Alla ricerca della grana perduta

Nel 2003 uscì la Canon EOS 30D prima reflex digitale affidabile, “professionale”, economica, alla portata di un vastissimo pubblico. Sono passati quasi 20 anni, in estrema sintesi cosa ci ha portato il digitale? Cosa abbiamo guadagnato rispetto allo scattare a pellicola, in analogico? Il costo a scatto è sceso praticamente a zero, non è cosa da poco, chiunque oggi può economicamente permettersi lo scatto compulsivo.

L’ingombro dei materiali sensibili è diventato irrisorio. In anni analogici partivo per servizi estivi con una borsa frigo piena di rulli 120, diapositive a colori. Il 35mm non era considerato di qualità sufficiente ed era meno pratico per chi doveva scegliere gli scatti e impaginare. Erano sensibili alla temperatura, in agosto fa calduccio al mare in Italia, dovevo in continuazione cambiare gli ice pack. Circa a metà dei servizi dovevo spedire a Roma i rulli e venivo rifornito di altri rulli. Una rogna non da poco. Attualmente qualche scheda SD è sufficiente a contenere tutti gli scatti che avrei potuto eseguire in due mesi di servizi. Li invio WeTransfer dove voglio, in un attimo. Ok, positivo… di contro? Un negativo, una diapositiva, sono scatti unici, irripetibili, difficili da rubare. Di un jpeg, di un raw, possono essere fatte infinite copie…e possono anche essere facilmente rubate. In analogico la massima sensibilità per ottenere buoni risultati era in diapositiva intorno ai 100Asa, 50 con la Velvia. In B&W 400 Asa, già a tirare la pellicola a 1600 i risultati erano scarsi. Quindi in molte situazioni l’uso di un cavalletto era improrogabile. Il mio Triman pesava oltre 4 kg testa esclusa. Attualmente in digitale anche a 3200 ISO, persino a 6400, talvolta anche oltre, si possono ottenere fotografie stampabili, non di rado ottimamente.

Insomma non è detto che oggi per fare il fotografo si debba fare agonismo in sollevamento pesi.

Praticamente abbiamo conquistato le tenebre. No non è che si possa scattare fotografie al buio ma di luce ne basta veramente poca.

Sì ma in stampa tra l’analogico e il digitale abbiamo guadagnato o perso qualcosa in temine di qualità?

 

© Ralph Gibson. Close Up

 

Dipende dalle situazioni, in stampa tipografica il digitale va benissimo, se volete scattare in analogico dovrete trovare dei committenti, riviste , giornali, libri, che supportino le vostre intenzioni, i vostri tempi e i vostri costi.

L’editoria si è abituata a tempi di realizzazione rapidissimi e a costi irrisori, incompatibili in generale col lavorare in analogico.

Potete eseguire scatti perfettissimi, di qualità eccelsa, ma in ogni caso per essere pubblicati passeranno attraverso uno scanner a tamburo.

Diversa è la situazione per stampe a copia unica, da esposizione.

In questo ambito una fotografia ottenuta attraverso un procedimento analogico dal momento dello scatto sino alla stampa su carta sensibile, ai sali d’argento, ha tutt’ora un valore aggiunto, sia come copia unica sia come qualità percepibile.

 

© Ralph Gibson

 

L’ago della bilancia sembra pendere dalla parte del digitale apparentemente attualmente è avanti quasi in tutto. Eppure forse è proprio quella qualità sotto vari aspetti più alta il problema. Avete in mente quelle donne bellissime, perfette?

Però nella loro perfezione manifesta, anche se magari non ostentata, spesso risultano fredde, senz’anima. Così è per la fotografia digitale, specie quella deputata a venire esposta. Questo se ovviamente si raggiunge un perfetto equilibrio, cosa non facile. Se si eccede, e basta anche una semplice maschera di contrasto eccessiva, il risultato di una stampa ink-jet può essere visibilmente sopra le righe, assai poco fotografico.

Sta di fatto che da alcuni anni fotocamere analogiche, materiali sensibili, sviluppi, tecniche connesse, riscuotono un rinnovato interesse. Vivo a tal punto da portare a produrre di nuovo pellicole, prodotti chimici, carte fotosensibili ai sali d’argento. Vengono anche rispolverate e di nuovo insegnate tecniche interessanti come lo Zone System di A. Adams.

In verità non l’ho mai praticato, tuttavia ammetto che in qualche situazione possa essere utile. Può essere che porti allo sfruttamento migliore della gamma dei grigi messa a disposizione dei materiali sensibili, ma può anche essere che porti ad una perfezione neutra e fredda.

 

© Ralph Gibson

 

Sta di fatto che si parla raramente degli elementi di base che fanno la differenza tra la fotografia analogica e quella digitale. Granuli irregolari di argento per la prima, pixel per la seconda. I pixel sono l’unità minima convenzionale della superficie di un’immagine digitale. Sono dei quadratini regolari, uno uguale all’altro come dimensione e forma. In fotografia analogica non esistono pixel, l’immagine è formata dalla grana della pellicola.

La grana della pellicola si manifesta sotto forma di microscopici cristalli di alogenuro di argento (solitamente AgBr, AgI e AgCl) sospese nell’emulsione fotosensibile della pellicola. La sensibilità della pellicola (ossia della sua velocità/rapidità) dipende in una parte considerevole dalla grandezza dei cristalli: quanto più sono grossi tanto più rapida è l’emulsione.” analogamente “le stampe tradizionali in bianco e nero vengono definite “ai sali d’argento” in quanto l’emulsione fotosensibile che viene stesa sul supporto cartaceo è costituita da piccolissimi cristalli d’argento detti alogenuri d’argento”.

