Come tutti sanno il mondo della fotografia è diviso per generi. Non è una distinzione netta e categorica, tuttavia torna pratica. Alla domanda “che genere di fotografie fai?” è normale rispondere: nudo “artistico” (però sembra meno porcello dire glamour) oppure sport, o wildlife, o macro, o paesaggio ecc. Magari non è una distinzione netta, ci può essere il border line. Si possono realizzare foto glamour in natura o in interni urbex, nulla è vietato a prescindere. Esistono regole generali che vanno bene per qualsiasi genere si pratichi, anche se non sono costantemente specificate, però meglio conoscerle comunque.

 

© Giorgio Rossi. Turisti con piantina

 

Per esempio la privacy va sempre tutelata. Non sta bene vendere delle fotografie di glamour senza il consenso della persona ritratta, ovviamente postare un normale paesaggio non crea problemi a nessuno, però se si ritrae l’interno di una casa privata ci vuole il consenso. Può sembrare stano ma certe riviste  tipo CasaVogue o VilleGiardini, venivano definite ‘cataloghi per ladri’. Per lo più non era esattamente così, dato che in realtà molti servizi erano una sorta di pubblicità, più o meno occulta, di arredi o altro portati e ambientati in location piacevoli. Come del resto accade in programmi di cucina come Masterchef dove si vede rapidamente (ma si distingue assai bene) la marca dell’olio o della pasta.

In genere ci sono accordi preliminari, il fotografo si fa rilasciare una liberatoria firmata. È normale chiederla anche a chi partecipa ad una esposizione, specificando che i file delle foto esposte serviranno per la pubblicazione del catalogo e non per altri usi. Ovviamente con una modella ci si accorda sull’uso della fotografia prima di uno shooting.

 

© Giorgio Rossi. Street metro

 

Normalissimo dunque, in occasione di un servizio, portarsi dietro una liberatoria da fare firmare. Di solito in altri ambiti non serve, difficile aver rogne fotografando un paesaggio. Chi è fotografo professionista ci è abituato, chi inizia no e sarebbe magari imbarazzato nello stilare una liberatoria da fare firmare in caso di necessità. Tutto quello che esiste in materia di pubblicazione o diffusione di fotografie è già stato legiferato da molti anni anche se nel 2016 ci sono stati degli aggiornamenti:  

Per quanto riguarda la “tutela dei minori” tuttavia è intervenuto il Garante della Privacy il quale ha assunto una posizione netta: ha dichiarato, infatti, che la tutela del minore immortalato in una foto, deve essere rispettata non solo nei casi di un suo coinvolgimento in fatti di cronaca nera, ma in qualunque ambito della vita quotidiana. E ciò vale  per le testate giornalistiche, ma in egual misura anche per la fotografia.

Sembra roba da poco. Ricordo che molti anni or sono, quando ancora non esisteva la fotografia digitale in Francia (o in Inghilterra? Boh) un papà aveva portato a stampare da un minilab delle fotografie scattate al figliolino nella vasca da bagno, e aveva poi avuto una sgradevole visita della polizia. Ovviamente tutto si chiarì ma fu un episodio non piacevole per il padre.

Va detto anche che il comune senso del pudore e cose simili sono molto cambiate dagli anni ‘70. Attualmente anche a fotografare in spiaggia dei bambini che giocano, semplicemente perché sono carini, si può rischiare di essere accerchiati come pedofili. Se un genitore vuole fotografare il suo pargolo mentre gioca con un amichetto facendo un castello di sabbia, ci pensa due volte e magari fa allontanare per sicurezza l’amichetto. A suo tempo sembrava del tutto normale che David Hamilton fotografasse e pubblicasse ragazzine minorenni nude in salsa flou, oggi non sarebbe possibile, per me giustamente.

 

© Giorgio Rossi. Omaggio ad Ansel Adams

 

Credo che queste leggi sulla privacy abbiano avuto una forte influenza nel modo di praticare la street photography in Italia. Ovviamente in vacanza all’estero ci si poteva concedere più libertà di azione, dato che i soggetti ripresi molto difficilmente avrebbero visto lo scatto pubblicato su una rivista o un social.

