Ve le ricordate le Instamatic? Eddai non mi dite che fate parte delle pochissime famiglie italiane che non hanno mai ospitato nel cassetto o nella vetrinetta della credenza una Istamatic. Candeline della torta di compleanno già accese, presto presto, dov’è dov’è? “Ma le pilette per il cuboflash saranno ancora buone?” “Beh speriamo, sono da un anno dentro la fotocamera.” Eh sì, era già fortunata l’Instamatic di famiglia se veniva portata in vacanza al mare o se le era concessa una breve gita scolastica affidata a voi piccoli. “Mi raccomando trattala bene e non la perdere… se non ti c’entra la torre di Pisa metti la fotocamera storta, così, e vedrai che c’entra!”
Prodotte da varie marche (stavo per scrivere Brand, ma fa troppo figo) funzionavano tutte con le stesse cassette di pellicola pre-caricata formato 126 inizialmente da 12-20 scatti, 26,5x 26,5mm ,sìsì stupendi scatti quadrati ne vennero vendute milioni di unità. Tra le più diffuse furono le Instamatic 100 Kodak, lanciate nel 1963, poi ancor più vendute le Kodak Instamatic 104. In cosa differissero vai a sapere, e non importava a nessuno. Si centellinavano quelli scatti, costava farli stampare, eppure si faceva.
Certo in quegli anni c’erano già i cosiddetti “fotoamatori evoluti” che avevano macchine fotografiche strabilianti e stampavano da soli il B/N ma la media era questa. C’erano anche fotografi professionisti, quelli dei giornali, ma non li conosceva quasi nessuno, e c’erano quelli di quartiere o di paese, che li conoscevano tutti e li chiamavano per eventi importanti.
Le vendite durarono diversi decenni, fino alla crisi e al declino dell’azienda Kodak, avvenuta soprattutto con la diffusione della fotografia digitale. Le instamatic vengono attualmente ricuperate dai lomografi che scattano fotografie “creative” inserendo nelle cassette della pellicola 35mm. È un mondo bizzarro quello in cui viviamo.
Gli analogisti incalliti sbraitano contro i nativi digitali, dicendo che hanno lo scatto compulsivo, eh ma quanto se la tirano questi analogisti! Però poi quegli stessi analogisti usano i pc, scansionano pellicole e le postano su FB.
Ok si è alla ricerca dello scatto consapevole, profondo, drammatico ecc, ma tanto l’era dei grandi fotografi è finita da un pezzo. E quindi? Vuol dire che la fotografia è morta? Ma no, è più viva che mai, interrogo l’Intelligenza Artificiale: “Al giorno vengono scattate circa 5,3 miliardi di fotografie a livello globale, pari a oltre 61.000 scatti al secondo. La maggior parte di queste immagini viene catturata tramite smartphone e condivisa istantaneamente sui social media e sulle app di messaggistica”.
Guarda caso proprio intorno agli anni in cui si diffusero le instamatic John Szarkowski, direttore della fotografia del Museum of Modern Art di New York dal 1962 al 1991, propose di attribuire validità a quella che chiamava “fotografia funzionale” accanto al più consueto riconoscimento legato alla fotografia d’arte. Coniò così il termine “fotografia vernacolare”, piacque ad intellettuali, accademici e curatori, aprendosi poi a un utilizzo più ampio. Dunque quella fotografia ebbe l’avvallo di persone importanti.
Il primo ad essere definito fotografo vernacolare da Szarkowski fu Jacques-Henri Lartigue, lo presentò come un “vero primitivo”, un dilettante che non aveva “né tradizione né formazione”. Non era del tutto vero, Lartigue se la cavava più che bene con la tecnica, sviluppava e stampava da sé e sperimentava molto, non era un iper-intellettuale, nemmeno era un inconsapevole, si viveva bene i suoi tempi, li rappresentava fotograficamente.

