Che dire della fotografia?? Seconda parte

Di Giorgio Rossi.

Nella prima puntata ho accennato a tematiche inerenti l’evoluzione da “ fotografia dei materiali sensibili” a “Fotografia degli strumenti tecnologici” e  i concetti di previsualizzazione,e latenza, nonché la loro evoluzione nel passare dalla fotografia analogica a quella digitale. In realtà tutta la fotografia è analogica in quanto produce un “analogo” della realtà, preferisco la distinzione che fanno i francesi, tra “argentique” e “numerique”. Un breve cenno storico sulle tappe evolutive di questo passaggio mi pare interessante.

Intorno al 2003 con l’uscita della Canon 300D da 6,3 megapixel  a circa 1000€ un sistema reflex digitale apsc  ad obiettivi intercambiabili è disponibile a prezzo abbordabile per un vasto pubblico.

Intorno al 2009 con la Rebel, la Canon 500D siamo già a 15,1 megapixel, più che sufficienti per trarne ingrandimenti decenti anche se il progresso tecnologico naturalmente continuerà. Anche altri brand produssero nello stesso periodo fotocamere di livello più o meno analogo.  È il questo periodo che il picco di vendite nel settore digitale arriva al vertice. Nel contempo avviene  una rapida decrescita di interesse per le fotocamere a pellicola e di conseguenza anche per materiali sensibili e sviluppi.  Uno zoccolo duro di fotografi che scattano solo in pellicola rimane vivo, sia pur con difficoltà dato che appunto i materiali sensibili si trovano con difficoltà e senza quelli una fotocamera a pellicola diventa un piacevole soprammobile, testimonianza del tempo che fu. Il 15 novembre 2012 chiude la Kodak.

Ma alcuni anni prima inizia a nascere e a crescere uno strano movimento,  un poco “eversivo” per noi dinosauri della fotografia, ma destinato ad affascinare le giovani generazioni.

 

La Lomography.

Le origini di tale movimento sono avvolte nella leggenda. Sì, insomma, stento a credere  le vicende del generale Igor Petrowitsch Kornitzky che si imbatte in una fotocamera compatta Cosina CX-1, sulla scrivania del suo commilitone Michail Panfilowitsch Panfiloff, direttore dell’Armata Russa e dell’impresa ottica LOMO e si mettono in società per mettere in produzione una fotocamera simile alla Cosina, intorno a l 1982. D’altronde tali illustri personaggi compaiono, facendo una ricerca sul Google, solo in siti inerenti la Lomography.

Sta di fatto che nel 1984 viene messa in produzione di massa la LOMO LC-A, vi lavorano  in 1200 per produrre ben 1100 pezzi, per il mercato russo. 1200 persone per 1100 pezzi al mese?  Quando ancora in quelle date si trovavano sul mercato fotocamere di ogni genere e costo? Vabbene, sono uno scettico nato, transeat.

Comunque nel 1992 nasce la “Lomographic Society International”. Il 5 novembre sul giornale “Wiener Zeitung” vengono pubblicate le “10 Regole di Lomography” insieme al “Lomography Manifesto”:

1) Porta la fotocamera con te ovunque tu vada

2) Usala sempre – giorno e notte

3) Lomography non è un’interferenza nella tua vita, ma parte di essa

4) Prova a scattare dall’anca in giù

5)Avvicinati più possibile al tuo oggetto del desiderio

6) Don’t think (William Firebrace)

7) Sii veloce

8) Non devi sapere prima cosa hai fotografato

9) E nemmeno dopo

10) Non preoccuparti di nessuna regola.

 

Sta di fatto che la risposta di giovani, affascinati dalla semplicità d’uso quanto dai colori improbabili e sorprendenti  di rullini a colori scaduti, è numericamente importante. Tanto da avviare la produzione di rullini  e riportare in vita anche la fotografia istantanea. Con effetto domino, sotto la spinta dei lomografi, dello zoccolo duro degli innamorati della pellicola ai sali d’argento e di nativi digitali incuriositi, la domanda cresce  e di conseguenza torna a crescere l’offerta. Vengono prodotte o rimesse in produzione pellicole, sviluppi, carte e quant’altro. La fotografia argentica torna ad essere una strada percorribile senza eccessive difficoltà, se non eminentemente logistiche, dato che l’uso di un ingranditore richiede non solo capacità tecniche ma anche spazio a disposizione.

La vendita dell’usato fotografico dimostra il trend di crescita. Le stesse fotocamere, usate ma in buono stato, che prima si potevano trovare anche nei mercatini a 30/50€ ora si trovano intorno ai 200€. Cresce l’interesse anche per il formato 120, e persino per il banco ottico. Vengono riscoperte anche le antiche tecniche, dal collodio alle stampe al platino/palladio, dalla gomma bicromata  al procedimento Van Dyke.

