sono state?  Come convivono veramente gli italiani con le loro tradizioni?

 

La Notte della Tarante (2013)

 

Oggi si parla per lo più di eccellenze eno/gastronomiche del territorio. Si può pensare che fosse poco corretto andare col camice bianco ad indagare il sociale, non era comunque facile. Si parlava allora di cultura dominante, egemonica ,e subalterna. Di coscienza di classe. Avveniva che la cultura egemonica andasse a cercare e studiare la subalterna non il contrario.

E tuttavia chi partiva per approfondire la conoscenza doveva spogliarsi della propria cultura per riconoscere in un’altra eguale importanza, valore, dignità.

Sarebbero ancora importanti oggi delle ricerche del genere? Beh potrebbero essere una verifica interessante dopo tanti anni. Come si vive oggi il rapporto col diverso, con i malati di mente, con chi ha una sessualità  differente,  come si sentono e vivono oggi certe manifestazioni religiose, come i riti della settimana santa, per esempio la Desolata a Canosa di Puglia?

Oggi tali manifestazioni religiose vengono ancora fotografate ampiamente, molti eventi sono diventati nel tempo anche un’attrazione turistica. È possibile indagarli in modo diverso, approfondirli, non cercare solo la bella foto?

Uliano Lucas ha seguito vari temi per i decenni: dalle trasformazioni del mondo del lavoro, alla questione psichiatrica. Ha raccontato le nuove forme d’impegno del volontariato degli anni ’80 e ’90, le iniziative del Ciai (Centro italiano per l’adozione internazionale), ecc. Non è facile, può essere anche destabilizzante il sentirsi coinvolto, partecipe, non è una vacanzina. Non finisce dopo la processione  nella trattoria di paese  a mangiare polenta e salsicce. Bellissima la sua serie, “Immagini della follia tra memoria e progetto” Un progetto che è un albero dai mille rami tesi tra terra e cielo, con grande amore, dolce fatica e rispetto.ù

 

© Uliano Lucas. Al bar “Il posto delle fragole” nell’ex ospedale psichiatrico. Trieste, marzo 1988

 

Lisetta Carmi è famosa per i suoi reportage di impegno sociale realizzati negli anni sessanta e settanta, come i camalli di Genova, i travestiti di Via del campo. Che senso ha oggi andare a fotografare un gay pride? Si scattano belle foto, è facilissimo, loro sono felici di essere in piazza e di mostrarsi e farsi fotografare, chiassosi, colorati.

Reportage e progetti sulla comunità LGBT richiedono i tempi giusti per entrare in contatto, anche probabilmente per essere accettati. Qualche scatto realizzato in occasione di un pride si va ad aggiungere a millanta scatti, basta cercare su google immagini e se ne trovano migliaia.

 

© Lisetta Carmi

 

Altra tematica interessante potrebbe essere la fotografia di bambini, come ben sappiamo oggi per motivi  di privacy in Italia è vietata, se il bambino è riconoscibile, a meno di non avere una liberatoria. Quindi si  vanno a fotografare all’estero, per lo più in paesi poveri. Anche qui sarebbe importante una chiave di lettura, altrimenti si realizza solo una sequenza di ritratti ambientati che  dice assai poco. Cosa si vuole dire con quelle foto, che i bambini riescono ad essere felici anche con poco?

Eh quanti progetti interessanti si potrebbero realizzare sui bambini anche in Italia, a sapersi guardare attorno. Si parla molto in fotografia del passaggio tra analogico e digitale, non è limitato alla tecnologia delle fotocamere. Ho vissuto una infanzia di giochi analogici, i miei figli hanno vissuto il passaggio tra i giochi analogici e quelli digitali.

Mio figlio mi ha raccontato la felicità di arrivare in fondo ad un gioco dei Pokemon sul Game Boy, che si poteva portare ovunque seguita da spaesamento da un “ora che faccio?” però giocava anche a nascondino ad acchiapparella, a carte, briscola scopa ecc.

Attualmente i ragazzini sin dalla più tenera età giocano per lo più con giochi digitali.

 

 

Lo smartphone ha sostituito il Game Boy. Credo che in pochissimi conoscano come si gioca a lippa, anche se a Bergamo vengono organizzate partite. È un gioco antichissimo, progenitore del baseball.

Non so se si giochi ancora a buzzico rampichino, ai 4 cantoni, a campana, a moltissimi altri giochi diffusi in tutta Italia magari con leggere differenze regionali.

 

 

Non so quanti ragazzini conoscano una conta tipo “L’uccellin che vien dal mare quante penne può portare? può portarne 33 un, due e tre!” In alcuni parchi giochi recentemente realizzati sono stati disegnati a terra i rettangoli  numerati per giocare a campana, per lo più non ci gioca nessuno, perché?

Su internet si possono ancora acquistare le biglie di vetro per giocare a “zibidì zibidè in buca c’è” si potrebbe giocarci, a conoscerne le regole, a trovare uno spazio all’aperto adatto. Nei negozietti degli stabilimenti balneari una volta vendevano le biglie di plastica per giocare a corse su piste gigantesche da tracciare sulla spiaggia tirando un amichetto per i piedi in modo che le disegnasse col sederino. Ora credo che siano giochi quasi scomparsi, le spiagge sono sterminate distese di ombrelloni e sdraio, come cimiteri.

 

 

Tutta colpa dei giochi digitali o anche di profonde mutazioni sociali e di come vengono fruiti gli spazi all’aperto? Anche su questo ci sarebbe da raccontare moltissimo fotograficamente, guardandosi attorno. Invece che si fa?

Si punta a fare libri di fotografie di bambini che non raccontano nulla, è una fotografia autoreferenziale, cerca di essere autoriale senza riuscirci. A volte l’autore deve scomparire dietro le quinte per riuscire a raccontare.

Il soggetto non è lui.

Sono tuttavia completamente consapevole che tutto quello che ho scritto quelli che dovrebbero leggerlo non lo leggeranno, me ne faccio una ragione.

Di contro so anche che molti non arriveranno a essere bravi fotografi, sino a quando continueranno a guardarsi nello specchio.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

© Lisetta Carmi

 

 

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