Ecco, già me lo immagino, la vostra mente si è già allontanata dalla fotografia, no, non volevo parlare di altro, volevo riferirmi alla scala dei grigi nella fotografia in B/W.

Una famosa citazione: “quando fotografi le persone a colori, fotografi i loro vestiti. Ma quando fotografi le persone in bianco e nero, fotografi la loro anima”.

 

Henri Cartier-Bresson. Abruzzo, Scanno (1951)

 

Chissà quanti di voi hanno letto questo aforisma, senza sapere da chi è stato coniato. Gli aforismi in fondo sono come monete, circolano di mano in mano, vengono usate, nessuno si occupa di chi le ha incise.

Così è per questo aforisma, scritto o espresso non si sa come, perché, in quale contesto, da Ted Grant..

Ora se andate a cercare nel nostro idioma italico chi fu tale tale Grant non ne trovate traccia, provare per credere. Però trovate la citazione. Insomma è un poco come i 10 comandamenti che si studiavano a scuola nell’ora di religione introdotta durante il fascismo, a seguito del Concordato del 1929 (Patti Lateranensi).

 

Ted Grant

 

Li studiavamo spesso controvoglia tali comandamenti, erano necessari a fare la prima comunione, senza riuscire a comprenderli a fondo anche perché quando si arrivava al fatidico sesto comandamento, “non fornicare”, ci veniva di solito spiegato frettolosamente con un “Non commettere atti impuri”, poi il sacerdote glissava e andava oltre.

Così quando, ad una delle prime confessioni successive a quella prima comunione, il sacerdote, con il quale interloquivo attraverso un colabrodo metallico, immerso nel buio del confessionale, mi chiese: “Hai visto figure? …. Ti sei toccato?” caddi dalle nuvole, non sapevo cosa rispondere, poi pensando al fatto che preferivo leggere Topolino invece del “Vittorioso”, storico giornalino distribuito più in parrocchia che all’edicola, risposi titubando un “Sì, ho visto figure, non credo di essermi toccato, non ricordo”.

Per farla breve, uscito dal confessionale, dovetti espiare recitando in ginocchio tre Avemarie e un Pater Noster in latino. Insomma si crede per fede, l’educazione visiva è sempre stata un poco scarsa nelle scuole italiane, quella della fotografia ancor più, così è naturale che di solito si conosca l’aforisma ma non si conosca Ted Grant.

 

Ted Grant

 

Gli rendo un piccolo omaggio tardivo.

Nato nel 1929 fu uno dei più grandi foto-giornalisti Canadesi, nel 2020 è stato chiamato per un assignment Lassù, prosegue il suo lavoro fotografico.

Nel nostro mondo produsse 280,000 immagini fotografiche conservate nei National Archives of Canada, altre 100,000 fotografie sono archiviate nella National Gallery of Canada’s Museum of Contemporary Photography. Sono fotografie stupende, sicuramente su consiglio di Henry Cartier Bresson aveva gettato nel cestino le prime 10.000 fotografie, considerandole giustamente le peggiori.

 

Ted Grant

 

Nei suoi 65 anni di professione usò “gears” Leica.

Da pensionato, sino all’ultimo respiro, scattò con una Leica m8 con il Noctilux f1.0 e qualche altra lente.

Fu abilissimo in quello storytelling che ancora non era diventato materia di insegnamento. Sapeva riassumere una storia in pochi scatti, fotografava in “existing light”, in interni e esterni senza flash o luci da studio.

Se vogliamo fu per certi versi, almeno tecnicamente se non concettualmente, un antesignano di quella che attualmente viene chiamata Street Photography, in ogni caso della fotografia come documentazione.

Visse tutta l’evoluzione della fotografia come tecnica, iniziando a scattare a pellicola, finendo con la fotografia digitale.

 

Ted Grant

 

Oggi come ben sappiamo una fotografia è, sino a quando non viene stampata, un file.

“Un contenitore di informazioni… i sistemi operativi Unix e derivati (Unix-like) hanno generalizzato il concetto di file tanto da farne una vera filosofia: in Unix tutto è un file, cioè può essere “aperto”, “chiuso”, “letto”, “scritto” eccetera…”

quando si scattava a pellicola, al momento di infilarla nella fotocamera, si doveva aver chiaro in mente quale doveva essere il risultato finale, se a colori, se in B/N, si sceglieva anche opportunamente la pellicola, in relazione alla sua sensibilità, alla condizione di illuminazione della scena. Le scelte erano ampie ma tuttavia limitate.

Ricordo un orribile episodio. Dovevo riprodurre delle litografie in B/N al tratto, un tratto precisissimo e fine, solo nero, il bianco era quello della carta. Andai al mio negozio di riferimento la mattina del servizio, era vicinissimo a dove dovevo scattare.

Chiesi un rullino di Agfa Orto 25, come recitava il datasheet poteva essere sviluppata adeguatamente in Neutol, o altro sviluppo per carte fotosensibili, tanto non servivano toni continui. Aveva la risolvenza eccezionale di 350 linee millimetro, adattissima al soggetto. Mi venne detto che non era più in produzione, di sostituirla con la Ilford Pan F, secondo il negoziante l’unica più o meno adatta. Infatti si rivelò assai meno adatta.

Ogni pellicola ha normalmente una gamma tonale, per eliminarla e riprodurre solo il bianco e il nero si dovrebbe ricorrere a passaggi in pellicola fotomeccanica, tipo la Rollei Ato ci si avventura nel mondo della grafica, attiguo a quello della fotografia.

