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Ci saranno ancora grandi fotografi, Maestri della Fotografia?

Recentemente sono deceduti Robert Frank, Fred Herzog, Charlie Cole. Ogni volta che un grande ci lascia per andare a scattare fotografie nei grandi pascoli del cielo non posso fare a meno di interrogarmi sullo stato attuale della fotografia.

 

Maestro: “titolo di rispetto, riferito a chi, nell’insegnamento, rivela particolari doti, soprattutto per vastità di dottrina, efficace chiarezza didattica; perciò usato talvolta come appellativo, in segno di venerazione” (Cit. Treccani).

 

In verità, salvo pochissime ma importanti eccezioni, tali Maestri non hanno mai fatto didattica. Un tempo si apprendeva l’arte andando a “bottega”, facendo l’assistente. Era un mestiere in gran parte artigiano, non molto diverso dal fare il fabbro o l’idraulico. Solo assistendo, aiutando, si veniva a stretto contatto con la capacità dell’autore, non solo tecnica, anche ideativa. Si apprendeva nel reale, facendo, osservando fare. Per diventare un artista tra il Quattrocento e il Cinquecento non c’era una scuola, si andava “a bottega”. Era un percorso obbligato per un giovane artista inesperto, è il percorso che tutti i grandi artisti hanno compiuto per imparare il mestiere. 500 anni dopo Picasso ha studiato ma non è stato propriamente maestro, non ha insegnato. 500 anni…

Per chi iniziava a cimentarsi nella fotografia e voleva farne la sua professione futura la bottega era lo studio di un fotografo già affermato. Si è rapidamente passati dalla fotografia come mestiere alla fotografia come professione. L’artigianalità del fare fotografia è andata perduta, il procedimento dall’ideazione alla realizzazione finita è frazionato in una miriade di competenze diverse. Tuttavia molti fotografi lavorarono praticamente solo fuori dagli studi, sul campo, da soli. La pratica della fotografia come approccio ideativo è stata da sempre anche molto individuale, la tecnica in fondo si basa su pochissime cognizioni di base, ma da sola non basta. Curioso pensare che molti fotografi d’oggi non abbiano frequentato alcuna scuola di fotografia e tuttavia dopo pochi anni di pratica già insegnino.

 

Weegee – Self-Portrait as Spaceman at Circus. © Weegee/International Center of Photography/Getty Images

 

Le opere dei Maestri della fotografia sono ancora lì, basta chiudere gli occhi, pensare ad un autore e ve le vedete scorrere nella mente. Non poche delle loro fotografie sono diventate icone, fanno parte del bagaglio visivo di chi è interessato alla fotografia. A volte sono addirittura disgiunte dal loro autore, vi sono non poche fotografie che conosciamo e riconosciamo ma magari non sappiamo o non ricordiamo chi le abbia scattate. Ora proviamo a chiudere gli occhi e pensare al nome di un qualche noto fotografo di oggi. Quali sue foto riusciamo a vedere nitidamente anche a occhi chiusi? Immagino poche, dove risiede la differenza?

Forse in parte la differenza sta nel soggetto ripreso. Irving Penn ritraeva Picasso. Spesso grandi fotografi erano in buon contatto con persone note in altri ambiti artistici, c’era un humus, c’erano movimenti artistici e culturali che ora non ci sono. Naturalmente non è sempre così. Se chiudete gli occhi e pensate a Steve mcCurry probabilmente vi verrà in mente la ragazza afgana. Da foto copertina del National Geographic è diventata un’icona, anche se è una persona sconosciuta. Cosa dunque rende significativo un soggetto fotografato, a prescindere che sia un ritratto, un paesaggio o altro? Cosa ci colpisce in una fotografia, che rapporto instauriamo con quello che individuiamo come soggetto principale dell’immagine? Spesso è emozionale, insondabile o quasi, soggettivo e collettivo al tempo stesso.

Una fotografia famosa di solito non piace solo a voi, viene “universalmente” o quasi riconosciuta come una fotografia importante. Il suo valore diventa oggettivo, per giudizio forse atemporale.
Forse… a volte subentrano mode e tendenze. Persone che non si sono mai interessate di fotografia improvvisamente stravedono per Vivian Maier.

In una sorta di classifica su Marie Claire la Maier compare al 6° posto su 8 tra i più importanti fotografi di street.

 

Vivian Mayer. Self Portrait.

