Noi fotografi siamo spesso cimiteriali inside. Forse per una deriva del fatto che usiamo a volte il termine “immortalare” al posto di scattare fotografie. Immortalare era un concetto altissimo: era omaggiare di gloria imperitura, il consegnare all’eternità qualcuno, o meglio, il suo ricordo. Questo immortalare scaturiva da sfere sublimi dell’arte, attraverso i mezzi della poesia, del racconto, della pittura, della scultura.
Nell’Arte d’antan l’immortalare aveva un forte connotato marmoreo, statuario, nelle arti figurative il registro interpretativo era aulico, solenne, buono per eroi in posa da poema epico. Era anche un arte riproduttiva sebbene interpretativa, introspettiva, solenne, chi veniva ritratto doveva stare immobile in posa, per ore, anche giorni, per dare modo all’artista di portare a termine la sua opera. Così, abbandonata l’arte “classica”, è sempre più difficile pensare a immortalare qualcuno o qualcosa. Senza la vena epica, chi o cosa si immortala?

Si racconta che Canova abbia suggerito a Paolina Borghese di venire rappresentata come la dea Diana, vergine cacciatrice. Di fronte a questo consiglio Paolina scoppiò a ridere dicendo che se l’avesse ritratta come vergine non ci avrebbe mai creduto nessuno. L’opera suscitò molto scalpore a causa dell’eccessiva sensualità di Paolina: «Come! Avete posato così nuda davanti al Canova?» «Ma la stanza era ben riscaldata!». Si racconta anche che quando chiesero a Paolina se avesse davvero posato nuda davanti allo scultore, lei rispose di sì, ma che non era stato un problema in quanto Canova, sottolineando malevola, «non era un vero uomo».
Sia come sia con la diffusione della fotografia, tecnica rapidissima per ottenere risultati simili al reale, l’immortalare fu affidato alla fotografia. L’arte di conseguenza cedette l’intento primigenio di immortalare, divenne altro. Così si diffuse, molti secoli dopo, un immortalare diverso, senza pretese di immortalità.
Con la nascita della fotografia venne gradualmente spontaneo associare in modo quasi univoco la parola “immortalare” al nostro amatissimo medium. In un click introiettiamo la realtà che sta davanti all’obiettivo, la facciamo nostra. È come se rubassimo la torre di Pisa in un attimo, la possediamo, la tiriamo a far parte dei nostri ricordi. Appena rivediamo quella foto ci tornano alla mente millanta particolari vissuti nel frangente di quel click che in quella foto non ci sono, li sappiamo solo noi, non riusciremo mai a comunicarli interamente ad un osservatore. L’immortalare in fotografia è, con meno pretese, un sottrarre alla confusione dello scorrere del tempo qualcosa che per noi ha valore. Fortuna che attualmente ci assistono i dati exif di scatto, basta leggerli per capire giorno, ora, minuti e secondi dello scatto. Sperabilmente ci ricorderemo dove abbiamo scattato quella foto, magari anche perché l’abbiamo scattata esattamente così e non diversamente.
È assolutamente cosa unica che la fotografia sia riuscita a rendere democraticamente accessibile l’immortalare anche a chi non riuscirebbe con la matita a fare nemmeno un rozzo schizzo di quello che ha davanti agli occhi e scrivendo non è ancora riuscito a comprendere dove e quando davanti alla “a” sia necessario scrivere una “h”! Si tratta di un immortalare privato e personale, per lo più è una comunicazione tra parenti e amici, non una comunicazione destinata a un qualsiasi osservatore. Nessuna fotografia (nessun fotografo) ha veramente un valore universale anche se ci piace crederlo.

