Aldo Larosa. LESS IS MORE, il minimalismo in fotografia.

Less is more” con magari !!! …qualche punto esclamativo ci sta bene.

Una affermazione stentorea che abbiamo sicuramente spesso sentita a proposito della fotografia minimalista.

“Il meno è più” ovvero è meglio, può sembrare un paradosso, è un modo di dire coniato dall’architetto tedesco Ludwig Mies van der Rohe, padre del razionalismo,uno dei maggiori esponenti del  modernismo. Non è del tutto facile decriptare cosa voleva dire. Ogni movimento “artistico” nasce per lo più in antitesi di movimenti precedenti. Nell’Arte, quale essa sia, il dialogo nel tentativo di trovare un equilibrio, sempre diverso,  tra forma e contenuto , è stato materia di scontri e battaglie. Forse perché in fondo l’equilibrio è sempre molto soggettivo.

 

© Aldo Larosa

 

Ludwig Mies van der Rohe, nato a Aquisgrana, 27 marzo 1886  deceduto a Chicago, 17 agosto 1969, fu contemporaneo di Guido Gustavo Gozzano (Torino, 19 dicembre 1883 – Torino, 9 agosto 1916). Avevano qualcosa i comune? Boh vai a sapere, forse nell’ironico e sommesso disquisire di Gozzano delle “buone cose di pessimo gusto” c’è qualcosa di simile a quello che intendeva  Mies van der Rohe.

 

«28 Giugno 1850 …alla sua Speranza la sua Carlotta…»

(dall’album: dedica d’una fotografia)

Loreto impagliato e il busto d’Alfieri, di Napoleone

 i fiori in cornice (le buone cose di pessimo gusto!)

 il caminetto un po’ tetro, le scatole senza confetti,

 i frutti di marmo protetti dalle campane di vetro,

  un qualche raro balocco, gli scrigni fatti di valve,

 gli oggetti col mònito salve, ricordo, le noci di cocco,

 Venezia ritratta a musaici, gli acquarelli un po’ scialbi,

 le stampe, i cofani, gli albi dipinti d’anemoni arcaici,

 le tele di Massimo d’Azeglio, le miniature,

 i dagherottipi: figure sognanti in perplessità,

 il gran lampadario vetusto che pende a mezzo il salone

 e immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto,…

 

 

© Aldo Larosa

 

Mies van der Rohe puntava ad una semplificazione quale riduzione della complessità dei fenomeni della realtà alla loro qualità essenziale. Sono passati non pochi annetti dai quei tempi. Se in architettura l’orpello inutile è stato negli anni assai limitato, a volte semplicemente  per questione di costi più che di gusto è tutt’ora diffuso nell’arredamento in oggetti di gusto grossolano, figli di quella cultura di massa tipicamente cittadina, che li ha introdotti nel mercato. Li definiamo kitsch ma ci conviviamo serenamente, non fia mai che la lontana parente che ha sposato quell’imbecille ci venga a trovare e non veda esposta la bombonierina della prima comunione del pargolo che ci ha regalato  nel lontano 2018!

«La forma – diceva van der Rohe –  è davvero uno scopo? Non è piuttosto il risultato del processo del dare forma? Non è il processo essenziale? Una piccola modifica delle condizioni non ha come conseguenza un altro risultato? Un’altra forma? Io non mi oppongo alla forma, ma soltanto alla forma come scopo. Lo faccio sulla base di una serie di esperienze e di convinzioni da queste derivate. La forma come scopo porta sempre al formalismo.»

 

© Aldo Larosa

 

Il minimalismo è una corrente di pensiero che nel corso degli anni, in diverse vesti, è stata protagonista nelle arti visive e di conseguenza in fotografia. Sebbene il pensiero di van der Rohe sia più pertinente all’architettura/arredamento nulla vieta di seguirlo anche in altri ambiti.  Le sue opere sono ispirate all’essenzialità e alla funzionalità, le forme architettoniche sono semplificate al massimo, tuttavia parlare di minimalismo  mi sembra a volte riduttivo. Specialmente quando, facendo riferimento a quel “Less is more” esplicitato in ambito fotografico, tale minimalismo viene inteso come formalismo astratto e tutto sommato superficiale, estetica avulsa da una funzione, insomma una “forma come scopo”, rischia di diventare tout court manierismo. L’opposto di quello che desiderava raggiungere  van der Rohe.

Il confine è labile, mi capita di vedere brandelli fotografici di opere architettoniche senza che ne sia citato l’autore, né sian stata colta l’essenza del suo operare. Pura estasi del fotografo, il raccontare solo se stessi. Forse sarebbe meglio essere meno autoreferenziali, documentare/raccontare/comunicare in maniera semplice e diretta quello che l’architetto progettista voleva fare arrivare con la sua opera. Ovvio che per agire fotograficamente in tal modo occorrerebbe studiare l’architetto e la sua opera, magari andando a rileggerne il progetto che si intende fotografare.

