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Ugo Colico. “Sciu Colico, scià ghe l’a à patente”?

Gerardo Bonomo

Ugo Colico. “Sciu Colico, scià ghe l’a à patente”?

Le grandi idee nascono innanzitutto da grandi uomini.

 

Capitolo 1

Prendiamo, non a caso, l’idea Leica: Oscar Barnack, ingegnere della Leitz, inventa letteralmente dal nulla la prima Leica, nel 1914. Nel 1925 Ernst Leitz II decide di metterla in produzione, cominciando con soli 700 esemplari. Sono passati cento anni da quel lontano 1914 e Leica rimane ancora un mito indiscusso. In questi cento anni sono moltissime le persone che si sono avvicendate in Leica e intorno a Leica per consentire al progetto originale di Oscar Barnack di innovarsi e giungere fino a noi. Ingegneri, tecnici, quindi uomini di progetto e di produzione, ma anche chi ha lavorato e lavora nel magazzino che spedisce il prodotto nel mondo, piuttosto che nel marketing e ancora nelle vendite, quindi i venditori che in questi cento anni hanno fatto da trait d’union tra Leica e i punti vendita, e naturalmente i punti vendita stessi, quindi i negozianti, che si sono occupati proprio della vendita e della consegna del prodotto all’utente finale. Leica non sarebbe mai nata senza l’idea di Oscar Barnack, ma non si sarebbe certo sviluppata e non sarebbe arrivata fino a noi senza il lavoro e la passione dell’intera filiera di persone che hanno fatto e fanno da tramite tra questa grande idea e il pubblico. Ancora oggi.

Febbraio 1972: in viaggio verso Wetzlar per una riunione. L’epoca delle linee aeree low cost è ancora di là da venire, il treno è un lusso, per l’epoca.

Qui di seguito vi raccontiamo la storia di una delle tante persone che hanno contribuito al successo del marchio Leica: non si tratta né di un progettista, né di un ingegnere tedesco, ma abbiamo appena visto che tutte le persone che lavorano in una azienda sono comunque importanti, necessarie. Questa è la storia del sig. Colico.

Genova, anni 60, un venerdì, è quasi sera. Nella cucina di un appartamento in uno dei palazzi che dalla collina di Genova spaziano con lo sguardo dalla Lanterna alla Riviera di Ponente, una bambina seduta in cucina mentre sua madre sta preparando la cena ha iniziato a fissare l’orologio –sul quadrante uno strano nome, Adox – appeso sulla parete: conta i secondi, i minuti che trascorrono e sposta lo sguardo dal quadrante dell’orologio alla madre, con aria interrogativa. “Vedrai, Grazia, che adesso arriva”. Grazia è il nome della bambina – Patrizia Grazie, in famiglia è Grazia -, e siccome è venerdì, come ogni venerdì aspetta di sentire suonare il campanello, suo padre sta per tornare, dopo una lunga settimana di lavoro passata lontano dalla famiglia. E finalmente il campanello suona, le “donne” di casa accorrono alla porta e si rinnova questo bellissimo rito del venerdì, questa famiglia che per il tempo di un fine settimane sarà ricongiunta, anche se lunedì è solo dopodomani e bisognerà aspettare di nuovo venerdì per ritrovarsi tutti insieme.

1,2: cartolina da Wetzlar scritta e imbucata il 25 febbraio del 1962; i fabbricati in primo piano sono gli stabilimenti Leitz. Cinque giorni prima l’americano John Glenn a bordo della capsula Mercury Seven trascorse 4 ore 55 minuti nello spazio. Aveva con sé due fotocamere, una Ansco e, naturalmente, una Leica. Una M2

Di nuovo giornate di aggiornamento in Leitz.