E inoltre vi sono interessanti contaminazioni tra l’argentico e il numerico,  puoi scattare in pellicola e  scansionare, oppure riprendere direttamente  in digitale e stampare una sorta di internegativo su lucido per  poi proseguire con i metodi  antichi di stampa. Insomma mai come in questo periodo tutte le tecniche e metodologie fotografiche,  dalle più antiche alle attuali, convivono,  si contaminano e si intrecciano.

Questo dal lato del fotografo. Dal lato del fruitore e osservatore non c’è mai stata una offerta di mostre ed eventi fotografici così ampia, diversificata e diffusa su tutto il territorio nazionale, l’interesse è vivissimo… ma spesso la cultura fotografica è assai scarsa.  Le esposizioni diventano spettacolo, con stampe prodotte in dimensioni abnormi,  ma al pubblico piace immergersi, entrare a far parte dello spettacolo, fotografarsi tra le foto esposte. Se qualche anno or sono centinaia di persone potevano mettersi in fila per vedere dal vivo “la ragazza con l’orecchino di perla” e  poter disquisire dell’arte di Vermeer, oggi ci sono file enormi per entrare a vedere una mostra di Salgado, mcCurry, Letizia Battaglia, HCB e altri. L’interesse per Vivian Maier diventa un fenomeno di massa (con relativo business per nulla male) per un pubblico che non ha in genere alcuna conoscenza della storia della fotografia e dei fotografi di rilevante importanza.

Anche qui qualcosa sta evolvendo, gli eventi locali sparsi su tutto il territorio nazionale  per fortuna non hanno  in genere budget sufficienti per portare in esposizione mostri sacri come mcCurry o Salgado, di conseguenza ripiegano su autori meno noti, a volte  esteri, a volte giovani italiani emergenti. Insomma siamo in una situazione che ha del paradossale. Da un lato l’interesse per la fotografia è vivissimo, dall’altro molti  fotografi professionisti si devono arrabattare per sopravvivere. Ma di rado possono permettersi di fare ricerca in campo artistico/fotografico, e spesso nemmeno nella fotografia di reportage. Ma non per questo la Fotografia non cresce e rimane ferma al palo.

Avviene sempre più spesso che i progetti più interessanti siano portati avanti da fotoamatori “evoluti” non di rado assai preparati sia tecnicamente che culturalmente.

Vivono di un altro lavoro, certo gli piace esporre, mari pubblicare un libro fotografico, ma non hanno ambizione di diventare famosi, non lascerebbero mai il certo per l’incerto. Sono però curiosi, ed è l’unica molla che possa spingere ad evolversi, acculturarsi e anche a rischiare, cercando di uscire dal  quel mainstream diffuso ovunque, che crea facili consensi sulle pagine FB, ma allo stesso tempo può frenare. Sappiamo che molti aforismi , molti pensieri sulla fotografia di importanti fotografi vengono coppia/incollati e gettati lì in qualsiasi discussione tra fotografi. Come se fossero “IL VERBO”. Pensiamo per esempio a “foto buona vs foto bella”. Gianni Berengo Gardin afferma:  “L’opera di documentazione è molto più importante di quella artistica.

Da Ugo Mulas ho imparato che una foto bella non comunica niente agli altri – al contrario di quella buona – che veicola il suo messaggi”. Secondo me tale affermazione può avere un suo valore se inserita in un dialogo tra lui e Ugo Mulas. GBG ha sempre orgogliosamente affermato che gli bastava essere considerato un fotografo, essere considerato un artista non lo interessava affatto. Lui documentava. Nel mondo reale, dell’editoria stampata, l’unico giudizio valido alla fine era quello del caporedattore o editore. Era lui a decidere se una fotografia fosse “buona”, cioè  utile e adatta al contesto nel quale sarebbe stata pubblicata. Veniamo ad un altro pensiero di GBG: “Il problema è che a gran parte  dei  fotografi non interessa la fotografia, ma solo la loro fotografia. Non s’interessano assolutamente della fotografia degli altri.” Chissà perché questo pensiero non viene citato ad ogni piè sospinto…

Il discorso sarebbe ancora assai lungo, verrà ripreso.

 

Per il momento vi lascio con una mia fotografia: “ritratto a un figlio adolescente” per inciso non è un crop. È voluta esattamente così al momento della ripresa.  Bella? Buona? Vi comunica visivamente qualcosa?

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

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