Man Ray affermava: “Dipingo ciò che non può essere fotografato e fotografo ciò che non voglio dipingere”. Probabilmente intendeva dire che la pittura si occupa dell’invisibile e la fotografia del visibile, che non ha bisogno di essere creato, ma magari “elevato” attraverso l’obiettivo. Man Ray usava la macchina fotografica per immortalare ciò che aveva già un’anima e che non desiderava dipingere, come ritratti e nudi, perché era più veloce e diretto.
Insomma due medium di valore analogo ognuno valido per ragioni ed intenti diversi. Però molto curiosamente Man Ray è in genere più noto per le sue fotografie. Chi non conosce “Le Violon d’Ingres” (1924) che ritrae la modella Kiki de Montparnasse di schiena, nuda fino alla vita? OK, ora chiudete gli occhi, pensateci, cercate ti ricordare.
Vi ricordate di ‘Decanter (Revolving Doors)’, suo dipinto del 1942? Non voglio insistere, potrei farvi male, del resto neanche io sino ad oggi conoscevo ‘Decanter’ e vivevo benino lo stesso! È solo per sottolineare la potenza evocativa, comunicativa, dell’immortalare fotograficamente.

Non stupisce dunque il fatto che molti di noi fotografi, avendo un’indole per lo più tardo romantica, amiamo i cimiteri per quell’atmosfera di silenzio e malinconia che li rende luoghi ideali per esplorare temi come il tempo, la memoria, il ricordo, la caducità e la bellezza attraverso immagini che combinano arte, storia, architettura, racconto.
Il cimitero, la città dei morti, nella nostra civiltà sorge per lo più recintato a ridosso della città dei vivi della quale è un riflesso, più o meno simbolico e speculare. Sono interessanti quelle mura di cinta, tipicamente italiane. Nei paesini baschi si trova spesso la chiesina con accanto in campo di pelota. Il cimitero sta dietro il “frontón” il muro contro il quale si lancia la palla. In altri Paesi il cimitero è immerso nel paesaggio non esiste confine definito tra dentro e fuori.
Da noi le mura del cimitero sono importanti, definiscono uno spazio limitato, capita che appunto per questioni di spazio un cimiterino di paesino, nelle sue parti più recenti assuma le tristi sembianze architettoniche dei condomini a palazzoni tipici di odierne città di ben altre dimensioni. C’è cimitero e cimitero, non li amiamo tutti in identico modo, ognuno ha delle affinità elettive.
Così Luca Tizzi per “Sette Fotografie per un Progetto” mi ha inviato il suo: UN PICCOLO CIMITERO DI MONTAGNA.

Un piccolo cimitero di montagna non è un luogo dove si custodiscono le spoglie dei nostri cari, è un tempio della memoria. Per chi del luogo e di una certa età è ricordare, ritrovare persone con le quali si è condiviso gioia, allegria, tristezza, dolore. Abitano la nostra memoria evocata da un nome e due date. Io quando posso visito i cimiteri di montagna, spesso abbandonati se non dimenticati, e, a volte, scatto qualche fotografia.
Leggo il titolo del progetto, ne scorro le foto, torno ad approfondire il testo allegato. È complementare alle fotografie, spiega quello che che le fotografie non mostrano.La breve serie di scatti ha, nella sequenza degli scatti, un ordine cronologico che rispecchia la visita, non so se sia stata un unica visita.
Nell’inquadratura di apertura Luca si trova davanti al cancello d’ingresso, la ripresa è stata effettuata quasi a metà scala, la croce che lo sovrasta è l’unico riferimento religioso nella sequenza. È l’unica foto quadrata del progetto, probabilmente riquadrata in post-produzione. Difficile stabilire l’ora del giorno, la luce è diffusa da una bruma che tutto avvolge, inumidendo le pietre, rendendole lucide. Sullo sfondo si staglia la cappella cimiteriale.

Nella seconda foto è inquadrato il saliscendi di chiusura del cancello, lo sfondo questa volta è sfuocato come a far presagire un territorio ignoto al quale l’autore va incontro. È come un breve piano sequenza cinematografico, mancano gli scatti intermedi, sono lasciati alla nostra immaginazione.
L’ultima foto, quella di chiusura, testimonia l’allontanamento. Quindi tre foto, ne restano quattro per raccontare. La terza foto mostra una sedia bianca, di metallo, sulla quale presumibilmente un qualcuno si accomoda per restare, pensare, ricordare.