In Italia fu necessario precisare ulteriormente le regole per evitare reazioni di soggetti ripresi esacerbate dalla diffusione della street photography. Se uno era un minimo minimo particolare, o come abbigliamento o per atteggiamenti e caratteristiche fisiche, correva il rischio in una normalissima passeggiatina in centro di dover sottostare al tiro incrociato degli street photographers. In realtà rispetto a anni precedenti non è che le leggi siano poi così cambiate.

Il rispetto alla persona ripresa è sempre stato dovuto, però i fotografi si sono forse anche un poco impauriti. In fondo perché rischiare una denuncia per una foto “rubata” per strada nella quale il soggetto ripreso è riconoscibile e non ci sono motivi di cronaca o altro? Tanto più che di solito sono foto scattate già sapendo che si posteranno su una pagina Facebook o al massimo verranno esposte in una mostra. Non c’è quasi mai vendita o lucro e di conseguenza chi viene ritratto potrebbe al massimo chiedere che la foto venga tolta, difficilmente potrebbe chiedere risarcimenti economici.

 

© Giorgio Rossi. Fez

 

Non è che una foto di street non possa venire venduta ma accade raramente, specie in Italia. Da noi è difficile che un professionista faccia esclusivamente foto di street, però spesso accade che insegni a fare street in workshop. Chi inizia oggi a fare fotografie può essere colto da dubbi se sia lecito o meno riprendere una situazione, di conseguenza per lo più i soggetti vengono ripresi di spalle o lontani o cmq in modo da non poter venire identificati.

Pensiamo alla celebre foto del ragazzino con due bottiglie in Rue Mouffetard. Avete mai visto in anni recenti una foto anche vagamente del genere pubblicata su un social o una rivista? Ok era Henry Cartier Bresson ma magari nemmeno lui oggi scatterebbe una foto del genere! Se vengono stilate nuove norme è anche perché si pensa possano essere funzionali a reprimere comportamenti sociali indesiderati. Anni or sono si conviveva più serenamente, rispettandosi a vicenda, ora si rischia la vita per un parcheggio.

È interessante osservare come cambiamenti nelle regole di convivenza in un gruppo sociale possano avere notevoli influenze sul modo di fotografare. C’è anche altro. Pensiamo alle fotografie di Vivian Maier (e qui non voglio entrare nella diatriba se sia un business ben orchestrato o altro), viene considerata come una antesignana della street photography. Giusto o meno che sia, le sue foto e di altri noti sono considerate il volto di un epoca. Osservando le foto vediamo come era la moda in quegli anni, come il traffico, ecc. Sono fotografie che derivano da un materiale sensibile ai sali d’argento che ci è arrivato e si può stampare, sono qualcosa che è restato e resterà come documentazione.

 

© Giorgio Rossi. Fez

 

Un documento è un oggetto che fornisce informazioni precise, è il supporto materiale della conoscenza e della memoria dell’umanità. Probabilmente ognuno di voi ha osservato fotografie di street pensando “E allora? Cosa c’è di interessante?” Sono spesso foto di persone scelte a caso, scattate in posti a caso, mentre non stanno facendo assolutamente nulla di particolare. Molto spesso è così, non è sempre così, a volte la foto si salva grazie a una estetica piacevole, resta il fatto che per lo più non documenta niente. Di fatto della marea di foto di street scattate in questi anni per lo più non resterà alcuna traccia. Già pochi minuti dopo essere state postate spariranno nel gorgo nero del web.

Alla fotografia street sono state date regole precise, dovrebbero servire ad identificare cosa sia effettivamente street e cosa no. Tra queste regole c’è che il fotografo deve rendersi invisibile, scattare senza farsi notare. Se il soggetto nel momento in cui viene ripreso si accorge del fotografo e lo guarda non va bene, non ci deve essere la minima interazione tra soggetto e fotografo. Non è che possa portare al diffondersi di un certo voyeurismo? Al ‘non lo faccio perché potrei disturbare’ si sostituisce un “lo faccio lo stesso ma non mi faccio beccare”.

Si deve cogliere al volo il cosiddetto attimo fuggente, non ci deve essere progetto, un unica fotografia deve raccontare una storia. È valida la caccia fotografica con appostamento, uno si ferma davanti ad uno sfondo piacevole e aspetta che prima o poi passi davanti allo sfondo qualcosa di “interessante”.