Ugo Colico, classe 1929. Periodi difficili, la guerra, e in modo diverso ma ugualmente difficile anche il dopoguerra. Questo non gli impedisce di incontrare la donna della sua vita, che diventerà poi sua moglie, ma il lavoro negli anni cinquanta per molti italiani è una rarità e il sig. Colico è quasi sul punto di dover lasciare la sua fidanzata, non avendo ancora un lavoro che gli permetta di mantenere degnamente e decorosamente una famiglia. Poi nel 1956 trova lavora presso la ditta Ippolito Cattaneo di Genova: sarà l’unica azienda per cui lavorerà per tutta la sua vita. Gli inizi sono modesti ma dopo non molto tempo un bel giorno in ufficio al sig. Colico viene rivolta questa domanda: “Sciu Colico, scià ghe l’a à patente”? E il sig. Colico risponde: “Pe coxe? Pe a’ seicentu?” Eh sì, alla Ippolito Cattaneo l’unica lingua ammessa è il genovese. Mi scuso naturalmente con tutti i genovesi per la pessima trascrizione appena riportata, che tradotta suona come un “Signor Colico, lei ce l’ha la patente?” “Per che cosa? Per guidare la seicento?”

Con una collega, è riconoscibile la località, Wetzlar, dall’inconfondibile sagoma della cattedrale sullo sfondo, pur sfuocata

Durante un training a Wetzlar: eventi comunque piacevoli, a giudicare dall’espressioni sorridenti di molti: Ugo Colico è il primo a sinistra, sta impugnando una Leica M (completare) ed è molto compreso nella sua prova.

Durante un training a Wetzlar: eventi comunque piacevoli, a giudicare dall’espressioni sorridenti di molti: Ugo Colico è il primo a sinistra, sta impugnando una Leica M3 ed è molto compreso nella sua prova.

Un altro modello di Leica M3

 

Dal ponte, chi fotografa dal basso, chi dall’alto: Colico è il quarto da sinistra.

Capitolo 2

Da Genova a Milano passando per Wetzlar

La Seicento, la Fiat Seicento, negli anni cinquanta era un mito quasi inarrivabile per la maggior parte degli italiani, compreso naturalmente il Sig. Colico. E grazie al fatto che il Sig. Colico ha la patente, ma soprattutto che ha già dimostrato di lavorare in modo inappuntabile, la Ippolito Cattaneo gli affida una Fiat Seicento, ma soprattutto il mandato a vendere per la Liguria e la Sardegna. Con un primo battesimo del fuoco a Perugia: sua moglie, col pancione in attesa di Grazie, lo accompagna fino a Rapallo. E durante una delle prime salite il sig. Colico non si accorge di avere il freno a mano tirato, la Seisento fuma come una stufa, ma alla fine la missione è compiuta. Ma in Liguria e in Sardegna a vendere che cosa? Leica, naturalmente. Grandi fortune da un lato, grandi sacrifici dall’altro, per esempio ogni volta che la moglie lo accompagna al porto dove imbarca la “seisento” sul traghetto in partenza per la Sardegna. Non la Sardegna di oggi, ma quella degli anni sessanta, dove le probabilità di vendere la una Leica M3 sono piuttosto ridotte, se non fosse per il primo turismo d’elite che proprio in quel periodo sta nascendo in Costa Smeralda, su un’idea dell’Aga Khan.

Nella sua amata Genova, la mano alla tempia per schermare il sole, ma pare quasi un saluto militare. La borsa a tracolla, anche se quasi non visibile, è certamente quella di una Leicina

Nel frattempo il mito Leica cresce, anche in Italia, e nel 1964 al sig. Colico vengono affidate il Veneto e la Lombardia, quest’ultima già allora una delle regioni più interessanti da un punto di vista commerciale, anche per Leica. Nel frattempo continuano le riunioni del venerdì sera e le separazioni del lunedì mattina, fino a che, nel 1969, la famiglia si riunisce a Milano. Ippolito Cattaneo che aveva già un ufficio di rappresentanza a Milano in Via Bronzetti dal 1964, trasferisce l’ufficio In Via Fogazzaro, è Ugo Colico da quell’anno a dirigerlo; nel frattempo la fama di Leica cresce in progressione geometrica così come la domanda da parte del pubblico, certamente una nicchia selezionata, ma che si rivela poi fedelissima al marchio, fedeltà che passa poi immancabilmente di padre in figlio.

