Così è se vi Parr!

Giulio Limongelli e le sue stampe fotografiche ai sali d’argento da file digitale.

 

Giulio Limongelli. Stampa per Settimio Benedusi

 

Credo che il mio percorso nella fotografia sia un poco atipico.

In modo inverso da come di solito avviene, ho iniziato ad apprendere le tecniche di sviluppo e stampa prima di iniziare a scattare fotografie. Iniziai intorno al 1974 osservando l’amico Piero. Andavo a trovarlo, ascoltavamo le ultime novità da Radio Luxembourg, la prima radio privata della storia… mi parlava di fotografia sfogliando riviste, mi spiegava cose di tecnica, ma anche quello che lo colpiva ed emozionava in un autore, o in una fotografia, mentre con un asciugamano appoggiato ad una spalla sviluppava un rullino nella Paterson, fumando l’ennesima sigaretta. Altre volte stampavamo insieme, col suo Durst F30 traballino, testa girata per proiettare a pavimento e ottenere un 30×40. Dietro una mezza enciclopedia a far da contrappeso sulla base.

Di lì a poco comperai il Feninger, che lessi avidamente e riuscii un minimo a mettere in pratica, con quelle pochissime regolazioni di una Comet Bencini avuta in prestito. Comperai anche io la Paterson, iniziai a siluppare poi a stampare i provini. Intanto mettevo da parte soldini, e finalmente nel 1976 comperai la Pentax SPF,

 

© Giorgio Rossi. Piccola Fotografia Domestica

 

Nel giro di due anni, anche per un caso fortunato ma forse qualcuno un qualcosa aveva visto in me, diventai professionista. Fotografavo in diapositiva per una società pubblicità turistica e per riviste di turismo. Si aggiunse ben presto molto B/N sviluppato e stampato da me, per documentazione architettonica, per amici architetti, per riviste e per il Comune di Roma. Quindi gradualmente in ripresa dal 35 mm passai a formati maggiori e set di flash da studio trasportabili. In camera oscura l’ingranditore Durst 301, poi un Krokus SL 6×9 squadrato, non a siluro, bellissima colonna, tipo quella seria del Durst M800 che presto gli venne a far compagnia. Credo che l’aver iniziato sviluppando, stampando, leggendo, osservando fotografie, mi sia servito a formare una mia idea di cosa sia la Fotografia prima di essere intontito da una miriade di attrezzi vari.

Strada facendo mi sono reso conto che in Italia dal punto di vista del B/N eravamo dei sottosviluppati. La Ilford Ilfobrom dominava saldamente il settore delle carte, ho iniziato a comprendere le differenze a volte assai rilevanti nella resa finale tra varie carte fotografiche con qualche scampolo di splendida Ferrania 3M Wega, presto uscita di produzione, provando la Record-rapid, la Portriga Agfa, eccellenti carte al clorobromuro a toni caldi, la Brovira. Passarono anni. Arrivarono le politenate che sembrava di maneggiare fogli di plastica, non carta fotografica.

La situazione precipitò con l’arrivo del digitale.

Da qualche anno l’analogico gode di nuovo di buona salute, anche grazie a negozi on-line si trova tutto quello che serve, molti materiali sensibili e chimici sono tornati in produzione, nuovi prodotti sono stati immessi sul mercato. Li ho un poco provati, la sensazione è che molti materiali siano cambiati anche se hanno lo stesso nome di una volta. Nel frattempo ho smesso di fotografare da professionista, sono tornato felicemente dilettante. Mi sento più libero ora di dedicarmi alla mia fotografia, non ho l’assillo di dover rispondere ad una committenza o di vendere. Mi interessa instaurare un dialogo visivo e, se possibile, verbale con l’osservatore, pur rimanendo me stesso. Fotografo quello che mi colpisce, un oggetto qualunque diventa soggetto nel momento in cui lo addito all’attenzione di altri. Se interessa, ok.

