Comfort zone e Fotografia, con Davide Conti

“Non ci sono regole per una buona foto, ci sono solo buone fotografie…

Non c’è niente di peggio di un’immagine nitida di un concetto sfuocato…

Ci sono due persone in ogni foto: il fotografo e l’osservatore…

Ho sempre pensato che la fotografia sia come una barzelletta: se la devi spiegare non è venuta bene”.

 

Sicuramente avrete capito che si tratta di aforismi espressi da Ansel Adams, non si sa bene in quale circostanza. Sono impressi nella nostra memoria come se fossero scolpiti sulla pietra. Devo ammettere, sarà un mio limite, che non mi sono mai strappato i capelli davanti alle fotografie di Ansel Adams. Mi appaiono auto-evidenti, facili, anche se ovviamente non lo sono. Un inno alla grandezza della Natura e dell’America. Immagini nitidissime di un concetto nitido. Inutile stare lì a spiegarle.

Tutto qui? Eh magari, perché quegli aforismi sono come un tarlo che mi scava dentro, che mi spinge a interrogarmi su me stesso, sulla Fotografia in generale, e di conseguenza, in cascata libera, sull’arte e la sua funzione.

 

 

Nel 1497 Michelangelo Buonarroti  ricevette dal cardinale Jean Bilhères de Lagraulas l’incarico di scolpire una Vergine Maria Vestita, con Cristo morto in braccio. Egli commissionò la statua della Pietà per posizionarla nella cappella di Santa Petronilla, in Vaticano.

Facile esclamare bellissima! Farci prendere dalla Pietas, immedesimarci nella Pietas della Madre, della mamma.

Tuttavia anche il concetto di Pietas non è poi così intuitivo, forse è anche cambiato con lo scorrere del tempo.

Eppure anche questa Pietà cela significati che non ci sono affatto evidenti. Del resto ci furono anche molte critiche riguardanti l’aspetto troppo giovane del volto della Vergine, che sembra quasi un’adolescente. Questa fu, da parte di Michelangelo, una scelta consapevole e di natura teologica: la Vergine incorrotta, l’Immacolata Concezione, è il simbolo di una giovinezza cristallizzata, che non può appassire… La statua della Pietà ha un’altra particolarità, un po’ più difficile da notare: il Cristo ha un dente in più, un quinto incisivo. Questo dente è soprannominato “il dente del peccato” e nelle opere di altri artisti rinascimentali è prerogativa di personaggi negativi. Il Cristo della Pietà, invece, dovrebbe esserne stato dotato perché, con la sua morte, prende su di sé tutti i peccati del mondo.”

 

 

È un opera simbolica, una allegoria, una figura retorica per cui un concetto astratto viene espresso attraverso un’immagine concreta. L’allegoria è spesso usata anche in altri campi artistici, dalla pittura alla scultura alle altre arti figurative, tra le quali c’è o ci può essere anche la fotografia.

Ho accennato alla “Pietà” più conosciuta, quella Vaticana, Michelangelo ne scolpì altre due. La “Pietà Bandini”, databile al 1547-1555, la “Pietà Rondanini”, 1552-1553 (prima versione) e rilavorata dal 1555 circa al 1564.

Se si confronta la pietà vaticana con quella Rondanini viene quasi da chiedersi: ma cos’ha fatto, si è scordato come si scolpisce? Quella Vaticana fu scolpita per piacere alla committenza (e in seguito al normale osservatore) mentre la “Rondanini“ forse fu totalmente sua. Negli ultimi anni della sua vita Michelangelo si era dedicato alla scultura solo occasionalmente e per scopi quasi esclusivamente personali. In particolare, stando a quanto riportano i suoi biografi Condivi e Vasari, era desiderio dell’artista completare una Pietà da collocare sulla sua sepoltura.

 

 

Un suo contemporaneo olandese, Hieronymus Bosch, (1453 -1516) dipinse scene alquanto bizzarre, allegorie oggi come oggi non facilmente decodificabili senza possedere opportune chiavi “culturali” di lettura.