Il fotoamatore digitale medio odierno ha una più che discreta cultura fotografica, sa di tecnica quello che gli serve, trae piacere dallo scattare fotografie, usa il pc e programmi per la post-produzione o fa tutto con uno smartphone e snapseed, o un poco e un poco a seconda di come gli va, condivide le sue foto tra amici o in gruppi di fotografia su Facebook. Insomma gli si può dir di tutto meno che di essere primitivo.
Scatta per piacere personale, per divertimento condiviso, per intima esigenza di esprimersi. Non importa se le sue fotografie o progetti più meno estemporanei affonderanno dopo poco nel web, tanto anche le foto di intellettualissimi analogisti che sciorinano a ogni più sospinto la loro conoscenza di testi sacri annegheranno in identico modo. Importante capire che la fotografia continua a godere di buona salute, anche se vivere da fotografo professionista è sempre più difficile, ma non è colpa del digitale. Una situazione così grave non è avvenuta solo per una causa, sono state molte concause a determinarla.
15 settembre 2008: Lehman Brothers fallisce, crollano i mutui subprime. Fu il più grande disastro bancario di sempre e scatenò la peggiore emergenza economica globale dalla Grande Depressione del 1929. Sembra impossibile ma ne risentì tutto, ridusse la capacità di spesa dei consumatori e la fiducia nelle istituzioni economiche, portò ad una riduzione degli investimenti pubblicitari che sono una delle principali fonti di reddito per l’editoria, soprattutto per giornali e periodici.
Il 2008, anno nero per l’editoria, portò a perdite del 100% e a una contrazione del 30% degli utili per i quotidiani. Sono passati non pochi anni, nel 2024 l’editoria italiana ha chiuso in calo dello 0,9%, con vendite complessive di 1.522 milioni di euro, 14,6 milioni in meno dell’anno precedente. Anche qui le cause sono molteplici: i pochi lettori abituali, la forte concorrenza dei dispositivi digitali nel fornire informazione, l’iper-produzione editoriale, una distribuzione concentrata e l’aumento dei costi delle materie prime, prima di tutto la carta.
Chi di voi compera regolarmente una rivista o un giornale? Le notizie scorrono rapidamente e rapidamente affondano nel web, un momento una notizia polarizza l’attenzione, il momento dopo viene dimenticata. Eppure la fotografia sopravvive anzi gode di molto interesse. La fotografia digitale e i social hanno portato addirittura alla rinascita e a una nuova diffusione della fotografia analogica. Spero non sia una moda passeggera, è stupendo che al giorno d’oggi ogni tecnica, compreso quelle antiche, venga praticata.
La fotografia digitale non richiede materiali di consumo, comperi una scheda SD (Secure Digital) e puoi scattare millanta fotografie, se ti va le stampi o le fai stampare altrimenti le condividi solo sui social. Ogni fotografia può lasciare una traccia, determinare tendenze, se comunica qualcosa all’osservatore. Forse la fotografia nei suoi contenuti, nella sua estetica cambia ed evolve un poco ogni giorno, ma ci siamo immersi, non ce ne accorgiamo.
Ho ricevuto due Progetti in 7 Fotografie, sono in un qualche modo una dimostrazione di un atteggiamento diverso nei modi di praticare la fotografia. Piccole storie di piccoli piaceri personali che hanno una loro valenza. Possono essere esempi non da copiare, ma da assimilare per fare tutt’altro. Quindi non vanno valutati come se fossero capolavori, non era nelle intenzioni che lo fossero.
Donatella Bajo. Breve storia con finale a sorpresa
Le foto hanno vita propria. Ci sono giornate che ti alleggeriscono la vita, come quando trovi per caso una cabina per fototessera semi nascosta all’entrata di un palazzo e decidi di entrarci. Tutto intorno a te è grigio e spento ma lei decide di colorare il tuo mondo
Questo è il titolo, questa la spiegazione del progetto. Un complice gioco di Donatella col suo compagno, per mettersi entrambi in gioco. Prima foto, c’è una mostra “La segreta mania Giovanni Verga fotografo” e c’è seminascosta alla vista una cabina per fototessere, chissà forse questa combinazione fa scattare la scintilla, l’idea di partenza.

