Che dire della fotografia???

Di Giorgio Rossi.

 

Che dire della fotografia???

Cosa può essere detto che non sia stato già detto o scritto da altri e meglio?

Così prima di tutto metto le mani avanti. La fotografia per sua natura è ambigua, sfugge ad ogni definizione univoca è sempre oltre. Qualsiasi affermazione perentoria può essere smentita da un’altra affermazione, diametralmente opposta. Quindi mi limiterò a qualche pensiero trasversale, sperando di non stendervi orizzontali. Vari saggi sulla fotografia, benché scritti anni or sono restano fondamentali dal punto di vista “Concetto della Fotografia”. Tra questi:

“L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, 1935/39, saggio di critica culturale di Walter Benjamin. “Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società” 1977 di Susan Sontag.

“La camera chiara”, 1980 di Roland Barthes. Da notare che in tutti questi importanti scritti non si parla praticamente mai di fotocamere ma di Fotografia. Credo solo in “Fotografia e inconscio tecnologico”, di Franco Vaccari ( prima edizione del 1979, successivi ampliamenti ne 1994 e nel 2011). Escono naturalmente altrettanti fondamentali manuali di tecnica fotografica, tra i quali è impossibile non ricordare il “Libro della fotografia”, di Andreas Feininger, 1970.

Erano i tempi di quella che definisco “ Fotografia dei materiali sensibili”. La chiamo così, perché ovviamente senza materiali sensibili non poteva venir scattata e riprodotta nessuna fotografia. Al momento dello scatto la luce entra nel corpo macchina, ed avviene una reazione fisico/comica sul materiale sensibile. L’immagine viene registrata sul supporto sensibile, ma è latente, sospesa in una sorta di limbo. Deve essere sviluppata, rivelata, per poter essere vista. Tale latenza poteva essere di breve tempo (c’erano laboratori che sviluppavano le dia in un ora) ma anche a lungo. Mettiamo un reporter in paesi lontani. Doveva spedire i rullini al committente, per lo sviluppo e eventualmente la stampa. Solo dopo giorni avrebbe saputo se le foto erano venute come aveva desiderato. Se qualcosa era andato di traverso spesso non si poteva ripetere lo scatto. Da qui la necessità di previsualizzare lo scatto, di essere sicuri del risultato finale che si vuole ottenere già prima di premere il pulsante di scatto. Quindi scelta non solo del soggetto, dell’inquadratura e composizione, insomma di tutto quello che attiene al contenuto dalla fotografia. Ma anche scelte tecniche, prima di tutto se scattare on B/N , diapositiva o negativo colore, e naturalmente ciò che attiene l’esposizione: tempo, diaframma, Asa/Din , ecc.

Una certa diciamola così “ansia di prestazione” potevano averla tutti, nemmeno lunga esperienza e provata professionalità potevano esentarti totalmente da quell’ansia. L’imprevisto poteva comunque essere dietro l’angolo. Un esempio? Dovevo fare u servizio in Bretagna. La rivista mi diede i rullini di dia. Tornato a Roma, li porto a sviluppare. Il risultato? Un disastro! Cos’era successo? C’era stato uno sciopero in Kodak. Gli operai per boicottaggio avevano messo diapositiva al tungsteno EPT 160 Asa dentro i caricatori di Ektachrome EPR 64… quindi risultavano sovraesposte di 1 diaframma e 2/3, e con vistosissima dominante fredda. Fotocamere, obiettivi, di brand diversi, potevano dare più o meno risultati analoghi, ogni produttore aveva in catalogo due, massimo tre fotocamere diverse.

Intorno alla fine dell’epoca pionieristica, durante la quale chi era interessato alla fotografia, doveva fare l’artigiano, il mago, il piccolo chimico, producendo da sé i materiali sensibili per scattare, per stampare, crebbe rapidamente l’interesse dell’industria per la produzione di materiali sensibili, nel contempo la fotografia inizia a diventare un fenomeno di massa.
“Voi premete il pulsante, noi facciamo il resto”. Nel 1891 con la Kodak N.1 viene introdotta la pellicola in celluloide. Intorno agli anni 70/80 i laboratori di sviluppo e stampa sono diffusi in tutto il territorio nazionale. Laboratori specializzati per fotografi professionisti con sviluppo e stampa da dia e negativi colore, negozietti con minilab per la stampa dei rullini dei fotoamatori. Nascono persino laboratori specializzati nello sviluppo e stampa B/N… insomma probabilmente la fetta maggiore del mercato era in mano a chi produceva e elaborava i materiali sensibili. Nel contempo iniziano a venire prodotte macchine per ogni possibilità, per ogni diversa situazione. La fotografia diventa fenomeno di massa. In ogni famiglia c’era una Kodak Instamatic con cuboflash, pronta per ogni ricorrenza festiva, praticamente una Kodak n°1, quasi nessuna possibilità di intervento.
Vennero prodotte anche compatte 35 mm di alta qualità, per i fotografi più esigenti e desiderosi di avere sempre con sé una fotocamera. Antesignana di questa tendenza è la Rollei 35 del 1966 un gioiellino bellissimo.