Non c’è un soggetto principale, un punto centrale di interesse, il centro ottico dell’obiettivo è rivolto verso le pietre di un muro, come se tutto a destra e ruotasse intorno a un vuoto. A sinistra la sedia, a destra una piantina un poco malconcia, poi una breve fuga di loculi. Immagino il fotografo accovacciato o puntato con un ginocchio sulla pavimentazione, incurante di sporcarsi i calzoni, il piano di seduta della sedia s’intravvede appena. I loculi ‘abitati’ sono inquadrati con timidezza e rispetto, quasi l’autore non volesse irrompere in una privacy.
Anche le successive foto non mostreranno identità. Tutto mi porta a pensare ad una scelta assolutamente consapevole, quindi fa niente se il piano superiore dei loculi sia tagliato in ripresa. Per quanto la ripresa dei loculi sia molto laterale se ne scorgono particolari interessanti. I lumini sono accesi, i fiori sono freschi. O lo scatto è stato eseguito intorno al giorno dei morti o le tombe sono frequentemente visitate.

La quarta inquadratura è di una piantina di ciclamini, freschi freschi, appena acquistati dal fioraio. Andiamo a trovare i nostri defunti solo una volta l’anno, per giunta acquistiamo in tutta fretta una piantina carina.
Però è troppo grande, non rientra nella stretta balaustra sotto la lapide. Probabilmente quei ciclamini, posati in un loculo vuoto, appartengono alla tomba accanto a destra.

La quinta inquadratura riprende una brocca di ceramica bianca, bordo dorato, nel design ricorda gli anni 60-70. La luce proviene dall’alto un poco da dietro, Sullo sfondo, sfuocati, dei fiori evidentemente di plastica. Complice il cartone sul quale è posata la brocca, tutto sembra abbandonato.
Questa, come altre fotografie della serie, è stata riquadrata rispetto alle proporzioni del sensore, evidentemente Luca ha attuato un poco di “ripulitura”. eliminando qualche particolare per lui visivamente inutile. Ci sono fotografi che ritengono le proporzioni originali della superficie sensibile sacre e inviolabili, magari rifilano lo stesso, ma lo fanno rispettando tali proporzioni. Questione di scelte.
La sesta inquadratura mostra dei fiori dietro un vetro martellato che ne rende soffusi i contorni, quasi fossero veloci pennellate in un quadro impressionista. Evidentemente Luca ne è stato colpito, però dal punto di vista di un osservatore lontano dal luogo sono un poco un pugno in un occhio, i colori sono vivi, troppo lontani dal resto della serie, il soggetto troppo vago. Anche questione di gusti, insomma, pur capendo l’autore, avrei preferito una foto che raccontasse di più.

Eccoci giunti alla settima foto, l’ultima del progetto. L’inquadratura del cancello d’ingresso è più ampia, comprende meglio le mura di cinta, come a volere sottolineare un allontanarsi da un dentro. C’è un vago sprazzo di luce come se la situazione atmosferica fosse un poco migliorata durante la visita al piccolo cimitero di montagna. Le nuvole in montagna vanno e vengono, la luce cambia in un attimo.
Però un particolare mi lascia dubbioso, il cancello è stato lasciato semiaperto. Per caso o volutamente? Se volutamente il fatto potrebbe avere un significato simbolico. Non lo sapremo mai, fa parte di tutto quello che nella fotografia è ambiguo, non mi permetto illazioni. Fossi stato io a scattare probabilmente avrei ripreso da dietro il cancello verso l’esterno, a testimoniare la contiguità tra un dentro e fuori.
Tutto sommato è un progetto piacevole, eseguito in punti di piedi, senza voler strafare mostrando troppo, lascia molto all’immaginazione, non scade nel didascalico.
È emozionale ma non privo di consapevolezza, ci sono scelte precise, non voleva essere un progetto documentativo, puntuale. In questo rispecchia la descrizione testuale: “Io quando posso visito i cimiteri di montagna, spesso abbandonati se non dimenticati, e, a volte, scatto qualche fotografia.”

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