 

© Giorgio Rossi. Piccola Fotografia Domestica

 

Ansel Adams diceva: “Ci sono due persone in ogni foto: il fotografo e l’osservatore.”

Altrimenti la fotografia diventa unicamente autoreferenziale. Non avendo nessuna intenzione di iniziare tutto da capo con l’analogico mi sono immerso nella fotografia digitale, ha l’immediatezza che cerco, è una mia consapevole scelta. Appena dopo lo scatto può essere visualizzata a monitor, postata su social, essere diffusa, eventualmente arrivare a un qualcuno. Nel contempo non posso dimenticare le mie origini analogiche, quel tanto o poco di tecnica che ho sviluppato in anni di attività e che è indissolubilmente legata a filo doppio con quello che produco attualmente in fotografia digitale. Cerco un digitale dal “sapore”analogico, spesso usando ottiche vintage.

Mi piacciono le contaminazioni. La storia, il progresso è fatto di contaminazioni.

La Fotografia si evolve, antiche e nuove tecniche convivono.

Accanto al postare le mie immagini su social è venuta l’esigenza di esporle, di trasportare una immagine, un file, su carta, farlo diventare fotografia, la mia idea di fotografia. Non potevo scordare le mie esperienze pregresse, la marea di negativi che avevo stampato con l’ingranditore, sulle più diverse carte ai sali d’argento, come le chiamano ora. Il collo di bottiglia secondo me in fotografia sta sempre nell’ultimo gradino, nel supporto finale e nelle capacità dell’occhio umano di distinguere le differenze. La tecnica pura è spesso utopia, rischia di diventare sterile tecnicismo, la fotografia è totalmente concreta. Così il file jpeg diventa il mio nuovo negativo, ho la fortuna di poterlo vedere direttamente in positivo, prima nel display della fotocamera, poi sullo schermo. Mi pare una conquista bellissima alla quale non saprei più rinunciare. In un file jpeg a 8 bit, da 0 a 255, salvo la grana, sono registrate tutte le informazioni che ci possono essere su un negativo B/N ma i limiti ci sono, sono sempre quelli dettati dal supporto finale e dalla capacità di distinguere dell’occhio umano. Una buona fotografia nasce da una inquadratura potente e suggestiva (nel senso che suggerisce un qualcosa che è al di la della mera rappresentazione), vive nel B/N di un rapporto interessante tra luci e ombre, che non è assolutamente detto derivi da una eccezionale estensione tonale. Spesso le vecchie cartoline in B/N sono perfette quanto a gamma tonale, ma sono solo rappresentazione, ed è assolutamente giusto così, la loro funzione è quella.

Un file jpeg 8 bit può contenere 16,8 milioni di sfumature di colori diversi, l’occhio umano può distinguere solo 10 milioni di sfumature. Un supporto cartaceo può evidenziare, se tutto va bene, solo una buona parte di di quella gamma 0-255 che diventerà una stampa in B/N. Quello che sborda in picchi al di là della gamma 0-255, zona ombre, o zona alte luci, non può essere in alcun modo portato su carta.

Intorno al 2014 Giulio Limongelli mi parlò della sua idea di rendere stampabile un file un file jpeg B/N col Digingranditore, su carta sensibile ai sali d’argento, con le normali tecniche di C.O., le tre bacinelle con i chimici che anche io ho usato per anni. Una contaminazione tra digitale e analogico, come del resto avviene assai spesso in ambito musicale, dove magari si parte da una registrazione digitale, in Dat o altro, per poi stampare un vinile. Nessuno se ne scandalizza, non pochi affermano che solo dal vinile si ascolti una riproduzione musicale in tutto il suo calore.

L’idea mi entusiasmò e mandai a Giulio dei file, mi rispedì le stampe. Erano esattamente quello che cercavo, la perfetta interpretazione e trasposizione su carta sensibile, ai sali d’argento, della mia idea, del mio concetto di fotografia. Nacque così l’ esposizione della mia piccola fotografia domestica.