 

 

In fotografia digitale uno scatto diventa un file, rimane tuttavia fotografia, scrittura con la luce, solo che ad essere impressionato, a trattenere memoria, è la superficie del sensore, non quella della pellicola. Tale memoria diventa un file, un insieme di informazioni numeriche. Come per la pellicola viene registrata più o meno fedelmente una gamma tonale. Tuttavia è un file quasi neutro, scattando in raw può diventare rapidamente una immagine a colori o in B/N, scattando in Jpeg si può scegliere al momento dello scatto tra colore e B/N, si può convertire il colore in B/N in un attimo in Photoshop.

È una scelta tecnica dietro alla quale ovviamente ci deve essere una scelta espressiva. Oltre a ciò siamo immersi in un preciso periodo storico, le scelte anche espressive ne sono condizionate ma il più delle volte ne siamo inconsapevoli.

Tornando all’aforisma di Grant, il B/N è forma, essenza anima. Mancano informazioni fisiche ed oggettive di colore, vengono sostituite da suggestioni che attengono alla sfera delle emozioni. Una scelta importante. In genere il file di informazioni riguardanti la scala dei grigi ne contiene non poche. Praticamente non è possibile all’atto dello scatto eliminarle tutte, come non era possibile scattando a pellicola. In ogni file, se esposto correttamente, è presente una buona estensione tonale.

Può essere addirittura ottima, quanto sia vicina a quella ottenibile da una pellicola è cosa sottile, attiene per lo più a un feeling personale.

 

Henry Cartier-Bresson. Scanno

 

Si possono ottenere fotografie ottime o mediocri con qualsiasi mezzo, analogico o digitale, e quello che importa alla fin fine è ciò che arriva e colpisce l’osservatore. Però in fotografia digitale, sia visionata a monitor che stampata trovo spesso una estremizzazione, una scala tonale ridotta in Photoshop a una manciatina di sfumature tra il nero nero e il bianco bianco, mentre sarebbero possibili almeno 50 sfumature di grigio trai due estremi. Per carità sono scelte espressive e concettuali, non è solo estetica, però mi sembra una estetica troppo diffusa almeno per quanto riguarda la fotografia street o di reportage.

Mi domando quanto questa scelta sia veramente consapevole, quanto influenzata da mode. Mainstream, luogo comune, appiattimento espressivo, standardizzazione o banalizzazione culturale. Può sembrare che porre l’attenzione sulla scala dei grigi sia solo estetica, ma in realtà riguarda anche il contenuto di informazione di una immagine. Chiudere i neri, bruciare i bianchi vuol dire anche fare scomparire informazioni. Sono utili, aggiungono qualcosa? Meglio ridurre tutto all’essenza? Certamente anche a livello interpretativo una immagine ridotta all’essenza conduce più direttamente al soggetto che il fotografo riteneva importante.

Porta però l’osservatore a guardarla più rapidamente, a non soffermarsi su dettagli che non ci sono e non può dunque cogliere, forse a dimenticarla più rapidamente. In un vestito nero non si coglie più la trama, le pieghe, l’eventuale usura, la polvere, la storia.

Così se per esempio si vanno a cercare le foto scattate a Scanno da Hilde Lotz-Bauer, intorno all’estate del 1938, quelle pieghe negli abiti scuri ci sono e raccontano.

Quante cose scopro curiosando nei meandri scuri del web per scrivere questi articoletti, Hilde Lotz-Bauer ha scattato fotografie in 100 località diverse in Italia e giunse a fotografare Scanno assai prima di HCB nel suo viaggio del 1951.

 

Hilde Lotz Bauer

 

La cosa che forse più mi colpisce in questa nostra era di fotografia digitale è spesso la discrepanza tra i risultati finali e le enormi possibilità tecniche degli attuali obiettivi, delle fotocamere che ci mettono a disposizione 26 mega e oltre. Come se la gamma tonale facilmente riproducibile, fosse eccessiva, come se sentissimo che tanta qualità nuoce all’espressività e quindi viene rifiutata.

Allora magari si fanno girare al contrario le lancette del tempo, si riscopre la fotografia analogica, a pellicola. Per rimanere incantati da quel non piccolo quid di diverso che rende una stampa ai sali d’argento unica e speciale. Il che è anche vero, ma più concettualmente forse che tecnicamente, per quel tempo lungo che intercorre tra il momento dello scatto e la visualizzazione, che ci porta a parlare di pre-visualizzazione, della capacità di prevedere il risultato finale già al momento dello scatto. Cosa che in fondo è alla portata di qualsiasi fotografo con un pizzico di esperienza e non è affatto limitata alla fotografia analogica.

Pre-visualizzazine alla quale chi osserva una fotografia per la curiosità di scoprirla è spesso assai limitatamente interessato.

Forse è anche giusto così, viviamo in un epoca buia, la fotografia attuale la rappresenta con i suoi neri chiusi, i suoi bianchi sfondati. Viviamo anche in un epoca piena di contraddizioni, che si riflettono nelle nostre fotografie.

Però mi chiedo il perché anelare a una full frame, disquisire su obiettivi fissi o zoom, sull’eccellenza di un apocromatico, quando il risultato finale è una stampa che si sarebbe potuta ottenere da una fotocamera di 6 megapixel risalente agli albori della fotografia digitale.

 

Giorgio Rossi.

Semplicemente Fotografare.

 

Henry Cartier-Bresson. Scanno

 

 

 

 

 

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