Immagino che chi mi legge con una certa assiduità abbia notato che spesso confronto il mondo della fotografi nel quale sono nato e cresciuto col mondo attuale della fotografia. Non è un atteggiamento di ricerca del tempo tempo perduto, non ho bisogno di nutrirmi di madelaines Proustiane, è più un atteggiamento di attenzione che mi porta a scelte precise per vivermi il presente in modo se possibile piacevole, cosa che diventa sempre più complicata. Il progresso porta cambiamenti che bisogna accettare e comprendere, è una accettazione attiva, consapevole, non passiva.

Se vogliamo è un modo di pensare vicino alla filosofia cinese ed orientale del “mi piego ma non mi spezzo” rappresentato metaforicamente dalla figura del bambù o del salice. La quercia è rigida e rischia di spezzarsi sotto la forza del vento, il bambù e il salice si adeguano, flettendosi per sopravvivere alle intemperie.

Ciò vale anche in fotografia, per le evoluzioni tecniche di mezzi e materiali di ripresa: la pellicola per lo più è stata sostituita dal sensore, inutile lamentarsene e piangere i tempi passati, chi vuole praticare l’analogico può continuare a farlo.

I principi di base sono rimasti identici, la luce fortunatamente rimane l’elemento da comprendere e sfruttare al meglio per realizzare una fotografia piacevole. Sempre pensando ai contenuti che può comunicare una inquadratura grazie alla valenza espressiva dei rapporti tra luci ed ombre, all’equilibrio tra bianchi e neri, alle scelte necessarie per conferire un “mood”, una suggestione anche emotiva ad uno scatto.

Ricordo molti anni or sono la lettura di “Apocalittici ed integrati” di Umberto Eco. Uscì nel 1964, allora avevo 14 anni davvero non avrei potuto capire quella raccolta di saggi, la lessi anni dopo. Il titolo della raccolta di saggi può sembrare ostico, in realtà i saggi sono assai vari, trattano in modo piacevole la cultura di massa, analizzando anche i fumetti tipo Steve Canyon e Superman o le stripes di Charlie Brown nei “Peanuts”.

 

 

Mi influenzò al punto che anni dopo la presentazione del personaggio Alfonso Perrotta, in “ Pescatore di chiodi” avviene gradualmente, iniziando dalla copertina del libro che ne mostra la figura di spalle, totalmente sfuocata. Successivamente c’è una immagine dell’ambiente dove vive, quindi una cartolina che raffigura il suo luogo di nascita, infine alla quarta foto un suo ritratto in primo piano e quindi la sua figura intera.

Nello scegliere questo editing avevo tenuto a mente come Milton Caniff, autore di fumetti, presenta gradualmente il personaggio di Steve Canyon da lui creato facendolo entrare in scena per la prima volta.

 

 

Umberto Eco chiamava “inquadratura” ogni singola vignetta, riferendosi al cinema e alla fotografia. Nel cinema lo storyboard, inventato da Georges Méliès, è una rappresentazione grafica in sequenza delle inquadrature di un film, è simile a una “sceneggiatura illustrata”. Serve a previsualizzare scene, pianificare movimenti di macchina, luci e inquadrature, ottimizza la produzione guidando regista e troupe. Da tutto ciò mi deriva anche un certo scetticismo nei confronti dell’editing se fatto a posteriori per inventarsi una sorta di sequenza temporale o con una valenza meramente estetica in un racconto fotografico o in una serie di foto.

Tornando ad Umberto Eco, riassumo brevemente il contenuto di quella raccolta di saggi, sapendo bene che non andrete a leggere quanto scritto su Wikipedia, e meno che mai leggerete il libro.

Chi sono gli Apocalittici, chi sono gli integrati? Beh siete voi con le vostre scelte forse da una parte, forse dall’altra, io credo di vivere in bilico.

“Apocalittici” sono gli intellettuali che esprimono un atteggiamento fortemente critico, a volte snob, nei confronti della moderna cultura di massa, gli “integrati” sono coloro che ne hanno una visione ingenuamente sin troppo ottimistica.

Fa parte della cultura di massa anche il modo in cui viviamo il progresso, come si riverbera nei social che frequentiamo quotidianamente. Vi ricordate “Carosello”, che segnava da ragazzini l’ultimo momento concesso dai vostri genitori per vedere la TV? Dopo bisognava andare a letto.

