Cosa c’è dentro una Fotografia?

Qualche giorno fa sono stato molto colpito, per varie ragioni, da un post scritto da Ryuichi Watanabe al ritorno da una vacanzina in Giappone. Ne riassumo brevemente il testo nel passaggi fondamentali:

“5 ore di attesa a Londra. Mentre in lunga attesa stavo pensando di Newton con Rolleiflex Wide… Ho uno strano rapporto personale di gusto con questo grande fotografo un po’ come la musica che viene diretta da maestro Herbert Karajan.

Fondamentalmente ammetto che loro sono grandissimi maestri ma non sono affascinato pienamente e a volte non mi piace pure (sicuramente colpa per mia mancanza di conoscenze artistiche) pure non posso fare a meno di loro.”

Ryu è indubbiamente assai esperto di musica, cantava da tenore, ha un figlio ottimo musicista. Ovviamente si intende moltissimo  anche di fotografia, sia per praticarla, che per conoscerne tecnica e materiali, sia perché ha conosciuto e continua a conoscere i più importanti fotografi, non solo italiani.

Accosta il direttore d’orchestra al fotografo, dicendo che sono entrambi grandi maestri ma a volte non gli piacciono.

 

© Saul Leiter<<<<

 

A un lettore del post ribatte:

quindi a te piacciono sia Newton che Karajan qualsiasi cosa che abbiamo fatto? Ad esempio raramente capitato che mi affascinasse le registrazioni di Karajan su opere italiane, né Bellini né Puccini, poi non parlare di Verdi. Tuttavia alcune fraseggi erano impressionantemente ben fatti. Quindi dico che è un genio ma per me un po’ tra il fascino e rifiuto .

Pure Newton, sarà stato bravo insegnante ma soprattutto grande fotografo, ma alcuni scatti non riesco decifrare o apprezzare fino in fondo. In questo senso ho scritto però alla fine, tanto o poco sia, c’è sempre questo atteggiamento con qualsiasi artisti.

Ma ci sono degli artisti che c’è un contrasto acutissimo tra “piace da morire” e “non capisco” 😅😅😅 e pure ho scritto che questa sarà mancanza da parte mia della sensibilità artistica.

Io non sono un grande esperto, né di musica né di fotografia, e meno che mai sono un critico. Penso semplicemente che due sensibilità, diverse ma affini, si incontrino in un opera, quale essa sia. La sensibilità e la preparazione dell’autore e quella del fruitore. Però sono in un certo senso diversi il fotografo dal musicista o dal direttore d’orchestra. Quello che ascoltiamo registrato in una direzione d’orchestra non sono le prove, sono i vertici di una produzione a lungo studiata per raggiungere la perfezione assoluta.

 

Vivian Maier

 

Riccardo Muti che lo conobbe assai bene disse:

“Karajan fu esigentissimo e inflessibile nei confronti dei musicisti, delle orchestre e dei cori che diresse, ma soprattutto verso sé stesso, in un’ansia di perfezione suprema, nemica della comoda “normalità”. Ma è con Herbert von Karajan che è nato davvero il culto del direttore d’orchestra, l’officiante del rito.”

Non sappiamo se Karajan fischiettasse il barbiere di Siviglia nel radersi davanti allo specchio.

Quello che vediamo nelle foto di Newton è un lavoro, un mix sincretico di sensibilità/creatività artistica, professione, mestiere. Il tutto sintetizzato nell’attimo dello scatto che è come una catarsi. Ovviamente non è l’unico scatto, è quello che ha preferito in quella sezione di shooting o che comunque è stato scelto e pagato per venire pubblicato.

Per mio conto posso dire che entrambi, a mio gusto del tutto personale, sono talvolta un poco “troppo”. Ovviamente non è colpa loro se le mie corde interne sono messe in vibrazione da toni diversi, magari più sussurrati, insomma sono io che non capisco, non ci arrivo.

Credo sia una ricerca di un piacere che anche a seconda dei momenti può essere diverso. Ricordo molti anni or sono acquistai in Francia, dato che in Italia non si trovava, il vinile di Free Jazz, Ornette Coleman.

L’album è stato definito da Chris Kelsey nella sua recensione “Free Jazz: A Subjective History” come uno dei 20 dischi essenziali del free jazz. L’opera servì come ispirazione e punto di partenza per lo sviluppo del movimento “free” e di enorme importanza per i successivi gruppi free jazz…

Indubbiamente è un capolavoro. Eppure devo starci con la testa, con tutta la ricettività possibile, lì ad ascoltarlo, non è che posso distrattamente sentirlo  in sottofondo mentre ritocco degli scatti in Gimp. Al dunque un brano musicale, una foto, sono incontri, non del tutto casuali, guidati da una ricerca di piacere del tutto personale, a volte effimero.

