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A proposito della fotografia di Architettura

Si parla spesso di mezzi tecnici, obiettivi decentrabili, banco ottico, si parla altrettanto spesso di modi di comporre le fotografie di architettura, prospettive centrali, laterali diagonali, linee di fuga e quant’altro. Si è abituati a pensare una fotografia d’architettura pura, senza umanidi e auto in movimento, senza cestini della spazzatura, senza segnaletica stradale che irrompe nell’architettura che si desidera riprendere.

Se osserviamo antiche o vecchie foto di architettura ci affascinano.

 

© Julius Shulman

 

Ma le nostre città non sono più così. E allora che fare?

Non pochi si dedicano con passione ad una sorta di street-view non commissionata da Google. Vanno a collezionare fotograficamente ogni squallido angoletto delle loro città o di un paesino vicino. Nelle loro menti sono scolpite come pietre le immagini di Eggleston, Meyerowitz, Shore, ma non abbiamo né tricicli né auto adatte e una Fiat 124 o vecchia 600 non fa la stessa figura.

Però i colori sono spesso slavatini, di Ghirriana memoria.

Poi ci sono quelli che Basilico, oh! E OK, OK, concordo, certamente bravissimo ma come riferimento visivo assai difficile.

 

© Julius Shulman

 

Un qualcosa questi famosi fotografi l’hanno in comune. Sono conosciuti più per le loro fotografie in mostra o su loro libri fotografici che per quelle pubblicate da riviste di lavori realizzati su commissione. Il che spesso de-funzionalizza le foto spostandole su un piano diverso, a volte meramente estetico, lontano da ogni intenzione di documentare o da un concreto perché.

Infine ci sono fotografi che sgrandangolano come se non ci fosse un domani, un 8mm sembra indispensabile… però tagliano la base dell’edificio, lì dove imperversano brutture varie. L’inquadratura va dal primo piano in su.

Un riferimento visivo interessante, per quanto lontano nel tempo, potrebbe essere il fotografo americano Julius Shulman.

Alcune foto mi erano rimaste impresse come illustrazioni di opere di Mies van der Rohe, Lloyd Wright, Neutra.

 

© Julius Shulman

 

Bizzarro come nel campo dell’architettura si conoscano attraverso libri e riviste gli architetti e le loro opere, non i fotografi che hanno contribuito a celebrarle. Inutile che mi dilunghi troppo sull’autore, ci sono tante immagini, tanti contributi scritti, chi vuole può approfondire a sufficienza.

Cerco di spiegare perché trovo bellissime le fotografie di Shulman.

 

© Julius Shulman

 

Aveva il vantaggio, sicuramente giustamente conquistato, di avere un dialogo diretto con gli architetti che gli permetteva di interpretarne fotograficamente il pensiero espresso nell’opera architettonica. Viveva nel modernismo, contribuendo a diffonderlo.

C’era nelle sue foto quasi sempre un rapporto tra il soggetto e l’ambiente circostante. Potevano esserci alcune persone, automobili, e certo quelle persone, per come erano vestite, e i modelli di automobili, contribuivano a illustrare e raccontare.

 

© Julius Shulman

 

Oggi viviamo in un epoca apparentemente senza alcuno stile se non Ikea o mobili della nonna, ma forse ci siamo troppo immersi per sapere distinguere. Stratificazioni, contaminazioni, inquinamenti visivi di ogni genere.

Ci manca il coinvolgimento nell’opera architettonica, il desiderio di raccontarla, cerchiamo spesso di interpretarla senza conoscerla, solo un rapido click teso spesso a mostrare la nostra perizia nel cogliere o esaltare qualche particolare, magari minimalista, perdendo una visione d’insieme, una motivazione.

È solo colpa nostra o anche colpa di un’architettura assai spesso senza qualità?

 

 

© Julius Shulman

 

Vai a sapere, tuttavia non vedo, al di la del volere apparire con le proprie fotografie, quel vero interesse che porta ad cercare il significato e le ragioni di architetture e degli architetti che le hanno progettate.

Vedo assai poco l’agire in punta di piedi, non raccontare se stessi ma sapere raccontare quello che si vede, quello che ci vive intorno.

Se cerco di pensare a un riferimento visivo attuale, contemporaneo, non posso fare a meno di pensare all’attento lavoro di approfondimento svolto su Roma da Bruno Panieri: “Che bella città”.

 

 

Immagini colte quasi al volo, non levigate, niente cavalletto, vagando non casualmente nelle periferie di Roma.

Cercando il riscontro nel reale di ciò che già conosceva ma non aveva ancora visto.

 

 

Non di rado è così, fotografare è in un certo senso ri-conoscere. SE non riconosci spesso non ti accorgi, non vedi e non sai quello che fotografi.

Strade, piazze, chiese, centri commerciali, nodi intermodali, aree produttive: spunti per la rappresentazione di una città complessa.

 

 

Una città sviluppatasi in modo caotico in cui la fotografia serve a restituire una visione di insieme, concentrando in modo sistematico l’attenzione su ciò che possa caratterizzarne il senso, raccontare il rapporto tra costruito e campagna, individuare “segni” che caratterizzano lo spazio, individuare, attraverso i luoghi, i modi di vivere ordinari, le difficoltà di mobilità, le concentrazioni residenziali.

 

 

Bruno usa la “teoria della macchia espansa” che ripresa nell’insieme, racconta la complessità in una dimensione definita, ma che, indagando i singoli punti di concentrazione, indica le direzioni di espansione: è incredibile come Roma somigli ad una macchia d’inchiostro!

 

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

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