 

© Giorgio Rossi. Piccola Fotografia Domestica

 

Vabbè non sono che un piccolo fotografo, ho bisogno di altri per esporre le mie fotografie, così come mi piacciono, come desidero vengano osservate e percepite. In fondo è quello che è successo a molti fotografi diventati famosi. Hanno avuto bisogno di uno stampatore di fiducia, che ne interpretasse prima di tutto l’idea fotografica che ha sempre avuto una valenza primaria rispetto alla competenza tecnica del fotografo. Per dire solo due nomi. Lo stampatore Gassman, che lavorò per i fotografi della Magnum e il suo rapporto con HCB: “Ciò che ha sempre reso preziosa ed efficace la nostra collaborazione è che ho sempre guardato le sue immagini con i suoi occhi e il suo spirito. Capivo ciò che aveva fatto anche se non ci aveva riflettuto”.

Richard Avedon pare non sia più entrato in camera oscura dopo il 1950, aveva una profonda intesa col suo stampatore, Ruedi Hofmann.

Dal 2014 sono passati vari anni, nel frattempo Giulio Limongelli ha stampato per fotografi, collezioni private, archivi. Tra i quali: Giovanni Gastel, Toni Thorimbert, Settimio Benedusi, Francesco Comello, Lorenzo Zoppolato, Aniceto Antilopi,

 

Roberto Carlone. L’autre Vivian Maier

 

Alinari (poco prima che chiudesse), la mostra “L’autre Vivian Maier” a cura di Roberto Carlone e la fondazione “Vivian Maier et le Champsaur” della città d’origine della Maier, il Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, la mostra fotografica dell’archivio storico della Comunità Vallese.

È stato invitato alla “Maker Faire” per 4 edizioni

 

 

L’ultimo bell’incarico Giulio Limongelli lo ha avuto all’inizio di quest’anno, è lui stesso a parlarcene:

il 2021 per me è cominciato nel migliore dei modi con la richiesta di stampa di 80 copie fotografiche di uno scatto di Martin Parr che sarebbe andata a corredare un’edizione limitata (80 copie) del suo nuovo libro “From the Pope to a Flat White. Ireland 1979-2019” edito da Damiani editore.

 

Martin Parr. ‘Glenbeigh Races’, County Kerry, 1983. Il file aperto in Photoshop. L’istogramma è perfetto!

 

Il libro era già uscito nella versione nel settembre 2020 .

Nel 2021 era prevista la versione Collector’s Edition, una serie di titoli che includono in un cofanetto una foto ad edizione limitata, numerata e firmata dall’artista.

Lo scopo di tale edizione è anche quello di educare lo sguardo dell’appassionato alle differenze tra una stampa ai sali d’argento eseguita a regola d’arte ed altre possibili riproduzioni, su ink jet o tipografiche. Possono essere perfette, ma sono diverse.

 

Martin Parr. ‘Glenbeigh Races’, County Kerry, 1983. Un appunto sulle mascherature da eseguire

 

Così ho ricevuto una mail da Damiani Editore: “Le scrivo per avere un preventivo (e relativi tempistiche) per realizzare delle stampe ai sali d’argento su carta Baritata partendo da file digitale. Segnalo che abbiamo in mano un campione di una stampa realizzata dall’artista e quindi sarebbe necessario realizzare una produzione fedele a quel risultato.” a seguire c’è stato un incontro diretto.

Una sfida non da poco per soddisfare una richiesta precisa di uno dei grandi della fotografia contemporanea. Conoscevo Martin per la sua produzione a colori ma non immaginavo che avesse una sua produzione in bianco e nero. Ed invece esiste un Martin Parr degli esordi.