 

© Ralph Gibson

 

Da tutto ciò consegue che ogni pellicola, in relazione alla sua sensibilità e alla sua superficie, allo sviluppo, al fattore di ingrandimento in stampa, produrrà stampe nelle quali la grana sarà diversamente visibile.

A tutt’oggi nessuna tecnica digitale può riprodurre adeguatamente la grana di una pellicola, o meglio l’effetto che avrà in una stampa finale ink-jet.

Con raffinate tecniche di computer grafica di può imitare l’effetto grana e la curva tonale di varie pellicole, ma si tratta di “effetti”, in sostanza viene aggiunto disturbo, rumore digitale.

 

© Ralph Gibson

 

Un quasi-effetto grana in digitale si può anche ottenere molto semplicemente esponendo a 6400 ISO, aumentando un poco il contrasto in post-produzione e poi rifinendo con una leggerissima maschera di contrasto.

Si può anche esporre a 25600 ISO e l’effetto sarà maggiore ma l’immagine si sgretola.

L’effetto finale può essere abbastanza piacevole ma sempre di rumore si tratta.

 

 

La grana della pellicole è l’immagine, è musica non è rumore. In sostanza la grana è l’essenza dalla fotografia analogica. Eppure al giorno d’oggi sono in auge pellicole a grana tabulare, le Kodak T-max e le Ilford Delta, che minimizzano la grana.

Sono più facili da usare, sia da sviluppare che da stampare, sopratutto quelle a 100 ISO, che offrono in genere anche un contrasto più moderato. Le 400 ISO hanno oltre a un contrasto più accentuato una grana più visibile, avendo maggior sensibilità i granuli fotosensibili sono di dimensioni maggiori.

Le pellicole a grana tabulare vennero prodotte per diminuire la grana , aumentare la risolvenza e facilitare lo sviluppo, oggi per tutto ciò c’è il digitale. Insomma se si vuole ottenere una bella grana meglio usare le classiche Tri-X , Fp5 e HP5 , Foma o qualsiasi pellicola non a grana tabulare.

 

© Ralph Gibson

 

In definitiva la grana può essere una sorta di filosofia, una scelta che è estetica e concettuale, diametralmente opposta alla tecnica dello Zone System.

Di conseguenza necessita di una tecnica assolutamente diversa, è poesia e astrazione non illustrazione.

È una poesia della materia, densa, concreta, una esaltazione sublime dei granuli di alogenuro.

Qualche bellissimo esempio si trova in paesaggi di Jeanloup Sieff, come del resto in molte fotografie di reportage, scattate a pellicola Tri-x.

Un grandissimo interprete della grana come musica è Ralph Gibson.

 

© Ralph Gibson

 

Non usò sempre gli stessi materiali sensibili, del resto anche la Tri-x recente non è uguale a quella di anni or sono.

Tuttavia l’intento fu sempre lo stesso.

Ho trovato un interessantissimo tread a proposito della tecnica di Ralph Gibson su un forum in inglese.

Sul Web c’è davvero tutto basta avere curiosità e sopratutto sapere cosa cercare.

La soluzione, la ricetta pre-confezionata la trovate da per tutto, ve la danno tutti e spesso, parafrasando Guzzanti, è sbagliata.

 

© Ralph Gibson

 

Comunque sta scritto, tratto da un articolo su Popular Photography, marzo 1977:

First, he was over-exposing the film. In part of the article he refers to giving Tri-X his usual f16 at 1/60th exposure in bright sunlight. ” Because I almost always shoot in bright sun on Tri-X with the camera set at f16″ Okay, that’s a 3 stop over-exposure. Then he developed the film in Rodinal 1:25 for 11 minutes at 68f with 10 seconds of agitation every 90 seconds for 10 seconds. His printing paper of choice was Agfa Brovira 4 or 5 grade…(and Brovira back then was contrastier than almost any other B&W paper of the time. Brovira 5 was closer to a 6 grade in my memory.) Basically, he over-exposed and overdeveloped the hell out of his Tri-X to get a dense, contrasty neg that he then printed on very contrasty paper.

Riassunto in italiano: Tri-x sovraesposta di 3 stop, ma senza tener molto conto dell’esposimetro, semplicemente F16, T. 1/60s. in pieno sole, sviluppo in Rodinal 1:25 per 11 minuti, a 20 gradi celsius, con agitazione di 10 sec ogni 90 sec.

 

© Ralph Gibson

 

Stampa su Agfa Brovira gradazione 4 o 5. In sostanza otteneva un negativo densissimo, talmente denso da dover usare una lampada più forte sul Focomat. il negativo B/N analogico è in un certo senso l’inverso di un file B/N digitale.

Un negativo troppo trasparente ha le ombre troppo chiuse, se si sottoespone in stampa risulteranno grige e prive di dettaglio.

Un negativo denso avrà ombre con dettaglio e richiederà un tempo lungo per fare uscire le alte luci. Sembra assurdo, però sicuramente il metodo usato da Gibson ha la sua efficacia. Anche se in un commento si legge:

You can just see all the Zonies heads exploding…. Overexpose AND overdevelop? Aaaaaaaaaaaa!” ( puoi vedere le teste dei fanatici dello Zone System esplodere … Sovraesporre E Sovrasviluppare? Aaaaaaaaaaaa!).

Che dire? Il fine giustifica i mezzi, la creatività è anche sovvertire consapevolmente le regole, ovviamente conoscendole.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

 

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