C’erano brevi “cartoni” in animazione, come “Linea” realizzato da Osvaldo Cavandoli per Lagostina. Arte. C’era “Miguel son mi” per Talmone, c’era, bordesando bordesando, Capitan Trinchetto, “Chiaro, limpido, Recoaro!” 1966, già si parlava di viaggi spaziali, la conquista della luna avvenne nel 1969!

 

 

C’era Paulista, il caballero che si innamorava di Carmencita. C’erano i gialli dell’ispettore Rock con Cesare Polacco, anche lui aveva commesso un errore, non aveva mai usato la brillantina Linetti! C’era il Tenente Sheridan che trovava la sua energia nel Biancosarti e si radeva solo con le Superinox Bolzano. C’era un incontentabile Mario Carotenuto che andava a comperare una cinepresa. Solo per dire di alcune pubblicità piacevolissime.

Ora provate a cercare un tutorial su Youtube. Se è un poco lungo, se ha un buon numero di visualizzazioni, sarà spesso interrotto e infarcito di pubblicità, in genere due una dopo l’altra, una più lunga che dovrete sorbirvi per intero, un altra più breve che potete saltare. Per lo più sono noiosissime e spesso, come d’altronde accade per quelle in televisione, sono realizzate interamente o quasi in AI.

Già, la AI… siete Apocalittici, la rifiutate con atteggiamento da “duri e puri”,amanti della Fotografia quella “vera”, scritta con la luce? Ok, cmq la AI c’è e del vostro atteggiamento critico non le importa nulla, non ha sentimenti.

La diffusione di immagini realizzate in AI sta portando una conseguenza forse inaspettata: ormai tutti gli “apocalittici” dubitano della veridicità di qualsiasi fotografia pubblicata mentre gli “integrati” le reputano tutte vere. C’è una sorta di estremizzazione in atto nella percezione della veridicità o falsità di uno scatto.

Così , per fare un esempio, la foto di Pietro Masturzo, copertina di un recente numero di L’Espresso, ha destato forti dubbi, molti hanno creduto fosse una immagine realizzata in AI. Ciò potrebbe portare a una fotografia diversa nei reportage, più forte e cruda in modo da poter competere con immagini realizzate in AI che spesso sono davvero eccessive e al limite del credibile.

 

 

Per quanto riguarda la fotografia dal punto di vista tecnico è interessante osservare i cambiamenti nel tempo dei manuali di istruzioni delle fotocamere.

Per esempio quello della Asahi Pentax spf del 1973-76 è di 36 pagine in formato circa 15x15cm. È davvero minuscolo, d’altronde era una fotocamera totalmente manuale, tutte quelle dello stesso periodo funzionavano allo stesso modo.

 

 

La situazione cambiò gradualmente quando, grazie all’elettronica, gli automatismi iniziarono a diffondersi in ogni fotocamera.

La Nikon FE2, con automatismo esposizione a priorità di diaframma, ha un manuale di istruzioni di 64 pagine, tuttavia comprende descrizione ed uso di molti accessori. Il manuale di istruzioni della digitale mirrorless Nikon Z6/Z7 è di 512 pagine!

 

 

I principi di base della fotografia non sono cambiati rispetto agli anni 60, però le fotocamere attuali includono in un certo senso anche le “pellicole” in B/N o a colori, si sono ampliati gli automatismi in ripresa, ci sono collegamenti in wi-fi col mondo esterno. La fotocamera può realizzare memo vocali, registra filmati con audio, ha millanta automatismi di esposizione e messa a fuoco diversi, centoduemila possibilità di sincronizzazione flash e molto altro.

Per capire tutto ciò è buona cosa avere come prerequisito almeno discrete conoscenze tecniche. Secondo la AI in Italia, circa il 28%-35% della popolazione adulta (16-65 anni) è analfabeta funzionale, in pratica sa più o meno leggere e scrivere ma non capisce quello che legge. Probabilisticamente almeno un poco di questi analfabeti funzionali si compreranno una Nikon Z6/Z7, la compreranno anche molti non analfabeti funzionali, sia quel che sia dubito fortemente che qualcuno riesca a digerire anche solo un quarto delle 512 pagine del manuale.