Poi vennero la mitica Minox 35 e l’ovetto Olympus. Impossibile ricordale tutte ma anche tra le telemetro economiche a obiettivo fisso vi furono ottime macchine.

Insomma una produzione estremamente diversificata, adatta ad ogni possibile evenienza, amatoriale o professionale… dunque tutto bene? Forse sì, forse no, sta di fatto che la professione del fotografo cambiò radicalmente in quegli anni. In questo settore praticamente praticamente nessuno è autonomo, nessuno porta avanti il processo in modo artigianale e totale, dal momento dello scatto alla riproduzione su riviste o stampe fotografiche. L’unico compito del fotografo è scattare. In un certo senso una buona metà di quello che era precedentemente la fotografia per il fotografo non esiste più. La fotografia diventa un procedimento estremamente settorializzato con specialisti in ogni step, dalla produzione dei materiali sensibili, allo sviluppo, alla stampa.

Ma tutto è destinato ancora a cambiare. Nel 1981 con la presentazione ufficiale di una macchina digitale, la Sony Mavica, che registra le immagini su floppy-disk, inizia una nuova era quella che chiamo “Fotografia degli strumenti tecnologici” . Al principio sembrò un inutile e costoso sfoggio di tecnologia. Dopo alcuni anni, con tecnologia Kodak ( non lo sapeva ma si stava scavando la fossa) e corpi macchina Nikon e Canon modificati, robetta da 1,5mega che oggi nemmeno il cellulare più scrauso, eppure vendute come professionali, a cifre iperboliche.

Eppure il futuro era quello. Tutto bene?

Da un lato non esistono più materiali sensibili, basta una scheda di memoria per registrare le immagini scattate. Basta un software per modificale a piacimento, una connessione internet per spedire le immagini a una rivista, per fare girare il mondo ai tuoi lavori. Se si vuole si possono stampare anche a casa, con delle stampanti ink-jet. Di conseguenza molti laboratori chiudono, ma, ironia della sorte, proprio nel momento in qui tutto è più semplice e più economico, entra in crisi anche l’editoria.

Insomma un nuovo profondissimo cambiamento, se ci si pensa da un lato si è tornati nel medioevo o nel rinascimento. Il fotografo torna ad essere artigiano, responsabile di tutte le fasi del processo , dal momento dello scatto sino al prodotto finale.

E la Previsualizzazione? La Latenza? Vengono annullate.

Con le odierne fotocamere mirrorless si può controllare il risultato ancora prima di premere il pulsante di scatto. La latenza diventa zero, appena scattata l’immagine può essere visionata e controllata, in caso ci vuole un attimo per scattarla di nuovo. Si può correggere direttamente in fotocamera o inviarla al PC in Wi-fi, Nel caso di scatti con lo smartphone può essere immediatamente condivisa su un social o spedita a un giornale. Tutto corre, tutto va di fretta. Uno scatto matura anche nell’attesa, deve poter sedimentare, portare nutrimento, venire assimilato. Invece no, è cotto e mangiato come un hamburger da mcDonalds. che dopo dieci minuti hai di nuovo fame. Naturalmente tutto ciò ha influenza non solo sull’aspetto tecnico, ma anche sul modo di realizzare una fotografia, sui suoi contenuti.

Tuttavia il discorso è ancora lungo e tortuoso, pieno di implicazioni, , merita un successivo approfondimento….

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

2 Comments

  1. Giorgio Rossi Post author Reply

    Grazie,certo, hai ragione, ci sono anche altri testi importanti che avrei dovuto citare ma non l’ho fatto per brevità. il problema è anche questo. siamo ancora abituati a leggere libri, stampati su carta, e ci piace ancora, giustissimo. è molto più bello leggere un libro a letto, comodamente sdraiato, poi posarlo sul comodino e spegnere la luce. il profumo della carta stampata è più piacevole di quello di un tablet. Ho sempre paura di scrivere troppo, a monitor non siamo abituati a leggere più di tanto, occorre essere sintetici, e tanti pensieri che andrebbero espressi e completerebbero meglio un testo vengono depennati per paura di annoiare.

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