L’immagine di cui mi era stata richiesta una stampa campione, su carta ai sali d’argento, da file, col Digingranditore, era stata utilizzata per il suo secondo libro “A fair day, photographs from the west of Ireland” del 1984 (oramai esaurito) è “’Glenbeigh Races’, County Kerry, 1983

 

Martin Parr. ‘Glenbeigh Races’, County Kerry, 1983

 

Mi sono dato subito da fare realizzando un paio di campioni di stampa, un po’ più contrastato (A) e l’altro leggermente più morbido (B): stampate, asciugate, messe sotto la pressa e spedite a Bristol a Martin per l’esame finale. Sapevo che Martin era molto esigente e che non era stato soddisfatto di esperienze precedenti con altri stampatori, il che mi ha fatto stare con il fiato sospeso fin quando è arrivata la risposta: “confermo che il campione scelto da Martin è il B.”

Bene, ora si trattava di andare in produzione. La sfida non era del tutto vinta: stampare in camera oscura 80 copie fotografiche il più possibile fedeli ad un campione che prevedeva esposizioni differenziate localizzate con interventi di mascherature e bruciature non è cosa da poco. Sapevo che Martin Parr avrebbe verificato una per una le 80 copie e le doveva approvare. Chi ha un minimo di conoscenza delle problematiche di questo tipo di stampa sa benissimo che in camera oscura si può replicare la stessa stampa senza mai averla perfettamente identica: simile il più possibile si, ma identica al cento per cento quasi mai. In camera oscura infatti si lavora pezzo per pezzo, non come si fa con fotocopie o con altri sistemi di stampa che utilizzano codici binari. Dietro alla stampa in camera oscura infatti c’è un uomo, non una macchina..

Da tempo ho scelto, in un’era digitale, di continuare a stampare in camera oscura utilizzando sia strumenti tradizionali e ben conosciuti come gli ingranditori sia il Digingranditore, una retro-innovazione sviluppata con mio know-how che mi permette di stampare i file digitali sulla carta fotografica bianco e nero in camera oscura. Ho deciso di porre al centro prima di tutto l’uomo con le sue abilità, con la tecnica anteposta alla tecnologia, con l’artigianalità contro i processi semi industriali.

 

 

Non é un rifiuto nei confronti della tecnologia ma solo una fusione tra la tradizione e l’innovazione.
Continuo dunque lungo questa strada con un sistema di stampa che posso affermare essere di vera natura di artigianato digitale, un sistema in cui la parte prevalente è quella artigianale rispetto a quella digitale e dove il valore aggiunto è dato dall’uomo con il suo cuore e la sua passione. Ho deciso che questo tipo di stampa fotografica è quella che intendo portare avanti fino alla fine della mia carriera: sono nato fotografo e stampatore in camera oscura e come tale voglio terminale il mio percorso lavorativo.

Molti si chiederanno per quale motivo bisognerebbe insistere con questo genere di stampa, ai loro occhi obsoleta e complicata. Bhè, non c’è una risposta assoluta.

 

 

Il confronto non è solo tra un sistema migliore di un altro, spesso è una questione di approccio non solo di qualità. Tuttavia ci sono dei punti fermi sui quai vorrei soffermarmi, dei punti che differenziano le stampe fotografiche ai sali d’argento e rendono unico il prodotto finito che esce da una camera oscura, dei punti che rivelano i “perché” fare una stampa analogica anche da un file digitale:

  • in Camera Oscura si stampa un prodotto che potrà chiamarsi “fotografia” in quanto la carta è fotosensibile quindi è esposta anch’essa alla luce. Altri sistemi che non prevedono l’esposizione della carta alla luce in fase di stampa producono semplicemente prodotti diversi che prendono il nome di “stampa”.
  • in Camera Oscura si producono originali unici non standard, personalizzati,con una lunga storia alle spalle, sia che provengano da negativo sia da un file digitale. Seppur replicabile una stampa fotografica non sarà mai del tutto uguale alla precedente e neanche alla successiva, sarà unica.
  • in Camera Oscura si produce una stampa fotografica che acquisirà valore nel tempo sia per sua futura rarità sia per il procedimento artigianale al quale è stata sottoposta.
  • in Camera Oscura si produce una stampa fotografica con un’ ampia estensione tonale tipica delle carte tradizionali ai sali d’argento.
  • in Camera Oscura si produce una stampa fotografica stabile nel tempo: nessuna certificazione di durata nel tempo potrà sostituirsi all’effettiva prova empirica del tempo trascorso che ha assegnato un’ autocertificazione della stampa fotografica ai sali d’argento.