La triste verità è che mediamente non solo non si conoscono le possibilità della fotocamera acquistata ma si conoscono assai poco anche i rudimenti della fotografia. Tant’è che in ogni Paese ci sono siti e social di fotografia che pubblicano schemini sul triangolo dell’esposizione, sulle differenze di ampiezza di ripresa e profondità di campo in relazione a diverse focali di obiettivi e diversi diaframmi, sulle diverse modalità di automatismi in ripresa e persino sulla composizione, per lo più sulla regola dei terzi che in fotografia è per lo più del tutto inutile.

Per di più queste tabelle sono spesso create in modo grafico simpatico da persone che di tecnica sanno ben poco, quindi sono piene di errori. Ve ne pubblico qualcuna tratta da una pagina FB spagnola, giusto per non ledere la sensibilità di pagine fotografiche FB italiane, la situazione è identicamente grave in tutti i Paesi.

 

 

I programmi di esposizione importanti sono solo M (tutto in Manuale) A (priorità di diaframmi), S (priorità dei tempi) P (diaframma e tempo scelti automaticamente dalla fotocamera), quest’ultimo viene spesso usato da fotografi matrimonialisti professionali. Altri programmi di esposizione disponibili in alcune fotocamere, come quello per paesaggi, per ritratti o per foto notturne conoscendo sufficientemente la tecnica sono del tutto inutili.

Il “libro della fotografia“ di Andreas Feininger ha 240 pagine, si trova in vendita usato a circa 30€ ( è vintage e con le pagine ingiallite!). Una recensione: “il più famoso di tutti i tempi, spiega come la luce scrive le immagini (foto = luce, grafia = scrittura), anche nell’era digitale è un libro essenziale per capire cosa succede quando scattiamo una foto, e in questo modo ci aiuta a fotografare meglio ed evitare banali errori.”

Leggendolo un poco alla volta, degustandolo come fosse un buon brandy di annata, fotografando per sperimentare nel reale quanto letto, si acquisiscono conoscenze che aiutano a capire quante cavolate spesso spandano quelli che conducono corsi base di fotografia. Tra queste boiate ce né una che è in voga da quando ho iniziato a fotografare, quella che certi strumenti, modi o tecniche di fotografare siano professionali ed altri no, e quella ancora più grave è che ci siano strumenti “creativi” o trucchi dei “grandi fotografi”.

Tra le perle: “esposimetrare in tutto manuale è più professionale!”… Secondo me è buttare nel secchio anni di avanzamento tecnologico, iniziato ai tempi delle analogiche con i primi automatismi d’esposizione. Nessun sistema di esposizione è più professionale di altri, basta leggere un poco di tecnica per capire che nessun esposimetro darà mai valori di esposizione sempre corretti. L’esposizione corretta dipende in parte da gusti ed intenzioni personali, in parte dipende da situazioni oggettive. In casi di controluce o sulla neve, per esempio, qualsiasi esposimetro può sbagliare di brutto, solo con l’esperienza si saprà di quanto bisogna sovraesporre o sottoesporre in una situazione per ottenere quello che si desidera, ammesso che prima di scattare uno si fermi un attimo a pensare al come e perché vuole scattare.

 

 

In fotografia analogica, un poco leggendo le caratteristiche delle pellicole, molto sperimentandole sul campo si imparava gradualmente a conoscere la latitudine di posa, cioè la tolleranza di una pellicola di sopportare sotto/sovraesposizione misurata in stop.

Le pellicole negative (specie B&N) avevano una latitudine ampia, solitamente di 6-7 stop, permettendo di registrare adeguatamente le basse e le alte luci, le diapositive erano molto più critiche, particolarmente per quanto riguardava la sovraesposizione.

Succede esattamente così anche nell’attuale fotografia digitale, bruciare le alte luci con un picco vistoso intorno ai 255, brucia le alte luci in modo irrecuperabile anche sviluppando il Raw.

 

 

Per le pellicole in B/N la latitudine di posa era inferiore nelle pellicole a bassa sensibilità tipo Pan F (50 Asa), maggiore in quelle ad alta sensibilità tipo Tri-x Kodak o Hp4 Ilford (400Asa), le bassa sensibilità avevano grana inferiore, permettevano più risolvenza, di conseguenza erano meno adatte a scattare in luce ambiente scarsa o con alto contrasto di luci ed ombre nella scena ripresa. La grana aveva anche una valenza estetica, poteva essere enfatizzata da una agitazione energica in sviluppo. Rivelatori come il Rodinal, usato ad alta diluizione (1+75/1+100), riducevano il contrasto eccessivo nelle scene ad alto contrasto. Al contrario, se usato a 1+ 25 con agitazione vigorosa il Rodinal poteva aumentare il contrasto. In funzione della diluizione aumentava o diminuiva anche il tempo di sviluppo. La massima diluizione comune del Rodinal per lo sviluppo stand che comportava solo una agitazione iniziale vigorosa e dopo veniva lasciato tranquillo, senza ulteriori inversioni della tank, era a 1+200 ( 5ml di Rodinal in 1 litro d’acqua), veniva usata per ottenere un effetto compensativo elevato e ridurre il contrasto, tipicamente per 60 minuti, si entrava nell’ambito di quelle che chiamo “makumbe tranquille.”