Con grande ironia, Bosch mise in scena i conflitti dell’uomo rispetto alle regole imposte dalla morale religiosa, quindi la caduta nel vizio e il destino infernale per redimersi dal quale appare il riferimento alle vite dei santi, attraverso l’imitazione della loro vita dedita alla meditazione anche se circondati dal male, sia nelle tavole con la Passione di Cristo, attraverso la meditazione sulle pene sofferte dal Cristo, per riscattare dal peccato universale il genere umano, che porta all’immedesimazione stessa del riguardante e alla salvezza… Alcuni studiosi, nel tentativo di spiegare i soggetti della poetica di Bosch, hanno ipotizzato la sua relazione con altre sette, come quella degli Homines intelligentiae (Franger, 1947), ispirata a un’eresia clandestina che prevedeva il nudismo e il libero amore come tramite per giungere a una rinascita della “innocenza paradisiaca” prima del peccato originale. Al dunque possono essere utili chiavi di lettura odierne per comprendere meglio opere così lontane nel tempo? Sopratutto, è indispensabile comprendere le opere d’arte per apprezzarle? Ciò ci porta diritti diritti al dibattito sull’universalità dell’arte, sul linguaggio, sui codici di comunicazione.

Come giungere a delle conclusioni sull’arte se non siamo nemmeno capaci di giungere a conclusioni nemmeno su un singolo autore? Alla fin fine, molto terra terra, ci sono opere d’arte che ci catturano assai facilmente, che ci risultano almeno apparentemente comprensibili, altre meno.

È dunque giusto lasciarci catturare solo da quello colpisce epidermicamente la nostra attenzione? È giusto lasciare fluire una miriade di immagini rapidamente, farle scivolare nel nostro oblio? I pensieri scritti da altri a proposito di una immagine, di un autore, che le le condividiamo o meno, possono indurci a soffermarci, a cercare di comprendere meglio e farci, attraverso diverse opinioni, una nostra opinione? Ognuno di noi ha una personale “comfort zone”.

 

 

La zona di conforto è sicura, protettiva, fondamentalmente perché è conosciuta.

Certe opere d’arte, certe fotografie, ci cullano nella nostra comfort zone, le percepiamo soggettivamente rassicuranti, piacevoli, immediatamente “belle”. Poi magari dopo qualche tempo le percepiamo come monotone, arrivano a non provocarci più alcuno stimolo, nessuna emozione. La nostra crescita sin dalla primissima infanzia è costellata da sperimentazioni fisiche, mentali, dal tentativo fortemente voluto di uscire dalla nostra comfort zone, anche rischiando. Senza questi tentativi non ci può essere conoscenza né crescita individuale o collettiva, sociale. La psicologia della Gestalt ha approfondito le figure ambigue.

Molti artisti si sono adoperati a produrne, con il più o meno evidente intento di destabilizzare l’osservatore facendolo  uscire dalla sua comfort zone. Però a ben vedere ogni immagine, ogni fotografia, può essere una figura ambigua, può avere molti strati uno sull’altro, come una cipolla. Si parla spesso dei “doveri” del fotografo, poco di quelli dell’osservatore. Esistono “doveri” dell’osservatore?

 

 

Penso che per crescere come fotografo sia necessario essere profondamente osservatore e che  crescere come osservatore, anche senza essere fotografo sia comunque importante. Altrimenti è inutile lamentarsi dello stato della fotografia in Italia. È anche un discorso più generale, basta osservare il livello dei programmi televisivi in Italia. Certa immondezza non verrebbe prodotta se non ci fosse chi la osserva tutti i giorni per ore.

Certo i tempi cambiano, anni or sono la fotografia era assai più trasgressiva, basta ricordare l’opera di Nobuyoshi Araki o di Robert Mapplethorpe. Oppure le fotografie anche odierne di David LaChapelle solo per dire i primi nomi che mi vengono in mente. Ma non è che siamo molto esterofili, che accettiamo come arte solo quello che viene già reputato arte altrove?

Da Ikea vendono splendidi manifesti fotografici. GRÖNBY Set di 9 immagini, paesaggio blu179x112 cm si può acquistare a 65€. Ovvio si tratta di riproduzioni tipografiche non di opere uniche.