Però mi rifiuto di pensare che ogni vagito fotografico di un Maestro della fotografia sia un capolavoro.

 

 

Per quanto riguarda l’Arte, lo dico in tutta serenità: la Gioconda, insomma monna Lisa, mi lascia quasi indifferente. Non mi colpisce che “Il dipinto sia diventato oggetto di attenzione a livello internazionale dopo essere stato presentato alla stampa nel 2012 dalla Mona Lisa Foundation (fondazione svizzera no-profit), che ha divulgato i risultati di oltre trentacinque anni di studi.”

Tampoco sono colpito dal fatto che la composizione possa essere più o meno perfettamente iscritta in un triangolo o nella spirale di Fibonacci. Mio limite! Per fortuna una foto non è un quadro, nella composizione di una fotografia Fibonacci non c’entra una cippa.

 

© Giorgio Rossi. La via Lattea.

 

Insomma sono guidato da un gusto personale, credo poco influenzabile. Mi interessano le oscillazioni del gusto.

Badate bene, ho letto assai poco di Gillo Dorfles, insomma sono un ignorantone, ma come non rimanere colpito  anche solo dal titolo di alcuni suoi libri?

Nel 2008 pubblicò “Horror Pleni. La (in)civiltà del rumore”, un volume molto critico sulla “scoria massmediatica” che, a suo dire, avrebbe di fatto soppiantato le attività culturali. Nel 2009, con “Arte e comunicazione”, si occupò di cinema, fotografia e architettura. Tornò poi alla critica della società contemporanea e del consumismo con “Irritazioni, un’analisi del costume contemporaneo” (2010).

Fortunato Vincenzo Fedecostante che ebbe l’onore di incontrarlo per realizzare quello che fu l’ultimo ritratto del famoso critico e pittore. Indubbiamente siamo mediamente o molto influenzabili dal giudizio di chi riteniamo più esperto di noi.

 

Vincenzo Fedecostante

 

Come faccio a dire che un opera, quale essa sia, è brutta se un critico riconosciuto eccellentissimo l’ha considerata ai vertici. Non posso dirlo, me lo devo tenere dentro, senza nemmeno alzare le spallucce, altrimenti verrei assalito da una truppa di cammellieri armati di tutto punto. Fortuna che ci sono oscillazioni del consenso, quello che viene reputato ai vertici magari solo qualche anno dopo perde ogni consenso.

Ricordo quando vidi per la prima volta Keith Jarrett a Pescara jazz. Era il 16 luglio 1973. Jarret era agli esordi , The Köln Concert, un’improvvisazione solista  venne eseguita al teatro dell’opera di Colonia il 24 gennaio 1975. È considerato il più famoso album di jazz solo, con 3 milioni e mezzo di copie vendute.

Noi giovani ci spellammo le mani dagli applausi, i critici il giorno dopo nei loro articoli furono alquanto scettici, si chiedevano se quello che aveva suonato Jarrett fosse jazz. Fortuna che molti i critici si scordano presto di quello che hanno scritto, altrimenti si dovrebbero guardare allo specchio e sputarsi in faccia.

 

© Saul Leiter

 

Così mi viene da pensare a Vivian Maier e Saul Leiter… Saul Leiter, un poco come Carneade per molti fotoamatori medi, non certo per i più acculturati. Chi era costui? Nacque a Pittsburgh, 3 dicembre 1923 (- New York, 26 novembre 2013).

Vivian Maier, nacque a New York, 1º febbraio 1926 (-Chicago, 21 aprile 2009). Praticamente operarono fotograficamente negli stessi anni. Lui è stato un fotografo e pittore statunitense, i cui primi lavori negli anni ’40 e ’50 costituirono un importante contributo a quella che venne riconosciuta come la scuola di fotografia di New York.

 

Vivian Maier

 

Leiter trascorse gran parte della sua vita professionale come fotografo di moda, lavorando per una serie di rinomate pubblicazioni come Elle e Harper’s Bazaar, ma fino a tempi relativamente recenti era relativamente sconosciuto al mondo dell’arte.

Questo relativo anonimato sembrava adattarsi a lui, un personaggio naturalmente schivo, che vedeva la fama come una distrazione sgradita. Un poco come la Maier?

Lei, una tata, sesta nella hit parade degli street photographer, secondo la nota rivista Marie Claire. Non c’è casalinga di Voghera che non conosca la sua storia, quella di Saul Leiter però non la conoscono in molti, si vede che si sono persi il numero di Marie-Claire che ne parlava.

 

© Saul Leiter

 

“È colpa sua se in ogni circolo fotografico ogni settimana appare una foto con un ombrellino rosso o giallo,  maledetto!!” ha esclamato un caro amico fotografo.

Voleva scherzosamente dire che Leiter ha influenzato successivamente non pochi fotografi. Fu seminale per i suoi contemporanei, continua ad esserlo per gli attuali fotografi. Se un artista non getta semi, destinati a fa crescere ulteriori successive bellissime piante, non è un artista. Vale, è importante, solo in un preciso momento.

