7 FOTO PER UN PROGETTO.
- Una mattina d’inverno sulla spiaggia, di Roberto Ceccarelli
- Bagni chimici, di Davide Comotti
Quanti diversi modi ci sono di leggere fotograficamente un paesaggio! È un “genere” di fotografia molto amato e praticato. Ogni “genere” ha una definizione di massima, Ci può essere una definizione di massima di “fotografia di paesaggio”? Per lo più si fa e basta, senza porsi tante domande si adotta un approccio personale, è anche in parte giusto. La nostra fotografia ci rispecchia, è un riflesso preciso, speculare, di come siamo noi.
Interiormente e forse anche esteriormente, può riflettere il nostro modo di camminare o passeggiare, il nostro respiro, il modo che abbiamo di guardarci attorno e fermarci un attimo stupiti ad osservare, click una foto!

Cos’è il paesaggio, esiste una definizione di paesaggio? Gli architetti paesaggisti se la sono data, era essenziale averne una definizione condivisa per conservare, modificare, documentare, inventare un paesaggio:
“Il paesaggio è il territorio nella sua interezza, inteso come espressione di un’identità derivante dall’azione e dall’interazione di fattori naturali e umani.”
Questa definizione, ripresa dalla Convenzione Europea del Paesaggio, va oltre la semplice vista panoramica per abbracciare l’intero territorio, compresi gli elementi naturali, costruiti e culturali, e come viene percepito dalle persone. È una definizione a lungo pensata, parola per parola, come il teorema di Pitagora o il Principio di Archimede quindi non è del tutto intuitiva. Il paesaggio è l’espressione di una identità, ogni paesaggio ha una identità diversa, a volte è assai evidente altre volte bisogna cercarla.

I paesaggisti, riprendendo un termine latino la chiamano “genius loci” (lo spirito del luogo), nell’antica Roma, nelle civiltà pagane in generale, si pensava che ogni luogo avesse una divinità protettrice. Attualmente il termine descrive l’atmosfera, il carattere distintivo e l’essenza unica che un ambiente possiede. Deriva dalla sua storia e cultura, da come molti secoli addietro l’uomo si insediò in un determinato territorio e lo modificò per viverci meglio.
Pensiamo alle crete senesi, a quelle colline argillose solcate da stradine bianche sottolineate da filari di cipressi. Servivano a delimitare proprietà e viali, fungevano da barriera frangivento per proteggere i campi coltivati, segnalavano da lontano punti di riferimento come chiese e incroci stradali, avevano anche un semplici scopi ornamentali e simbolici, erano simboli di fertilità, piantati alla nascita di un figlio.
Pensiamo ai muretti a secco nel Salento, non servivano solo per delimitare delle proprietà terriere, per costruire rifugi per contadini ed attrezzi agricoli, servivano anche per dissodare e terrazzare il terreno scosceso, creando superfici coltivabili e prevenendo l’erosione, per stabilizzare il terreno e ottimizzare la gestione dell’acqua piovana.
Ogni montagna, ogni collina, ogni, mare, ogni specchio d’acqua, fiume, torrente, ogni orizzonte è diverso da un altro. Non è per caso, ogni paesaggio è stato plasmato dall’uomo, in millenni di storia. Pensiamo all’infinito di Leopardi:
Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
E questa siepe, che da tanta parte
Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Pensiamo a “I promessi sposi”, capitolo VIII, Alessandro Manzoni: “Addio, monti sorgenti dall’acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l’aspetto de’ suoi più familiari; torrenti, de’ quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendio, come branchi di pecore pascenti; addio!”
Due paesaggi diversissimi, eppure in ambedue le descrizioni ci solo gli elementi caratteristici che sono enunciati dalla definizione dell’EFLA (European Foundation for Landscape Architecture), successivamente IFLA EUROPE e condivisa dall’Aiapp.
Lasciamo perdere ogni approccio romantico, la natura incontaminata non esiste, non può essere visitata o percepita. Se sei in un luogo, sei immerso in un paesaggio e lo contamini anche solo con la tua presenza. Entri a far parte del paesaggio. L’interezza di un paesaggio comprende noi, comprende le ville sparse e biancheggianti sul pendio. Comprende anche i cartelli segnaletici, le auto parcheggiate, i bidoni della spazzatura, i rifiuti lasciati dopo un pic-pic e le discariche abusive.