Anche se a quei tempi non esisteva nelle aziende il concetto di “formazione” come inteso oggi, il sig. Colico si reca diverse volte a Wetzlar, assieme ad altri colleghi della forza vendita, appunto per corsi di formazione tecnica direttamente presso la casa madre Leitz. Tra le foto che corroborano queste righe ci sono dei provini a contatto dove si vede un’automobile che sfreccia davanti all’obiettivo diverse volte di fila: Leitz nella sua perfezione esige che anche la forza vendita non direttamente dipendente dalla casa madre conosca alla perfezione i prodotti Leitz e li sappia utilizzare: solo in questo modo sarà possibile convincere prima e entusiasmare poi i vari punti vendita che a loro volta trasferiranno questa passione alla loro clientela. Perché, come ho già detto all’inizio, le grandi idee nascono da grandi uomini, servono poi altri uomini motivati, convinti ed entusiasti di quella idea, di quel prodotto, perché questa cresca di valore e notorietà nel tempo.

Allo stand Ippolito cattaneo, durante un Sicof.

Il sig. Colico amava la fotografia e, ma soprattutto, amava incondizionatamente Leitz, Leica, e a denti stretti diceva che altri prodotti che si trovavano sul mercato erano solo “fregnacce”. In un periodo in cui la Fiat Seicento era un sogno per pochi, come possedere una Leica, di fatto, essere consapevole di far parte di un’azienda come Leitz, quando la tecnologia tedesca in ogni comparto era considerata assoluta – e lo è tuttora – finiva per trasformare un lavoro difficile, faticoso e per la maggior parte del tempo da svolgere lontano dalla famiglia come un onore, un privilegio.

Patrizia Colico dal padre non ha “ereditato” la passione per la fotografia ma i suoi valori etici. A cominciare dall’ambizione di fare bene ma non per acquisire il bene, ma come stile di vita, come etica. E poi la capacità di percepire la profondità delle persone, la loro natura.  Il sig. Colico si rendeva conto della qualità del prodotto Leica al punto che era sicuro che non sarebbe mai riuscito ad arrivare dove poi è arrivato con un altro prodotto, una dichiarazione di modestia e di umiltà sempre più rara a vedersi.

 

Un altro scatto realizzato a un precedente Sicof.

Patrizia ricorda suo padre che entra in casa il venerdì sera con valigia e cartella, sbuffando come una locomotiva – per scaricare la pressione del vapore accumulato durante la settimana –  per poi acquietarsi, felice di essere finalmente a casa e con la propria famiglia.

In attesa di un fine settimana da trascorrere appunto all’insegna della famiglia, della tranquillità, magari di una gita fuori porta, e della fotografia: non c’era fine settimana in cui non si spostasse con la famiglia senza la sua fida Leica al collo.

Anche se il sig. Colico era forse più affascinato dalla incredibile bravura dei tedeschi nell’aver realizzato appunto un prodotto come Leica che nel prodotto stesso: il sig. Colico ha sempre guardato innanzitutto alle persone, più che alle “cose”.

 

 

Workshop notturno, lungo le strade di Wetzlar

Ancora durante un workshop serale

 

Capitolo 3

Le persone, più delle “cose”

L’idillio finisce negli anni 80, quando Ippolito Cattaneo non rappresenterà più Leitz in Italia. Ugo Colico continua ancora a lavorare occupandosi di altri marchi, sempre per la Ippolito.

Anche durante i pranzi di lavoro Ugo Colico… lavora!

Certo, le cose erano cambiate, ma Ugo Colico ha continuato comunque a occuparsi di brand fotografici, avendo già ampiamente digerito l’amaro boccone della perdita di Leica, con il sorriso disincantato di chi sa che le cose importanti della vita possono essere altre. Ma anche quando si ritirerà, continuerà a modo suo a lavorare: quasi ogni giorno prendeva la canna da pesca, usciva di casa sul presto come se fosse dovuto andare in ufficio, e rientrava poi dopo una giornata di “lavoro” passata a pescare.