 

© Giorgio Rossi. Fez

 

Oltre a ciò ci sono i canoni estetici, quelli attuali sono una moda che dura da qu,alche anno. Inquadrature approssimative, orizzonte storto e linee cadenti vanno benissimo, per il Bianco e Nero una gamma tonale che drammatizza ogni situazione. Pochi grigi, tagli di raggi solari netti che determinano ombre scure e chiuse, bianchi sparati, e per il colore colori accesi. Pezzi di corpi che entrano in campo qua e là, tra sprazzi di luci accecanti, a testimoniare la vita frenetica della metropoli, il correre costante verso non si sa dove.

Ovviamente non è sempre così, ci sono ottimi fotografi di street che riescono a cogliere attimi interessanti, anche se per lo più  non è possibile verificare dopo una decina di anni se effettivamente si tratti di una documentazione di una qualche importanza, atta a testimoniare visivamente lo stato del “ sociale” al momento dello scatto. Insomma una vera attitudine è sempre salvifica anche se è rara. Tutto ciò è valido in qualsiasi ambito o genere fotografico. Ci sono mode dilaganti che possono durare due o tre anni, oppure assai di più.

Probabilmente molti di voi ricordano i ritratti con effetto Dragan (dal nome dal fotografo polacco Andrzej Dragan che aveva inventato quel genere di post-produzione) utilizzato per rendere  drammatico il volto di poveracci, vecchini e vecchiette. Comportava un aumento esagerato del contrasto, della nitidezza di piccoli dettagli quali rughe e peli, e un colore dell’incarnato tra il marrone il verdognolo o grigiastro. Dai non fate finta di non ricordare, fate outing, ci avete provato anche voi, non c’è nulla di male, ci ho provato anche io! Innumerevoli passaggi per ottenere una vera schifezza. Fortunatamente è passato di moda.

 

Effetto Dragan

 

Lo stesso è accaduto con i paesaggi HDR, per realizzare foto fantasy che nemmeno nei cartoni animati della Pixar! Basta avere un poco di pazienza e certe mode passano. Altre perdurano anni, come i colorini slavati nelle foto “Ghirri inspired”. Oppure le fotografie di nonluoghi con un vago sentore tra lo Stephen Shore, l’Eggleston e il Meyerowitz, però fotografando una Punto bianca nel parcheggio dell’Ikea e non un macchinone americano in una desolata periferia. Già grande fortuna essere riuscito a trovare una Volvo Polar quasi immensa davanti a una casetta in Garbatella, di più non si può avere in Italia.

Un conto è farsi influenzare, è del tutto normale, un bagaglio visivo lo abbiamo tutti. Altro conto è impegnarsi non poco per  diventare cloni più o meno riusciti di altri fotografi. In questo la Street photography è particolare, non ci sono fotografi che insegnano in Workshop come fare foto ghirresche, in altri generi non ci sono regole scritte. Per la street ci sono postulati, seguendoli ci si conforma, ne escono foto che sovente sembrano prodotte in catena di montaggio.

 

© Giorgio Rossi. Volvo Polar al 55° lotto, Garbatella.

 

Capisco bene che riguardo alla privacy è indispensabile stare attenti, però già Ando Gilardi prima del dilagare della street scriveva: “Non fotografare…”  Tra i “Non fotografare…” c’era, molto simpaticamente, anche “Non fotografare chi fotografa: può darsi che soddisfi solo un bisogno naturale”.

Quello che mi sconcerta è il fatto che non si debba avere il minimo rapporto con la persona fotografata, Perché mai? Per non alterare la situazione? Non è meglio un sorriso, un appena accennato  “posso?”, basta poco per creare una comunicazione interpersonale anche solo fugace, o una simpatica complicità. Per me la comunicazione inizia da lì, poi si estende all’osservatore di una foto.