Da qui in poi tutto scorre a fotogrammi di vita che molti di voi hanno vissuto esattamente in identico modo, facendo esattamente le stesse mosse, entrando in una cabina per fototessere, sedendosi, arrendendosi, cercando una identità necessaria ad un documento.
Guardandosi davanti a quella sorta di specchio non specchio trattenendo il fiato e l’espressione sino a quando improvvisamente scaturirà un lampo quasi accecante. Perplessità. Sono io davvero io questo qui?
Si arriva così all’ultima fotografia e qui, almeno da quello che dicono i dati exif, c’è qualcosa di particolare. Sì perché è una foto a colori, una fotografia che riproduce la fotografia sputata da una cabina per fototessere, esattamente una settimana prima. Un “misfatto” premeditato? L’attrazione fatale per quell’insano oggetto di desiderio, la cabina per fototessere, che molti vorrebbero avere a casa per giocarci.

Molta fotografia concettuale è stata realizzata con una cabina per fototessere, in sè e per sé non è una grande novità, sicuramente Donatella ne è consapevole ma il tutto è ben realizzato con un tocco di surrealismo finale, quindi benissimo così. Una fotografia che alleggerisce la vita, basta entrarci. Alice entrò nel Paese delle Meraviglie inseguendo il Bianconiglio, si infilò dietro di lui in una tana e cadde in un lungo pozzo, che la portò direttamente in un mondo fantastico.
Penso che la fotografia sia esattamente questo, un lungo e tortuoso pozzo che conduce in un mondo fantastico e colora la tua vita. Un progetto apparentemente diversissimo ma in fondo affine è quello di Dino Greco.
Dino Greco. I Racconti del Trattore
(ritorno al passato) La società rurale negli anni della “Dolce Vita” si è trasformata in società industriale ed il trattore era uno di questi simboli, nell’attuale società post industriale si coglie, nella gente, la voglia di un ritorno al passato, forse per esorcizzare, scongiurare le moderne problematiche, per vivere attimi di gioiosa spensieratezza.

Solo indagando si apprende che il set è stato organizzato all’interno festival MySweet MoonDeena – Novara in Swing&Boogie. Tutto ben allestito per fare entrare i visitatori in una atmosfera di anni passati, decisamente più gioiosa di quella che stiamo vivendo. Ci sono truccatrici, costumi e quant’altro, basta lasciarsi coinvolgere. Il tavolino centrale è il leitmotiv per ogni possibile evento/incontro.

Non è il classico shooting per dare possibilità al fotografo professionista per un giorno di fotografare una modella per un giorno. È un complice gioco, il fotografo dietro l’obiettivo orchestra la situazione, amici e amiche o modelle e modelli, si calano più o meno bene nella parte. Non ha nessuna particolare pretesa, nessuna altra valenza, se non quella dichiarata dal testo di presentazione del progetto: “voglia di un ritorno al passato, forse per esorcizzare, scongiurare le moderne problematiche, per vivere attimi di gioiosa spensieratezza”.
Va bene così. Alcune foto più concitate nei movimenti inquadrati, con più partecipanti, mi ricordano vagamente nell’esecuzione i disegni di Norman Rockwell famosissimo illustratore americano, creò tra il 1916 e il 1963 oltre 300 copertine per il magazine The Saturday Evening Post . Costituiscono, nel loro insieme, un patrimonio prezioso della cultura popolare americana del secolo scorso. Influenzarono molti fotografi pubblicitari.
Non so se sia una allusione voluta o meno, alla fin fine è spesso così, si è propensi a conferire ad immagini e foto contenuti ed estetica che dipendono dal nostro bagaglio culturale, da quello che sappiamo e conosciamo. Cosa c’è veramente dietro e dentro uno scatto lo sa solo l’autore, forse.

Due progetti fini a sé stessi quelli di Donatella Bajo e Dino Greco? Destinati a non suscitare nulla in noi osservatori? Beh dipende molto da noi… spesso facciamo enormi distinguo tra le foto di famosi fotografi e quelle di più o meno sconosciuti fotoamatori.
Destiniamo degli woow ammirati ai primi, l’indifferenza o pochi attimi di osservazione, ai secondi. Anche giusto o per dirla meglio normale, però è inutile fare scale di valori, servono solo a farci sentire inferiori. Potremmo invece cogliere spunti da questi due progetti per magari realizzare qualcosa di nostro, ma un poco diverso dalle nostre usuali fotografie. Just for fun, perché no?

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Ottimo articolo e ottime foto Dino Greco etc… Grazie!