Tutto ciò non appartiene solo al passato, nelle odierne digitali è possibile scegliere l’impostazione degli Iso con precisione di 1/3 di stop ed è pure possibile scegliere il DR (Dynamic Range = Gamma Dinamica), che indica la capacità del sensore di registrare contemporaneamente dettagli sia nelle zone più in ombra (basse luci) che in quelle più illuminate (alte luci). È possibile impostare in ripresa 800 o 1600 Iso e DR 400, per ottenere una gamma dinamica maggiore, la qualità in termine di rumore digitale ne risentirà poco.

Un esempio. Per la statua al cimitero acattolico: zoom a 36mm, Iso 400, DR 200, f.8, T.1/20 ( grazie alla stabilizzazione). Esposizione in media ponderata a priorità di diaframmi, staratura intenzionale esposizione a + 2/3 stop, filtro rosso. Rientra senza problemi nella gamma dinamica resa possibile dalla fotocamera Fuji xe2. Post-produzione del jpeg minimale. Non sono virtuosismi tecnici è normale amministrazione.

 

© Giorgio Rossi

 

Si può addirittura scattare ad altissimi Iso a 12.800 o anche più, il rumore digitale aumenta di molto, ma potrebbe avere una valenza estetico/ concettuale, per certi versi simile alla grana della pellicola. Per esempio la foto della lampada è un particolare di uno scatto realizzato a 25.600 Iso. Diaframma f.9, T. 1/125. Un giochino per evidenziare il rumore digitale. Prodigi della tecnica che bisogna conoscere e utilizzare.

A volte basta aumentare di 1/3 la sensibilità Iso impostata per poter scattare a mano libera senza incorrere nel mosso, complice la stabilizzazione di fotocamera o obiettivo si possono ottenere tempi bassi in ripresa che in analogico non erano possibili. A 1600 Iso molte attuali digitali producono ancora una qualità più che accettabile.

Per fortuna altre situazioni di luce che capitano con enorme frequenza sono tanto semplici che ci si può basare ottimamente sulla regola del 16 stampata in ogni rullino fotografico, la regola del 16 vale anche in digitale.

 

© Giorgio Rossi

 

Altra bufala è che solo gli obiettivi a focale fissa siano veramente professionali, deriva dal fatto che molti anni or sono gli zoom permettevano una qualità molto inferiore rispetto agli obiettivi a focale fissa. Un attuale zoom economico può avere una qualità più che sufficiente, a volte ottima.

Altra perla è che sia più professionale scattare in Raw e convertire in Jpeg, magari in B/N. Molte persone faticano anche a fare una maschera di contrasto accettabile lavorando in Photoshop , vedo spesso aureole divine attorno ai margini di soggetti fotografati e mal post-prodotti, figuriamoci quanto persone che post-producono così siano capaci di sviluppare un Raw! Ore di postproduzione sprecate, sarebbe stato meglio dedicare un poco di tempo in più al momento di esporre ed inquadrare prima di scattare la foto. Figuriamoci quanti professionisti perdono tempo per sviluppare un Raw!

 

 

Però c’è gente che si guadagna il pane quotidiano insegnando a sviluppare i Raw, come c’è gente che vive insegnando a fotografare in tutto manuale e spiegando che un esposimetro esterno con lettura spot a 1° è assolutamente indispensabile, di conseguenza è normale che questi “maestri”complichino le cose per potere guadagnare insegnandole.

Se fossero troppo semplici non avreste bisogno che qualcuno ve le insegni. Sta a voi comprendere che le cose sono più semplici di quanto vi vengono prospettate, dedicandovi con piacere alla scelta dell’inquadratura, lasciando la tecnica in background come dovrebbe essere per ogni conoscenza tecnica ben acquisita.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 


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