 

 

Minimalismo documentale. “La fotografia minimalista va diretta al sodo. Senza fronzoli. Senza distrazioni. A fare la differenza, quindi, devono essere solo i dettagli”… però sarebbe secondo me opportuno che questi dettagli fossero in qualche modo significativi, salienti,  rappresentativi del pensiero dell’architetto e non a vanvera.

Un diverso approccio può essere quello “immaginifico”, tendente a suggerire all’osservatore una lettura diversa della realtà rappresentata, Ecco questo approccio “suggestivo” mi piace spesso assai. Per esempio in “Deposizione” di Aldo Larosa la disposizione di divani porta a pensare a una croce sdraiata per terra, oppure in “Champagne” due tacchi di scarpe femminili uno di fronte all’altro portano l’osservatore  ad identificare una coppa di campagne.

Un approccio del genere ha alla base studi dei meccanismi psicologici della visione. Per dire che la fotografia minimalista richiede, per ottenere risultati interessanti, uno studio non superficiale in vari ambiti compreso quello dell’arte moderna e contemporanea.

 

© Aldo Larosa

 

È dunque venuto il momento di  lasciare all’amico Aldo Larosa la parola e il compito di  raccontare il suo percorso nella fotografia minimalista:

Ho iniziato a fotografare nei primi anni ottanta del secolo scorso, quando mi fu regalata una Pentax ME Super, che ancora posseggo. Le occasioni erano le feste di paese, le feste in famiglia, qualcosina d’estate e lo stesso d’inverno, o durante le vacanze. I costi da sopportare per il rullino e per la stampa mi rendevano attento nell’uso del clic. Un mio cruccio di allora è quello di non essere mai riuscito ad allestire una camera oscura.

 Alla fotografia minimalista sono arrivato dopo l’avvento del digitale. Ed è stato per caso che ho iniziato a praticare il genere, che, in quel momento, mi era del tutto sconosciuto, così come gli altri generi quali la street, il ritratto, la natura morta, ecc.
Come con la macchina analogica, fotografavo nelle occasioni di cui dicevo prima. La volta che “incontrai” il minimalismo fu per caso, quando, appena arrivato in vacanza nella mia casa al mare, notai in giardino, appoggiate al muro bianco della casa, credo fossero quattro, delle scope, una accanto all’altra, che mia moglie aveva appena lavato: le fotografai d’istinto, appoggiate con le setole rivolte verso l’alto, tutte di colore diverso, una accanto all’altra, anche con i bastoni di colore diverso.

 Di ritorno a Roma, la pubblicai in Panoramio, sito fondato da tre spagnoli, poi acquisito da Google e, subito dopo, chiuso; lì la vide un mio amico, che la classificò appartenente al genere minimalista; il termine era per me nuovo, tanto che me ne parlò, facendo riferimento, ovviamente, all’arte in genere.

 

© Aldo Larosa

 

 

La curiosità mi portò ad indagare il web e a imbattermi, in Facebook, nel gruppo “OM – FOTO – ONLY MINIMAL” fondato da Bianca Maria Bini. Con lei, lì vi trovai altri importanti amministratori: uno su tutti, il compianto, ci ha lasciati due anni fa, Franco Sondrio, ricercatore e docente di Disegno e Storia dell’Arte.

 Quel Gruppo, uno dei pochissimi allora che aveva come linea editoriale la fotografia minimalista, mi vide subito partecipe e mi consentì, attraverso ciò che vi veniva pubblicato, di approfondire la conoscenza del genere. 

Ciò che mi guida nel tentare di fotografare in modo minimalistico è il presupposto, che ho fatto mio: “in ogni cosa che osservo con l’intento di fotografarla, vi è sempre la possibilità che vi ricavi almeno una foto che risponda al genere”. Ovviamente, la locuzione, madre del minimalismo, che guida tutti coloro che, come me, si approssimano al genere, “Less is more”, è alla base di tutto.
 Spazio dal minimalismo geometrico a quello astratto. 
Non amo la post-produzione, e mi limito a pochi ritocchi circa il “taglio” da dare alla composizione, che tento di ottenere attraverso un’attenta ripresa; spesso rovescio il soggetto ripreso. Lo faccio ruotare, cambiando, di fatto la sua posizione naturale. 
Per dire di ciò che è per me il minimalismo, rimando a quanto delle mie foto ebbe a dire Maria Privitera – Docente di Storia dell’Arte: “Che piacere, che gusto scorrere i tuoi minimal, tra tanto inquinamento visivo i tuoi silenzi raccontano senza urli. Un viaggio in un minimalismo rigoroso e severo che mi ha fatto rivivere delle bellissime sensazioni, quasi un ritorno alle origini, ad una fotografia pensata e mai improvvisata, che tiene conto delle rigide prescrizioni di un genere forse oggi alla deriva.”

Fausto Germanò, fotografo del quale mi onoro di essere amico, dice: “…le sue immagini vivono una “vita propria” e la loro origine è una questione del tutto secondaria, se non addirittura trascurabile. L’intelligenza nel vedere una parte significativa in una struttura complessa, il rigore nella composizione, il senso di completezza che riesce a dare all’opera, fanno di Aldo un raffinato artigiano dell’immagine. Artigiano nel senso più nobile del termine”

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

 

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