 

Un interessantissimo fenomeno mediatico, non a caso orchestrato abilmente in America. Sappiamo molto della sua vita, facilmente costruibile a posteriori, ma nulla della sua attività fotografica è realmente tracciabile, è stato significativo ai tempi in cui visse. Soffermandosi ad osservare le sue foto si resta indubbiamente ammaliati dal fascino del tempo che fu, alcune foto sono indubbiamente piacevoli ma potrebbero essere benissimo frutto selezionato dell’opera di numerosi diversi fotografi. Dubito che tra un centinaio di anni resti di lei una traccia importante nella storia della fotografia, ma oggi come oggi smuove soldi a palate anche se non ci guadagna niente. In fotografia viviamo questo paradosso: grazie a una ben riuscita operazione mediatica una fotografa forse mai esistita può diventare in pochi anni famosa in tutto il mondo. Un fotografo realmente esistente, bravo impegnato, tracciabile nel suo lavoro, stenta non poco ad avere di che vivere.

Forse essendo immersi nel periodo storico in cui viviamo, non siamo in grado di osservarlo con obiettività, con distacco. La diffusione delle immagini negli ultimi anni è cambiata enormemente. Sappiamo bene quanto girino rapidamente sul web, eppure curiosamente, per quanto enorme sia la rete, la diffusione delle immagini rimane catturata dalla rete, chiusa in ristretti ambiti geografico/culturali, piccoli regni nei quali un fotografo può essere assai conosciuto, mentre altrove nel mondo il suo nome è del tutto ignoto. Essere su Facebook è una testimonianza di esistenza in vita. Esisto, sono, ho molti followers, esisto più per le mie parole che per la mia opera fotografica.

 

© Weegee. Distortion (Self portrait with camera) , 1950–1959

 

Fino a qualche anno or sono le fotografie stampate su quotidiani e riviste giravano rapidamente il mondo, documentavano e testimoniavano, erano “illustrazioni” a corredo di un articolo o un testo scritto da redattori, studiosi, giornalisti. Al fotografo non era concessa parola, doveva considerarsi già soddisfatto se il suo nome compariva accanto a quello di chi aveva redatto l’articolo. Il giornalista, inviato speciale, poteva starsene tranquillamente in albergo mentre il fotografo rischiava la vita sul campo in zone di guerra. In seguito con la diffusione della televisione in ogni casa ci si abitua a vedere la guerra e la morte in diretta sullo schermo, il fruitore dell’informazione è sempre più indifferente, spesso disinteressato, coinvolto visivamente ed emotivamente solo per un’instante, poi tutto passa, stacco pubblicitario, altro programma, non c’è il tempo per sedimentare e ripensare, riviste e giornali non sono più prima informazione, diventano approfondimento, sino a quando l’editoria giornalistica entra in crisi.

Cresce un modo diverso di diffondere le immagini, non sono più solo informazione, alla documentazione il pubblico pare marginalmente interessato, però riesce a essere coinvolto dalla rappresentazione, dal contatto diretto con il fotografo, che racconta in prima persona, senza alcun filtro, le sue esperienze , il suo modo di interpretare quello che vede e vive. Il fotografo diventa una sorta di cantastorie. Gira a raccontare la sua storia, per raggranellare soldi a sufficienza che gli permettano di mangiare e partire per un altro viaggio. Per potere raccontare un’altra storia.

Prima viaggiavano solo le immagini che il fotografo riportava. Ora il fotografo dopo averle prodotte viaggia con le sue immagini e per quanto possa viaggiare non viaggia abbastanza per renderle “universalmente” conosciute e riconoscibili.

 

Weegee (Arthur Fellig). New York, 1944. © International Center of Photography/Getty Images

 

Per questo penso che oggi come oggi sia difficile che emergano nuovi grandi fotografi, maestri della fotografia. È un grave danno, una perdita irrecuperabile? Forse, ma così è, facciamocene una ragione. Viviamo in un epoca di passaggio nella quale il progresso è talmente rapido che è impossibile abituarsi ai cambiamenti, siamo soliti pensare che quello che solo qualche anno or sono era in un modo, debba continuare così,   non riusciamo ad accettare che possa improvvisamente smettere addirittura di esistere.

Eppure succede, ma per lo più ci sfiora appena. Se cercate un ciabattino è diventato difficile trovarne uno, le scarpe ormai sono usa e getta prodotti industriali non più artigianali. In questa situazione dubito che possano crescere fotografi destinati a lasciar traccia in futuro nella storia della fotografia, possono esserci fulgide meteore, ma come tali probabilmente non lasceranno alcuna traccia persistente.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

Weegee. Self Portrait Distorted

 

 

 

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