In una documentazione “scientifica” l’architetto deve tener conto di ogni minimo particolare, anche se “sgradevole” alla vista. Similmente fece Stephen Shore, importante esponente della neotopografia, movimento che documenta il paesaggio americano alterato dall’uomo.
Con Uncommon Places (1982) e American Surfaces, ha definito un nuovo modo di guardare il quotidiano e il paesaggio americano, da quello urbano a quello rurale. In “Uncommon Places” Stephen Shore trova la bellezza nei luoghi più banali. Shore spiega il suo paesaggio: “È così dettagliato che lo spettatore può prendere tempo e leggerlo; possono prestare attenzione a molto di più”.
Ghirri più o meno negli stessi anni giunse ad un approccio assai simile, sebbene con soggetti e colori più identitari, più “italiani”.
Chi opera fotograficamente nel paesaggio ha più o meno consapevolmente alle spalle questo bagaglio visivo, ed ha davanti agli occhi quello che desidera fotografare.
“Ma cavolo quei cartelli turistico/informativi dovevano proprio metterli davanti all’ingresso della cattedrale?” “Ma, porca zozza, possibile che abbiano fatto una discarica proprio qui davanti a questo splendido ‘punto di vista paesaggistico’?!?”

La scelta delle inquadrature paesaggistiche resta “relativamente” libera, si può evitare di inquadrare quello che non ci piace, anche se è censura. Oppure si include tutto quello che è compreso nello spazio visivo delimitato dall’angolo di campo di ripresa, o anche optare per una sana via di mezzo.
C’è chi tiene workshop di fotografia di paesaggio e insegna che ci vuole il treppiede, meglio un banco ottico e che i filtri sono indispensabili sia per il B/N che per la fotografia a colori. Se segui un corso di fotografia analogica devi sorbettarti tutti gli scritti di Ansel Adams, se vai a colori in digitale è indispensabile un filtro ND (Neutral density) minimo di gradazione 8 perché non si può rinunciare all’acqua setosa!
Cose utili dal punto di vista tecnico ma che non hanno nulla a che vedere con un sia pur vago concetto di fotografia di paesaggio che deve essere comunque interiorizzato, diventare personale.
Mi sono arrivate due proposte per “Sette Fotografie per un Progetto” diversissime tra di loro a secondo me non molto lontane dalle istanze fotografiche che guidarono Stephen Shore nelle sue fotografie di paesaggio.
“Una mattina d’inverno sulla spiaggia” è il titolo del progetto di Roberto Ceccarelli. Scorro visivamente le foto, qualcosa intuisco ma non capisco a fondo. Perchè? Dove? Quando? Sopratutto, che nesso c’è tra la prima foto del progetto e l’ultima?







Vado alla descrizione testuale: È una soleggiata mattina d’inverno e stai passeggiando sulla spiaggia. L’aria è frizzante, la brezza invernale porta il profumo del mare, mescolato al lieve aroma di sale. L’unico suono è il dolce sciabordio delle onde contro la riva, e le grida dei gabbiani. Stai camminando in riva al mare. Qualche mese fa, dopo la visita di controllo, il medico ti ha detto:
“Dobbiamo tenere sotto controllo la tua pressione sanguigna.Ti prescrivo un farmaco da prendere ogni mattina, ma ti consiglio anche di fare esercizio fisico e di fare una bella passeggiata ogni giorno, se puoi. Inizia gradualmente e cerca di arrivare a circa 10.000 passi al giorno, ma senza esagerare”.
Sei fortunato a vivere in una città costiera. La spiaggia, soprattutto fuori stagione, è un luogo eccellente per godersi una passeggiata libera e semplice e respirare l’aria fresca. L’esercizio fisico dovrebbe essere abbastanza regolare, ma dato che non sei più giovanissimo, è utile fare una pausa ogni tanto per respirare profondamente. (Ma non troppo spesso!)

La descrizione del progetto è un poco lunga. È scritta in seconda persona per creare un coinvolgimento, “invita” il lettore a diventare protagonista. Da un lato c’è un racconto, la motivazione dell’essere lì, dall’altro è una descrizione di sensazioni olfattive, visive, auditive che potrebbe vivere chiunque.
È importante sapere di più? Ci sono progetti, creativi o emozionali, il cui scopo è creare suggestioni nell’osservatore mediante una comunicazione anche solo visiva. Altri invece secondo me più documentali richiedono di essere più precisi nel testo di accompagnamento e indicare dove è stato scattato il progetto. Quali erano le vere intenzioni di Roberto Ceccarelli? Qual’è il vero senso del progetto? In ogni caso specificare luogo, ora e quant’altro, aumenta i possibili livelli di lettura, ognuno osservatore può scegliere il suo.
La prima foto indica l’accesso alla spiaggia, poi nella sdeconda, terza e quarta foto, c’è la passeggiata respirando a pieni polmoni come indicato nel testo introduttivo. La spiaggia è deserta. Nella quarta foto si vedono sulla sabbia i segni dei cingoli di una macchina per pulire la spiaggia, dritti dritti arrivano lontanissimo, in fondo quasi all’infinito si scorgono edifici abitativi. Nella quinta a foto i segni dei cingoli sembrano ruotare intorno a un parcheggio/ inversione di marcia, proprio davanti all’affaccio sul mare di una concessione balneare. Sono segni che rivelano il lavoro primaverile per preparare la spiaggia o quello a fine stagione per ripulirla, i ritmi stagionali che si ripetono anno dopo anno.