 

 

 

Sempre a Wetzlar: un altro pranzo di lavoro, molto lavoro e poco pranzo!

Ugo Colico sembra proprio destinato a non poter stare con la sua amata famiglia neanche durante gli anni della pensione: lascerà infatti la famiglia prematuramente, nel 1998, e sua moglie dirà che il ritiro prematuro dagli affari dovuto alla perdita della rappresentanza Leica, e il tempo che ha poi trascorso in famiglia compenserà da un lato i tanti anni passati lontano da casa per lavoro, e dall’altro la sua prematura scomparsa.

 

 

 

Alla fine di un pranzo a Wetzlar dopo aver consumato un caffè alla tedesca a giudicare dalla grandezza delle tazze. Leica è sicuramente made in Germany, ma il caffè, l’espresso, è sicuramente made in Italy!

Alcuni provini a contatto, scattati a Wetzlar da Colico in differenti situazioni, di giorno e di sera; pellicole Kodak Plus X e Agfa L IR 812: bellissima l’immagine 37 A, che ritrae una bambina che corre davanti al fotografo e al momento giusto si gira di scatto verso l’obiettivo.

Ho conosciuto personalmente Patrizia Grazia Colico e sua madre, che vive ancora nella casa che affaccia sul golfo di Genova, con la fermata della funicolare proprio a fianco dell’ingresso di casa.

Da lì il mare sembra allo stesso tempo a un passo e immensamente lontano. Una meravigliosa torta di Panarello, appena sfornata nel forno in via Carso, a pochi passi da qui, fa da garante per un pomeriggio … dolcissimo.

La casa è rimasta uguale, per l’occasione in salotto Patrizia ha disposto alcune delle Leica del padre, a cominciare da una M3 che di storia ne deve aver fatta davvero tanta. Sul tavolo decine, no, centinaia di stampe fotografiche, di provini a contatto, al 90% tutte fotografie in bianco e nero, foto scattate in famiglia, foto scattate a Wetzlar durante gli incontri con la casa madre, foto scattate a Colonia durante la Photokina, o in Fiera Campionaria a Milano presso lo stand Cattaneo, e successivamente presso lo stand Cattaneo al Sicof.

Ci sono ancora i blocchi con le proposte d’ordine: numerati e datati, dagli ordini ci si può fare un’idea di quanto piene e redditizie fossero le giornate di lavoro di Ugo Colico, per la quantità di punti vendita che incontrava ogni giorno e per i sostanziosi ordini che portava poi a casa.

E poi la sua rubrica – quando le rubriche erano rigorosamente di carta e scritte a mano-  dove in ordine alfabetico compaiono i nomi di TUTTI i più importanti punti vendita di fotografia della Lombardia degli anni settanta.

Uno dei pochi punti vendita che non compaiono è proprio quello di New Old Camera, di Ryuichi Watanabe, che di contro è stato il promotore di questa chiacchierata.

 

Nell’ultimo fotogramma un volto appare all’improvviso in cima a una scalinata, rischiarato dal lampo di un fiammifero strofinato. Chi era quella donna, ma soprattutto, chi è l’uomo misterioso?

Ma come è nata questa chiacchierata? Patrizia Colico legge su un quotidiano che a Milano è stato aperto un punto vendita Leica, si tratta proprio della apertura di New Old Camera. Così Patrizia, senza neppure telefonare prende un treno, viene a Milano e entra da New Old Camera, convinta che se è stato aperto un punto vendita Leica, chi ci lavora non possa non aver conosciuto suo padre. Naturalmente Watanabe non ha conosciuto il sig. Colico: quando il sig. Colico si occupava di Leica a Milano Watanabe viveva ancora in Giappone.

Ma Watanabe capisce immediatamente, e così mi mette in contatto con Patrizia, perché io – che a mio volta non ho conosciuto il sig. Colico – scriva qualcosa sulla sua storia, che ha a che fare con Leica, sì, ma soprattutto ha a che fare con Patrizia che non solo non ha mai dimenticato suo padre, ma – lo state leggendo anche voi, no? – tiene viva la memoria del padre, ne conserva i ricordi, sia quelli tangibili che quelli intangibili. Patrizia si è felicemente sposata di recente, e la ricerca di qualche persona che avesse conosciuto suo padre per lei è stata ed è tuttora molto importante, un gesto, un bisogno di riunirsi di nuovo, anche se idealmente, in occasione di un passo importante come il matrimonio.

