Il titolo generale dei miei articoli su Sensei, “Saltuari pensieri sulla fotografia”, non è a caso. Vado a zig zag, sempre un poco sbilenco come del resto cammino, cercando di evitare il mainstream, i luoghi comuni, le verità date per assodate. Scrivo di concetti generali, cerco autori, delle più diverse tendenze. È un mondo sfaccettato come un diamante quello della fotografia, ognuno deve trovare un suo modo per viverla o viverci, non esiste un modo giusto non esiste un modo sbagliato.

C’è un mondo della fotografia che ruota intorno ai social, principalmente Facebook. Lo chiamo più o meno scherzosamente “circo Barnum” dato che come in un circo c’è il presentatore, il giocoliere, l’equilibrista, il domatore di pulci e il nano. È un mondo impantanato intorno a letture di portfolio, call for entry, workshoppini, best selected, pubblicazioni su virtual Vogue, honorables mentions, leoncini da tastiera e qualche scazottatura a distanza.
C’è un altro mondo, della fotografia, del cinema, delle arti visive, della musica, molto più intriso nel reale, nella vita quotidiana, in centri sociali, scuole e università. Questi due mondi dovrebbero convergere di più per creare “movimento” e diventare la nostra cultura futura. Di base ci dovrebbe essere la felicità del fare, questo clima sociale e politico, guerrafondaio, ci sta togliendo la felicità del fare, di stare insieme nel fare.

Senza andare troppo indietro nel tempo provate a pensare a Woodstock o al più recente concerto di Simon Garfunkel a Central park, NY nel 1981, presentato dal sindaco Edward Irving Koch in tutta semplicità: “Ladies and Gentleman… Simon and Garfunkel” non occorreva un discorsone. Iniziano a cantare:
We’d like to know a little bit about you for our files
We’d like to help you learn to help yourself
Look around you, all you see are sympathetic eyes
Stroll around the grounds until you feel at home,
And here’s to you, Mrs. Robinson
il testo è una sorta di presentazione umile dei loro intenti, parlano al vastissimo pubblico come se fosse un’unica persona:
Vorremmo sapere un po’ di te per i nostri archivi
Vorremmo aiutarti ad imparare ad aiutare te stesso
Guardati intorno e vedrai solo occhi comprensivi
Passeggia nel parco finché non ti senti a casa.
Potrei citare altri concerti, quello di Pino Daniele in Piazza del Plebiscito a Napoli nel 2008
…Il feeling è sicuro, yeah-eh.
Quello non se ne va.
Lo butti fuori ogni momento.
È tutta la tua vita e sai di essere un nero a metà…
Ed ancora, guardate e ascoltate questo video di Jeff Beck e Tal Wilkenfeld, live al Ronnie Scott’s, novembre 2007. Lui 66 anni lei 21. La vedete la loro gioia nel FARE grande musica insieme, al di là di ogni possibile distanza generazionale? Però è già un concerto di nicchia, non è un megastadio.
Quegli anni sembrano oggi lontanissimi! Colpa della società? Ma la società siamo noi come singoli, con le nostre scelte, i nostri studi, il nostro impegno, le nostre pulsioni, i nostri pensieri, le nostre parole, i nostri scritti, il nostro fare nel quotidiano. Ad interessarmi sono le mille sfaccettature di questo fare, non solo fotografia, nel quotidiano.