Al dunque dove sono questi semi? Per me sono dentro la sua opera anche se ovviamente i semi vengono dai frutti della loro vita.

Tuttavia non basta leggerne la vita per capirne i semi. Al dunque la Maier secondo me non ha lasciato alcun seme. Vale per questi anni, anche troppo. E non mi importa molto della sua vita, se sia stata o meno come l’ho letta millanta volte. Gli autoritratti? Carini. Rispecchiano perfettamente un diffuso ideale di tata, anche se meno attraente di quella Julie Andrews vista in Mary Poppins, prima da ragazzo poi da papà di bambini.

Curiosamente sono esattamente come devono essere, né più né meno.

 

Hippolyte Bayard. Autoritrstto

 

Oh non è che fossero delle grandi novità gli autoritratti fotografici. Né che quelli della Maier siano molto interessanti o creativi, servono al massimo a confermarne l’esistenza. Gli autoritratti sono nella storia della fotografia forse a partire da quell’Autoportrait en noyè (autoritratto da annegato) che si scattò Hippolyte Bayard nel 1840.

Luigi Capuana, scrittore, si immortalò da finto morto anni dopo, nel 1887. era nello spirito del tempo,  o meglio nello spiritismo in voga a quei tempi, anche spiritoso.

Successivamente venne chiamata fotografia concettuale, divenne per lo più seriosa. Qualche piccolo gustosissimo esempio si trova nel sito di Laura Manione.

 

Luigi Capuana. Finto morto.

 

Poi ci sono una infinità di fotografie da lei scattate, o attribuite a lei. Per carità piacevoli, di quel piacevole accessibile a tutti o quasi, magari con quel pizzico di fortuna che ci vuole sempre.

Forse è questo il pregio attuale della Maier, quello di essere accessibile.

La Maier non mostrò mai durante la vita i propri scatti, per lei ebbero un immenso valore, li conservò gelosamente, arrivando a non sviluppare la maggior parte dei rullini. Per me più caso clinico, ascrivibile  forse alla patologia di “accumulatore compulsivo”, che caso fotografico.

Guardiamo quelle fotografie, cosa c’è dentro? Il fascino del tempo che fu, indubbiamente. Togliamo questa tara. Togliamo anche la tara del racconto. Cosa resta? Qual’è il peso netto, dopo aver tolto il lordo? Ora mi direte che sono un eretico, che è impossibile togliere il lordo, che è imprescindibile parte del tutto. Può essere, però  cercate di essere veramente sinceri con voi stessi, cercate di scavarvi dentro. Vi colpiscono davvero tanto le foto della Maier, lasciano in voi quel segno, il punctum che trafigge Barthes?

 

Vivian Maier

 

“Non sono io che vado in cerca di lui ma è lui che, partendo dalla scena, come una freccia, mi trafigge. Io sono attratto da un “particolare”. Io sento che la sua sola presenza modifica la mia lettura, che quella che sto guardando è una nuova foto, contrassegnata ai miei occhi da un valore superiore.”

Considerando fotografie di autori noti, passeggiamo in un campo arato da altri, siamo vulnerabili, facilmente influenzabili da un pensiero diffuso dal quale ci è difficile allontanarci e discordare. Però nella nostra home di fotografi, aspiranti, o semplicemente interessati, scorrono tonnellate di immagini fotografiche.

Non so davvero come, quando, perché, alcuni fotografi mi siano piovuti nella home. Cosi qualche giorno fa mi sono soffermato ad osservare una fotografia di un autore giapponese. I fotografi giapponesi pare debbano essere bravi per definizione, così ammetto che sia bravino ma davvero niente di che. Tuttavia la foto che mi sono un momento soffermato ad osservare è davvero orrenda, sbagliata in tutto. Priva di qualsiasi qualità nella rappresentazione di quei fiori immortalati in due vasi di vetro. Eppure… 940 apprezzamenti sintetici equamente distribuiti tra cuoricini e like, piovuti da ogni parte del globo!!! Più incensamenti scritti, domande se la foto è in vendita. Ma fate davvero? Ma davvero davvero?

Capisco che amici intimi facciano un tifo spropositato, è umano, ma che si spertichino in elogi persone che nemmeno minimamente lo conoscono anche no.

Mi verrebbe di contattarli uno ad uno, di dir loro: “dai sediamoci tranquilli, spiegami  perché  trovi eccezionale questa fotografia, cosa ci vedi dentro che io non riesco a vedere?”

Indubbiamente siamo immersi sino al collo in quella “scoria massmedianica” che avvertiva Dorfles già nel 2008, 15 anni or sono… ma che orrore, che tanfo!

 

© Saul Leiter

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

Vivian Maier

 

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