7 settembre 2025. Venne pubblicato su Sensei un mio articolo: La fotografia è reale solo se condivisa. Ovviamente era un titolo provocatorio, come sono spesso i titoli di articoli, sono concepiti per gettare un amo e vedere se il pesce abbocca. Lecito? Dipende dalle intenzioni, se è in malafede è una cosa, se serve a suscitare pensieri è altra cosa. Credo di esser stato in buona fede, anche se non ci metterei la mano sul fuoco.
Passano mesi, nessuna reazione, era come se avessi gettato un sasso dentro un pozzo profondissimo, nessun rumore a testimoniare che avesse incontrato acqua in fondo al pozzo. Poi improvvisamente, circa due mesi dopo, arriva un commento: “Si può benissimo fare Fotografia, anche grande Fotografia, interessante, profonda ed emozionante senza voler per forza dire, raccontare o comunicare qualcosa a qualcuno, o condividerla con qualcuno. Non sei d’accordo?”
“No, non sono più di tanto d’accordo…” inizia così un serrato dibattito con Walter, autore del commento. Potete seguirlo, sta in fondo all’articolo. Sarebbe andato avanti all’infinito, muro contro muro, se non avessimo chiuso i commenti, reputando che non c’era altro di interessante da aggiungere.

In effetti avevo altro da dire a proposito, argomenti diciamo così “filosofici” da approfondire, però richiedevano spazio, non volevo sprecarli in quel dibattito. Sentivo l’urgenza di approfondire il discorso, lo faccio qui, in un nuovo articolo.
Un bel poco di annetti or sono, intorno al 1700, George Berkeley, filosofo, teologo e vescovo anglicano anglo-irlandese, scrisse qualcosa di inerente: “non esiste una realtà al di fuori di quella che percepiamo con i nostri sensi, ovvero non ci sono delle cose in sé, distaccate dalla nostra percezione…”

Il mondo per lui non è fatto di cose materiali o di persone, ma solo di idee e di menti che percepiscono queste idee attraverso i sensi. Ma questo non vuol dire che il mondo esterno non esiste o che è fittizio, ma semplicemente che possiamo conoscerlo solo attraverso i nostri sensi, sono delle rappresentazioni mentali del tutto personali.
Una conseguenza importante: due persone osservando uno stesso oggetto, percepiranno quest’ultimo sempre in modo soggettivo, ognuno avrà una sua percezione dell’oggetto, differente da quella di qualsiasi altro, appunto perché non esistono cose in sé ma solo percezioni soggettive. Berkeley arrivò alla conclusione che quelle due persone in realtà guardano due oggetti differenti e non il medesimo oggetto, quindi anche se apparentemente sembra di star guardando un unico oggetto, questo si sdoppia, nel momento in cui viene percepito, in tanti oggetti diversi per quante sono le persone che lo percepiscono.

Tuttavia ai nostri giorni esistono critici che tendono a fare convogliare le interpretazioni di osservatori su un binario prefissato da loro, utile a d appiattire ogni considerazione o divergenza percettiva personale, utile anche a far del loro essere critici una professione riconosciuta, auspicabilmente retribuita altrimenti è tempo perso. A volte mi capita di non concordare su giudizi estremamente positivi riguardo l’opera di alcuni fotografi famosi, ma me ne sto zitto, hai visto mai, o mi giustizierebbero per direttissima o tutt’al più direbbero che non ci capisco un tubo e chi sono io per criticare, ecc. ecc.
Tornando a Berkeley, suddivideva il mondo in percettori (coloro che percepiscono) e percepiti (oggetti che non percepiscono). Se una cosa non è in grado di percepire, allora esiste solo come una percezione di chi la osserva, e nel momento in cui si smette di osservarla, dovrebbe cessare di esistere. Fu sicuramente consapevole che qualcosa nella faccenda non quadrava completamente, per risolvere il problema inserì Dio nell’equazione, affermando che ogni cosa è sempre percepita dalla mente di Dio, che osserva costantemente tutto, dunque la luna non smette di esistere se nessuno la guarda, perché a guardarla c’è sempre Dio. Una soluzione a dir poco geniale!
Va detto che le sue critiche rivolte alla matematica e alla scienza sono fra le più controverse della storia della filosofia. Tuttavia questi argomenti filosofici hanno attraversato la storia senza mai trovare una soluzione soddisfacente per tutti.

Io di filosofia capisco poco, vado sul pratico. Esiste laCertosa di Pavia? Ne trovo traccia in libri di storia, si può trovare una voce dedicata alla Certosa su Wikipedia, con Google immagini si possono trovare e vedere una miriade di foto dedicate alla Certosa, quindi penso possa esistere. Esiste l’ornitorinco? Certo ma nun me ne po’ frega’ de meno! È apparentemente bizzarro, in questa era social stiamo vivendo una nuova epoca sofistica, molto autoreferenziale.
Viviamo in un’epoca dominata dall’opinione, dalla sfiducia nella possibilità di raggiungere la verità, dallo scetticismo, e il dominio dell’opinione si fa sentire oggi con mezzi più potenti che all’epoca sofistica greca, cioè con i mezzi di comunicazione di massa. I modelli di esistenza vengono imposti da creatori di opinioni, non certo ispirati da filosofi o da chi si sforza di indagare la verità.