In un articolo recente avevo intervistato Ludwig Ferrante, era presente anche Ilaria Mauri, per gli amici Ila. Collaborano in molti lavori, li avevo incontrati giorni prima mentre svolgevano un lavoro di documentazione al MAAM Metropoliz, per la presentazione di una Guida di Repubblica, per un convegno e i risultati del workshop internazionale di architettura curato da Flores & Prats, con Orazio Carpenzano e tutta la squadra di Sapienza.
Ci eravamo messi d’accordo per incontrarci a cena e scivolare piacevolmente in due interviste intrecciate, una a Ludwig, una ad Ilaria. Solo che Ila è poco propensa a parlare, le piace più scrivere, così le ho chiesto di scrivere, di raccontarsi….
Qualche sera fa, tra una chiacchiera e l’altra a cena da Giorgio, scopriamo di condividere la passione per la fotografia; così iniziamo a parlare dei nostri progetti, Giorgio, che ha lavorato praticamente tutta la vita come fotografo, ci mostra alcuni libri che contengono i suoi lavori fotografici e alcune fotografie di still life cui si sta dedicando negli ultimi mesi, che trovo subito estremamente interessanti.
Di queste ultime mi stupisce soprattutto il modo assolutamente personale in cui riesce a rappresentare il suo quotidiano e la sua intimità, attraverso una ricerca costante su quegli stessi oggetti domestici e quella tavola da pranzo che in quel momento vedo bandita e ricolma di bicchieri, piatti, bottiglie, nel solito caos fumoso che sussegue una cena movimentata, ma che nelle sue fotografie assumono un rigore, quasi metafisico, dove quell’ambiente domestico e accogliente che vedo davanti a me si trasfigura in uno studio sulla luce e sull’essenzialità della forma.
Rimango affascinata da questa sua capacità di ritrarre il domestico, che io, trovandomi invece all’inizio della mia carriera, troverei possibile solo dopo tanti anni di ricerca personale e fotografica.
Io ho iniziato a scattare da adolescente e ho continuato a studiare e fare pratica sempre da autodidatta fino a quando, ormai tre anni fa, ho iniziato a studiare fotografia cinematografica presso la Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté”.
Da piccola mi affascinavano le riviste e i documentari naturalistici e ambientalisti e mi divertivo a giocare con le piccole macchine fotografiche a rullino usa e getta o digitali che trovavo in casa, utilizzate per le foto di famiglia e i ricordi delle vacanze, senza pretese.
Più avanti, quando comprai la mia prima macchina fotografica, rimasi come folgorata ed iniziai ad appassionarmi e a studiare quel meraviglioso oggetto che subito divenne per me, oltre che un mezzo dalle infinite possibilità espressive, una nuova chiave di lettura della vita stessa.

Negli anni ho continuato i miei studi, appassionata di materie umanistiche e di altre culture. All’università studiavo Lingue orientali e facevo altri lavoretti saltuari prima di dedicarmi totalmente a questo ambito.
Il cinema è un’altra grande passione nata sempre in età adolescenziale e questa scuola- non avendo frequentato prima altre accademie o corsi specifici – mi ha permesso di studiare seriamente la fotografia, con un approccio diverso rispetto a quello cui ero abituata prima, che è quello dell’audiovisivo. Questo ambito richiede una preparazione ai progetti ed un uso di strumentazioni tecniche maggiori, oltre che un approccio lavorativo e creativo differente.

Trovo che il cinema e il video in generale aprano possibilità a forme narrative ed espressive diversificate, dal documentario al film di finzione alla video arte.
Sicuramente non è un mondo facile dove inserirsi e lavorare, il cinema industria è una macchina che spesso e volentieri viene schiacciata dalle sue stesse logiche capitaliste orientate solo al guadagno.
Perciò da un paio d’anni faccio parte di un collettivo di amici e colleghi, timebanditz di cui fa parte anche Ludwig, con cui abbiamo iniziato a realizzare progetti indipendenti, credendo e sperando sempre nell’auto produzione “dal basso” e di strade alternative. Stiamo avendo discreti riconoscimenti, speriamo bene.
Della fotografia mi affascina la sua enigmaticità intrinseca, quella capacità di cristallizzazione dell’attimo che rimescola e carica di significati altri la forma del presente, molto similmente alla poesia scritta. E’ questo ciò che mi hanno sempre trasmesso le fotografie di grandi maestri come Cartier-Bresson, Barbey, Koudelka, Gardin, Giacomelli e tanti altri fotografi e fotografe che mi hanno ispirata e fatto amare quest’arte meravigliosa.
Fuori dal livello professionale, per me rimane tutt’ora, come quando ho iniziato un po’ di anni fa, una forma di meditazione e di riappacificazione con la realtà. Mi diverto a scattare sia in digitale che in analogico, principalmente con la mia Fujifilm e Nikon, da un po’ ho iniziato a stampare in casa in camera oscura, altra grande passione. Per le riprese, invece, utilizzo principalmente camere Arri, Blackmagic e Canon. Attualmente sto lavorando alla realizzazione di un documentario, genere che mi sta appassionando molto e verso cui vorrei indirizzarmi.
In ultimo, Giorgio mi aveva chiesto cosa ne penso dei festival fotografici esclusivamente femminili. Devo dire che questa domanda mi mette un po’ in difficoltà, perché rispondendo il discorso potrebbe diventare davvero lungo e complesso