Nella sesta a foto c’è l’indicazione per l’uscita, le lamiere ondulate arrugginite, rimesse ogni anno per proteggere da sabbia portata dal vento e mareggiate le strutture di “Bagno Andrea”. Spiaggia, ristorante si legge sul cartello. Alle spalle del “Bagno” si vede una pineta.
Cerco con Google: “Bagno Andrea” si trova a Pinarella di Cervia (RA). “La pineta di 25 ettari che corre parallela alla spiaggia, oltre a proteggere dalle calde giornate di sole e dai forti venti marini è perfetta per una pausa sotto il fresco dei suoi pini”. Mi diventa chiaro che la settima foto rappresenta l’accesso alla pineta, area protetta dalla forestale. Quindi a seconda degli intenti dell’autore questa foto dovrebbe diventare la prima della serie, se l’intento è documentale, oppure è superflua se invece è un progetto solo “emozionale”. Tutto ciò dovrebbe essere chiarito dalla descrizione iniziale.

Il secondo progetto è di Davide Comotti: “Bagni chimici”
È un progetto nato per caso. Nel 2015 – spiega l’autore – ero al lago D’Endine e mi appare la foto di Monna Lisa (foto 1) durante una passeggiata, da lì ho iniziato a fotografare i vari bagni in giro per l’Italia e nel mondo (foto 4 a Bogotà foto 5 in Austria) il titolo ad oggi è Bagni chimici, ma potrebbe ironicamente essere anche “C’è merda dappertutto”. In realtà le foto sono molte di più, il materiale non manca, il problema è trovarli in posti interessanti.







Trovo sia un progetto molto divertente, molto vicino a quel senso di “Man-Altered Landscape” che cercava Stephen Shore, è anche vagamente Pop, un inno alla plastica colorata! Anche alla caducità di ogni cosa, dato che il colore della plastica si degrada nel tempo, come si vede in foto numero 1.
I bagni chimici sono installazioni per lo più temporanee, non sono modifiche sempiterne di un paesaggio, in questo senso possono venire percepiti e fruiti come una sorta di effimera Land Art. Non ci si deve quindi stupire se i bagni chimici di Sebach, oltre a essere architetture minimali ovunque nel mondo, a volte diventano anche superfici espositive per l’Arte, come si vede nella foto numero 6. Vai a sapere, chissà, il progetto potrebbe venire proposto alla Sebach per un calendario o una esposizione!
Non è una ditta da poco, dal 2023 Sebach insieme ad Armal S.p.A., fanno parte del gruppo di imprese TOI TOI & DIXI, leader di mercato nel settore dei sistemi sanitari mobili senza allacciamento ed è presente in 29 paesi con 49 società operative. Nel 2018 il gruppo ha realizzato un fatturato consolidato di 410 milioni di euro.
In ogni caso è un progetto interessante, ci invita a guardarci attorno per trovare in ogni luogo che visitiamo un “fil rouge” che lo lega ad altri luoghi, potenza della globalizzazione! Il rapporto soggetto/sfondo in tutte le foto è ben risolto, cosa fondamentale per questo progetto quanto per qualsiasi soggetto fotografico.
Ogni scatto identifica un luogo e allo stesso tempo in un certo senso lo demitizza nella sua essenza di opera della Natura o Monumento costruito dall’uomo.
L’ultima foto è un ottima chiusura. Mi viene spontaneo ‘chiosare’ ( brrrr) con un frammento di una celebre canzone di Fabrizio De André: “Dai diamanti non nasce niente, Dal letame nascono i fior.”
Ambedue gli autori per le loro fotografie hanno adottato un approccio al colore molto naturale, senza esasperazioni, senza voler stupire con effetti speciali, sovraesposizioni ghirresche o cieli parossistici realizzati in HDR.
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E’ sempre un piacere leggere i commenti di Giorgio ai propri lavori, soprattutto come in questo caso, davvero particolare.
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