L’opinione dell’influencer, quanto quella del semplicemente e inconsapevolmente cretino valgono l’opinione del filosofo, dello studioso o dello scienziato. Le immagini e i video AI ormai sono tanto perfetti che solo personalmente, attraverso la nostra sensibilità, cultura, esperienze pregresse possiamo decidere se, secondo noi, una immagine o un video siano veri o falsi.
Quindi cosa penso del Walter che ha commentato il mio articolo e delle sue fotografie che tiene gelosamente nel cassetto? Posso pensare che tutto ciò esista ma tuttavia per me e per qualsiasi altra persona che legga i suoi commenti è come se non esistesse affatto. Tutto ciò mi mette anche un poco di tristezza. Il Web, i social network, sono delle enormi scatole, racchiudono tutto il male e tutto il bene del mondo. Però sono anche una opportunità mai pensabile prima per conoscere e comunicare, inutile dar colpa al martello se ci pestiamo un dito battendo su un chiodo.
Ho spesso letto: “me ne vado da FB, non c’è niente di interessante!”. Forse noi italiani siamo spesso fatti così. È più facile prendere che dare qualcosa. Per esempio: il mondo dei torrent. Avete mai cercato di scaricare un film o una canzone con BitTorrent o analogo? Se lo avete fatto sicuramente vi sarete accorti che ci sono spesso pochissime fonti sorgenti per “materiali” italiani, probabilmente perché gli italiani amano scaricare ma caricano pochi “materiali” da condividere.

Leggo spesso che solo se stampata una fotografia è vera fotografia. Per me una fotografia è vera fotografia, se scattata in analogico o digitale non mi fa differenza, anche se liquida e visionabile solo a monitor. Anche se rimane in vista solo qualche minuto prima di affondare per sempre nel mare magnum del web. Però in quel breve tempo può lasciare una traccia importante nella nostra memoria, anche se tale traccia ha bisogno di venire rinforzata. Se, mentre scorriamo Facebook, improvvisamente una foto ci colpisce possiamo seguirne l’autore, verificare se è stato un caso unico o c’è veramente in un autore qualcosa che ci colpisce al di là della singola foto. Andando a vedere la sua home non di rado scopriamo che alcuni nostri amici sono anche suoi amici. Per esempio Mauro Quirini, ha 3679 amici, dei quali 392 sono anche miei amici. È un caso?
Credo che viviamo in una sorta di “Taverna dei destini incrociati“. A pensarci si possono trovare analogie tra il mondo dei social e il libro di Calvino.
Alcuni viandanti, attraversando un bosco, raggiungono un castello/una taverna dove si fermano a banchettare; qui si avvedono di aver perso l’uso della parola, e decidono quindi di raccontarsi le reciproche avventure facendo ricorso ad un mazzo di tarocchi che l’oste ha messo a loro disposizione.

Simbolicamente il bosco è il mondo che attraversiamo da viandanti e da fotografi, ognuno col suo bagaglio esperienziale dietro le spalle e la sua sensibilità a guidarne i passi. Parliamo tra noi per simboli, sono le immagini che produciamo, come le carte dei tarocchi messe a disposizione dall’oste, ci raccontiamo attraverso le nostre fotografie. Belle o brutte, buone o cattive non cambia nulla, in ogni caso ci rappresentano, ci siamo noi nelle nostre fotografie. Ogni scarrafone è bello a mamma soja.
C’è una netiquette vigente nella taverna webbica, un insieme di regole informali di buona educazione e comportamento per comunicare in modo rispettoso. Eh lo so, non dovrei ma qualche volta mi scappa un intervento a gamba tesa, come si fa a resistere a “ammazza la vecchia col flit“? Del resto anche Sant’Antonio ad un certo punto reagì.

È un mondo molto ipocrita e buonista quello dei social, nessuno in genere commenta una foto che osserva dicendo sinceramente: ammazza che schifezza! A parte mie eventuali possibili intemperanze, in genere mi piace conoscere. È possibile instaurare una vera conoscenza attraverso un social? Beh profonda e completa conoscenza non lo so, del resto conosciamo a volte poco anche le persone che ci sono più intime. Indubbiamente se un social è nato per permettere di comunicare si può cercare di sfruttarlo come strumento in tal senso.
Le fotografie non mentono, sono le parole a mentire, quindi da qualche fotografia di uno specifico autore riesco a capire almeno se mi interessa parlare con lui, di solito non mi sbaglio. Ovvio poi dipende anche dal fatto che l’altro sia interessato a parlare con me. Ci sono fotografie che mi lasciano indifferente, altre che mi incuriosiscono ed attraggono, dire esattamente quali mi attraggono non mi è facile, ci potrei comunque riuscire. Più facile dire che in genere non mi attraggono foto che ho già visto troppe volte, anche se non identiche ma le conosco già.