Da donna e femminista sono consapevole di quanta disparità e discriminazione di genere esista in generale a livello sociale, culturale e lavorativo, in questo lavoro, in particolar modo e ancor più nel cinema, sopratutto in passato. Nonostante ciò, ci sono state e ci sono delle grandissime fotografe che hanno fatto la storia, basti pensare a Diane Arbus, Letizia Battaglia, Nan Goldin, Susan Meiselas o Lee Miller (della quale sto leggendo un bellissimo libro che mi è stato regalato di recente).
Trovo che sia importante una rilettura del canone, in fotografia come in letteratura ad esempio, in cui si riscopra e si attribuisca la giusta importanza a figure il cui lavoro è passato in secondo piano rispetto a quello di altri, a causa di pregiudizi di genere o di classe
Perciò, sono d’accordo con il concetto di “fare rete” oggi, dove la parità non è stata ancora pienamente raggiunta, considerando che in passato potersi permettersi di essere una fotografa o un fotografo – per non parlare della regia cinematografica o dell’arte in generale – era comunque frutto di un privilegio elitario e perciò classista, quindi, in quest’ottica, può essere una spinta aggiuntiva

In tutta onestà, personalmente delle volte mi trovo di dissentire con alcune scelte di selezione per quanto riguarda festival, bandi, masterclass, perché trovo che nonostante la buonafede ricalchino sempre una differenziazione di cui, personalmente, mi auguro non ci sia più bisogno, un giorno.
Allego alcune foto di progetti che ho scattato negli ultimi anni, digitali e analogiche. Alcune sono state scattate girovagando o in viaggio, altre appartengono ad un progetto di foto che ho scattato in un posto occupato sotto sgombero e altre ad una serie di foto in pellicola che ho scattato all’interno dell’Ex manicomio abbandonato sull’isola di Poveglia (Venezia).

Dell’importanza di fare rete sono da sempre convinto. Il ‘68 non è stato un movimento di un anno, è iniziato intorno agli anni ‘60, per continuare sino alla fine degli anni ‘70. Il motto era: soyez réalistes, demandez l’impossible.
Non c’era internet in quegli anni, eppure le idee fluivano, confluivano dall’America all’Europa, si incontravano, si intrecciavano. Oggi viviamo le grandi solitudini di un mondo sempre connesso ma per lo più poco capace di comunicare, di interfacciarsi col reale.

Nel 1976 F. Guccini aveva composto “Canzone di notte n.2”. Ce l’aveva presentata lui stesso in una nottata avvinazzata tra amici, dopo un concerto al Palasport.
…Ma adesso avete voi il potere
Adesso avete voi supremazia, diritto e Polizia
Gli dei, i comandamenti ed il dovere
Purtroppo, non so come, siete in tanti e molti qui davanti
Ignorano quel tarlo mai sincero
Che chiamano “pensiero”…
Che facevo in quegli anni? A una domanda del genere avrei potuto rispondere: “Mah, te l’ho detto: giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose.” Due anni prima ma più o meno esattamente come in una frase cult di Ecce bombo del 1978.
Ero con altri amici una sorta di Jack Frusciante ante litteram, uscito dal gruppo. Erano gli anni di piombo in Italia, un periodo storico compreso tra la fine degli anni 1960 e gli inizi degli anni 1980, ne uscimmo a fatica. 11 novembre 1980, Canale 5 iniziò ufficialmente le trasmissioni a livello nazionale. La celebre canzone di Vasco Rossi poteva sembrare banale quando uscì nel ‘83, forse era un doloroso presagio:
E poi ci troveremo come le stars, a bere del whisky al Roxy bar.
O forse non c’incontreremo mai, ognuno a rincorrere i suoi guai.
Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso.
Ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi.
Ne sono passati di anni, stiamo messi così, si fa presto a dimenticare la storia anche recente non avendola vissuta. Solo sempre stato un idealista, continuo a esserlo.
Bisogna tornare a credere che, nell’impegno personale e collettivo, facendo rete, gettando ponti, 1+1+1+ 1 possa dare come risultato 6.

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