 

 

Esistono anche aste di vere fotografie, a prezzi base asta molto abbordabili, vantaggiosi anche rispetto ai manifesti Ikea se si tiene conto che si tratta di vere fotografie. Chi mai compera una bella fotografia magari di un autore sconosciuto, solo perché gli piace vederla ogni giorno appesa in salotto? A spuntare le offerte maggiori sono per lo più fotografie di autori già famosi e defunti, acquistate da collezionisti, forse considerate come beni rifugio da tenere in cassaforte.

Sul piano internazionale, ottimi i risultati raggiunti da artisti quali: Fukase Masahisa con “Yoko 1980” (€ 13.750); Candida Hofer con “Balhaus Watzke Dresden 1 2000” (€ 7.500); Roni Horn con “Untitled #7 1998” (€ 6.250), Carsten Holler, Edouard Boubat, Bern Stern e Ansel Adams. In questi giorni ha luogo il Miart, fiera dell’arte contemporanea, compresa la fotografia. Quanti ne conoscono l’esistenza?

 

 

Ho parlato di tutto ciò recentemente in una piacevolissima telefonata con l’amico fotografo Davide Conti.

Qui ci racconta di sé e della sua fotografia.

“Appena partito, la Via ti porta subito vicinissimo alla meta.

Ti sembra di essere già arrivato, ma sei soltanto al centro del labirinto della tua vita. La Via del Tempo è la strada maestra.

Un percorso attraverso il proprio Inferno e Paradiso, dentro ai quali si può evolvere con la sperimentazione e la ricerca di conoscenza.

Il centro da scoprire di questo cammino è il continuo passaggio dalle Tenebre alla Luce, in cui viaggiare dentro se stessi, dal luogo più oscuro dell’anima al sacro “Assoluto”. Ci si addentra nel labirinto non più in cerca di salvezza, ma per conoscersi in un cammino esplorativo della propria esperienza individuale, dove il destino non è legato ad un fato capriccioso e ingannevole o intrigante e divertente.

Uno specchio in cui attraversare le immagini che risuonano insieme in arcani, tra Inferno e Paradiso, vibranti in un esterno che riflette l’interno di chi guarda. Rappresentano storie di vita, influenze mitologiche e i grandi temi che influenzano l’esistenza e il viaggio dell’anima verso il risveglio.

I significati sono profondi e complessi, e si esprimono modi diversi.

 

 

In cui sperimentare le frequenze della ricerca, in un Castello del Destino che disegna il periodo a disposizione per esplorare tutte le possibili risonanze all’interno di sè.

Sempre più la condizione contemporanea si manifesta a noi in un’assenza di luogo di origine e di arrivo, in un “Tòpos” in cui ogni stimolo che percepiamo, essendo quindi privo di una propria collocazione, la esige da noi.

Siamo liberi così di vivere una diversa e personale esperienza di ogni avvenimento collocandola così all’interno delle sue possibilità espressive, da un estremo all’altro.

In questa “Wunderkammer” ciò che era mia intenzione fare era costruire e offrire differenti possibilità di osservare e riflettere un grande e universale tema come l’Amore, attraverso i suoi desideri, i suoi sogni, le speranze e le esplosioni di passioni irrefrenabili con le sue più profonde paure. 

 

 

Ho cercato, prima studiando e poi rappresentando queste allegorie di innamorarmi di un pensiero, di un autore, di una immagine e delle simbologie sottese, ma ciò che e mi interessava scoprire in questa ricerca era di verificare la possibilità di un equilibrio di punti di osservazione diversi tra loro rimandando a forme di pensiero che potessero in qualche modo incuriosire e stimolare qualche riflessione.”

Interessantissimo per approfondire, un articolo della storica dell’arte Ilaria Rossi, ce lo racconta anche in un  video, ne spiega ulteriormente le figure femminili rappresentate e l’equilibrio nella composizione.

Della tecnica di Davide Conti parla Onnik Pambakian.

Ulteriori approfondimenti possono essere trovati sul  canale “Modern Paint” di Youtube.

La sua ultima mostra, annunciata su Modernpaint, ha luogo dal 12 marzo al 30 settembre 2022 al Palacongressi di Rimini

Le sue opere sono in vendita su Artsy.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

 

 

 

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

error: Alert: Contenuto protetto!