Forse è una di queste qualità che è stata apprezzata da Martin Parr facendogli dire sì al Digingranditore.

 

 

Infine due parole agli ortodossi dell’analogico che si chiederanno per quale diavolo di motivo si debba stampare la scansione di un file di un negativo e non il negativo stesso. Ce ne sono svariati: il negativo originale è stato smarrito oppure è danneggiato, oppure più semplicemente lo si vuole tenere come una reliquia sacrale più da adorare che da stampare, oppure si vuole una stampa coerente con quella da negativo ma la distanza con uno dei pochi laboratori ancora attivi è talmente tanta che si fa prima ad inviare il file per posta elettronica e si preferisce evitare il rischio di smarrimento del negativo durante le due spedizioni di andata e ritorno da parte del corriere. Oppure, che ne so, che mi frega… l’importante è che Parr sia stato contento delle sue stampa ai sali d’argento, tutto il resto delle chiacchiere stanno a 0. Ognuno ha il suo motivo per stampare in un modo o in un altro, io sono pronto a soddisfare ogni richiesta, da file o da negativo originale che sia.

 

 

Brevi appunti della stampa di Martin Parr:

– per le stampe ho usato la Ilford Fb glossy 24x30cm , una carta baritata lucida (senza smaltarla)

– ho utilizzato un’unica esposizione con diversi interventi di mascheratura aiutandomi con un piccolo sfumino (una sottile asta di ferro con una moneta da 1 centesimo in cima , il tutto dipinto di nero per evitare riflessi indesiderati) : durante l’esposizione di 13 secondi, ho sottratto esposizione su alcune parti che sarebbero risultate troppo scure. Con un’esposizione ulteriore ho enfatizzato leggermente il cielo con una bruciatura utilizzando le mani (termine orrendo per dire che ho esposto qualcosa in più rispetto al resto della stampa).

– per quanto riguarda il trattamento: utilizzo un processo chimico ecocompatibile evitando prodotti dannosi per l’ambiente e sprechi inutili di chimica e di acqua. Utilizzo da parecchi anni lo sviluppo Bellini D100, un prodotto ecologico a base di acido ascorbico esente da idrochinone o altre sostanze tossico/nocive/cancerogene. Come bagno d’arresto ho eliminato il più conosciuto ed inquinante acido acetico sostituendolo con un innocuo acido citrico. Il bagno di fissaggio è il Bellini FX100 nella diluizione 1+4 , il fissaggio è semplicemente un sale e non è dannoso: lo diventa una volta utilizzato perché contiene l’argento che va recuperato secondo la normativa vigente. Dopo un approfondito lavaggio delle stampe ho eseguito un breve bagno nello stabilizzatore Bellini Stab100. Per l’essiccazione delle stampe utilizzo delle comuni zanzariere: le faccio asciugare lentamente, senza forzature, per avere la migliore planeità possibile della carta una volta asciutta. Infine, una giornata sotto la pressa per appiattirle il più possibile, cosa impossibile da fare poiché la carta baritata è una carta in fibra naturale che vive, un po’ come il il legno massello: la carta a seconda del calore e dell’umidità dell’ambiente si modifica si imbarca un po’ e poi si rilassa e si stende. Ma questo non è un difetto ma un valore aggiunto.

– ho stampato 20 foto al giorno, pezzo per pezzo per verificare che ogni stampa che rispondesse alle caratteristiche richieste. La camera oscura vuole i suoi tempi, non è un lavoro per frettolosi, frenetici o pasticcioni; è un lavoro che richiede tempi lenti, precisione e pazienza. Non è per tutti.
Per me è stato un onore realizzare questo lavoro, anche perché i miei amici mi hanno sempre detto che sembro il sosia di Martin Parr.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

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