A volte, andando in giro con la fotocamera mi sono capitate addosso piccole o grandi storie da raccontare, non me le ero cercate ma non me la sono sentita di evitarle. Per esempio anni or sono vicino al mercato, c’era Rahman con suo piccolo banco, gli avevo comperato degli occhiali da lettura in passato. Mi fermò chiedendomi di fargli un ritratto, mi fece vedere i suoi occhi malati, dicendo che voleva mandare la foto ai parenti, per spiegare che doveva tornare. “Ok, ma come te lo mando il ritratto?” – “Per mail” e scrisse il suo indirizzo su un foglio di carta. Scattai e il telone del camion fece da fondale, mi chiese se volevo  essere pagato, gli risposi che no, non c’era problema. Mi ringraziò con un sorriso. Chissà che fine ha fatto Rahman, omone dagli occhi dolci e malati!

 

© Giorgio Rossi. Ritratto di Rahman

 

Un altra volta stavo fotografando a via Latina, vicino a casa mia, il portale diruto di Villa del Vecchio. Si avvicinò un vecchiettino dall’aspetto vispo. Jeans un po’ sdruciti e camicia col colletto button down, un poco liso, acquistata di sicuro ad una bancarella, come faccio io.

Compresi che non potevo sottrarmi, desiderava raccontarmi tutta la sua vita: “facevo l’allievo fantino (non ne dubito, è bassino e smilzo, ma ancora in gamba senza bastone), ero ancora minorenne e mi dovettero fare dei documenti falsi.  Una volta mi hanno fermato i tedeschi, per fortuna è andata bene. Ho corso a Merano, c’era la lotteria, anche alle Cascine, a Firenze. Ho allenato Santiago, è stato un cavallo famoso. Una volta sono arrivato secondo, mi si è avvicinata Luisa Ferida, ai tempi era una attrice famosa. Mi ha regalato due Africa, sigarette, io non fumavo, ma è stata gentile, aveva puntato su di me e le ho accettate….

 

© Giorgio Rossi. Fantino

 

Così è capitato anche con Alfonso Perrotta, Pescatore di Chiodi. Quanto mi hanno dato quegli incontri casuali! Molto di più di quello che si può vedere in una fotografia, magari rubata in una passeggiatina consumando le scarpe per fare street! Non si devono fare progetti, basta uscire di casa e passeggiare guardandosi intorno? Cosa c’è di male a darsi dei piccoli paletti creando sul momento un progettino anche minimale nell’uscire a fare quattro scatti? Può servire a direzionare la propria attenzione ed evitare di fotografare indiscriminatamente.

Il comportamentismo, detto anche behaviorismo, è una metodologia molto usata i psicologica, si basa sull’osservazione del comportamento umano. Come si comportano, come reagiscono persone diverse in una stessa situazione? Nanni Loy in “Specchio segreto” usò ampiamente riprese del genere. Credo che anche Henry Cartier Bresson ed altri famosi fotografi abbiano usato questa tecnica. Data una situazione le reazioni possono essere prevedibili e più facilmente fotografabili.

 

© Giorgio Rossi. Turisti con piantina

 

È quasi banale entrare in un vagone del metrò e fotografare solo quelli che hanno uno smartphone in mano e stanno connessi a ciacciare i tasti per rispondere a un qualcuno. Però che tristezza, come stiamo messi!

Si può fare altro, per esempio fotografare tutti quelli che escono da una gelateria dopo aver comperato un cono. O tutti quelli che hanno un particolare rosso nel vestito, o altro ancora. È indispensabile fotografare persone? Forse no, vai a sapere, forse si possono raccontare storie di chi non c’è ma è passato, lasciando tracce, oppure solo fotografando cartelloni pubblicitari ambientati in città. Può essere un modo per documentare.

Una volta passeggiando per il centro di Roma, in compagnia di un fotografo che doveva testare una fotocamera per una rivista,  essendo anche io munito di fotocamera per non disturbare il suo lavoro mi imposi severi paletti. Ovvevo: fotografare senza portare la fotocamera all’occhio (in questo i dettami della street sono rispettati), e fotografare solo chi aveva in mano una pianta o una guida di Roma. In una mezz’ora scattai 5-6 foto che un qualcosina credo raccontino, ero avvantaggiato dal fatto che di turisti disorientati a Roma ne girano a frotte. Provai una discreta dose di adrenalina nel fotografare di nascosto, quindi penso di capire cosa si possa provare facendo street photography.

Forse tutto ciò non è vera street, però se la street continua nel modo oggi così diffuso penso rischi fortemente di morire strangolata dalle regole che le hanno affibbiato.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 


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