Nei social le fotografie hanno uno scopo anche se per ognuno è diverso. Sono tutti giustificabili, capisco benissimo che a uno piaccia condividere su un social attraverso una fotografia, un incontro con un amico per uno spritz. Cosa vuol dire esattamente la foto di una Leica sul tavolino dello spritz? Tuttavia non mi formalizzo, non c’è nulla di male, anche chi possiede una Leica può amare gli spritz. Magari non conoscendo né l’uno né l’altro sono poco interessato a foto del genere.
Altre, foto, altri autori, seguono filoni “estetici” o di genere o contenuto, non importa attraverso quale soggetto, però possono creare tendenze ed attrarre chi fotograficamente percorre filoni simili. Alla fin fine sono comunque presenze fotografiche concrete. Sono un hic et nunc, una carta d’identità da decriptare, una dimostrazione di esistenza in vita. Posto ergo sum.

Ho una certa età, inizio a domandarmi cosa ne sarà delle mie fotografie, di una parte di me quando non ci sarò più. Ricordo che papà mi diceva: invecchiando si attraversano tre fasi. Nella prima ti rendi conto di iniziare ad invecchiare, ad essere o sentirti diciamo così un poco stranino, però gli altri non se ne accorgono. Nella seconda fase te ne accorgi tu e se ne accorgono anche gli altri, nella terza fase se ne accorgono gli altri ma non te ne accorgi più. Suppongo di oscillare tra la prima e la seconda fase. Però ecco a questo punto che fare delle mie fotografie?
Ho un bel poco di classificatori di negativi B/N, so dove mettere le mani se cerco una specifica foto. Ho anche un bel poco di foto digitali disperse tra vari hard disk e schede SD. Che faccio, le lascio in eredità ai miei figli? Che se ne farebbero? Potrebbero essere interessati a foto che li ritraggono in occasione di compleanni o altri eventi. Però scatto per lo più foto assolutamente diverse, sono ancora preso dalla mia piccola fotografi domestica, dalla ricerca del bello in oggetti che mi respirano accanto.

Queste e altre mie foto riscuotono a volte qualche apprezzamento tra amici nei social. Sono appunto quel ‘hic et nunc’, del quale i miei figli per lo più non sanno assolutamente nulla. Che faccio gliele lascio in eredità? Quanto le gradirebbero? Detta più in generale vorremmo che delle nostre foto di oggi qualcosa rimanga nel tempo. Facciamo di tutto perché avvenga, le custodiamo gelosamente in varie copie su vari HD, o le spediamo tra le nuvole, salvandole in un cloud… sì ma se figli, parenti, amici e quant’altro non hanno le chiavi d’accesso vagheranno per anni senza che nessuno possa arrivare a vederle. Sostanzialmente saranno inutili come le foto che alcuni tengono gelosamente conservate in un cassetto. Per le foto stampate è diverso ma non troppo, possono interessare solo gli osservatori, probabilmente parenti, a distanza di una, due, generazioni dalla mia. Se vedo le foto dei miei bisnonni non so nemmeno come si chiamano.
Poi ci sono le foto che mi sono state pubblicate su riviste o libri, e sono veramente una marea, le riviste le ho buttate quasi tutte. Inizialmente ho strappato le pagine con foto mie pubblicate, per radunarle tutte insieme, poi ho iniziato a buttare pure quelle. Rimangono alcuni libri illustrati interamente da me. Però sono foto scattate per professione, in parte credo noiose per altri anche se ci mettevo qualcosa di me per farmi preferire ad altri fotografi.
Sono circa 12 anni che pubblico sulla pagina Facebook della quale faccio parte, non mi allargo altrove, non sono iscritto a millanta pagine di fotografia. Non sbraito per arrivare chissà dove, mi piace seguire un mio percorso fotografico ed in qualche modo evolvermi, senza però dettarmi paletti, mi sarebbero stretti. Credo di essere coerente nel mio modo di approcciare la fotografia, penso sempre alla trama e all’ordito, è una mia fissa. L’ordito inizia quando nasciamo e termina quando non siamo più, la trama sono le fotografie che si susseguono intersecando l’ordito.

A volte mi piace uscire a fotografare, altre volte mi guardo intorno rimanendo in casa, non ho mai bisogno di andare in luoghi esotici per fotografare anche se a volte mi piace farlo. Importante è per me avvertire stimoli che mi arrivano dal mondo che mi circonda e mi portano a fare click. Se espongo non mi piace mettere in cornice le foto come fossero quadri e appenderle al muro rigorosamente allineate, perfettine perfettine. Sono fotografie, non quadri. Non mi fa molta differenza esporle nel reale o condividerle su Facebook.

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