Il Giappone: il Sig. Colico prima di ritirarsi aveva preparato il passaporto perché sembrava si stesse organizzando appunto un viaggio di lavoro in Oriente, il viaggio poi per lui sfumò, ma non sembra proprio una coincidenza il fatto che è stato proprio Watanabe a far viaggiare di nuovo il sig. Colico, anche se solo in modo simbolico, nella nostra memoria.

Ugo Colico impugna un modello di Leica R, la scritta sul pentaprisma era stata mascherata con del nastro adesivo.

La passione per la fotografia, che è il motivo per cui io sto scrivendo queste righe e voi le state leggendo non è una passione qualsiasi: con la fotografia noi sappiamo che possiamo fermare il tempo e alla fine, in una parola, rendere qualsiasi cosa eterna. Ma non basta. Le fotografie vanno anche innanzitutto stampate, e poi custodite e alla fine tramandate.

Ancora oggi la stampa è il miglior sistema di backup di un’immagine, indipendentemente dallo strumento con cui è stata realizzata. Ci vogliono quindi anche le persone che le custodiscano le foto, insieme ai ricordi che non sono stati fotografati perché non tutti si può o si riesce a fotografare.

Se di noi vogliamo lasciare un ricordo, un buon ricordo, se possibile, dobbiamo innanzitutto saperci fare apprezzare, fare bene, come diceva il sig. Colico, e senza secondi fini. Dobbiamo trovare anche qualcuno che ogni tanto ci fotografi, meglio se con una Leica e che poi ci regali le immagini stampate.

Poi un bel giorno, dopo dieci o vent’anni, qualcuno prenderà un treno scenderà in una grande città, entrerà in un negozio e chiederà: “Scusi, lei per caso ha conosciuto mio padre?”

 

Capitolo 4

Nota alle immagini.

L’occasione che ha portato a queste righe è il ricordo e in ricordo di Ugo Colico. I ricordi sono rimasti intonsi e vivi nella mente e nel cuore di Patrizia Colico e di sua madre, e noi, voi, leggendo queste righe, un’idea ve la siete fatta.

Ancora a Wetzlar

Ma com’era il sig. Colico? Alto, basso, magro, sempre sorridente, severo? Questo solo le immagini lo possono svelare.

E di immagini in casa Colico ne sono naturalmente girate moltissime, tanto per la passione che per il lavoro del sig. Colico.

Immagini che sono naturalmente state stampate, la maggior parte in formati ancora più ridotti del formato cartolina, alcuni negativi sono stati semplicemente provinati.

Dei negativi, come spesso accade, nessuna traccia – mentre sono rimaste invece le diapositive -.

 

 

Una mattinata fredda e piovosa a Wetzlar. Un venditore ambulante, ma di che cosa, del suo banchetto si vede solo la bilancia, a giudicare dai pesi vende a etti, a chili, ma che cosa?

Un’immagine, per sopravvivere a sé stessa, per sopravviverci, deve essere stampata. Prima del digitale la stampa era gioco forza, il negativo una volta sviluppato rivela le immagini così non più latenti, ma sempre in negativo, di difficile interpretazione ai più e, visto che qui stiamo parlando di formato Leica, difficile comunque da interpretare a occhio nudo: un negativo in formato Leica è certo più vicino a un microfilm che, per fare un esempio, a una lastra radiografica che è sempre in scala 1:1

Una splendida immagine, degna di uno street photographer: Ugo Colico si è abbassato fino a portarsi con l’obiettivo all’altezza degli occhi dei soggetti, le due bambine stanno portando a spasso una bambola, tenendola ciascuna per una mano; di una terza bambina, nascosta dalla seconda, si vengono le scarpe, le calze e una parte del vestito, tutto identico alla bambina in primo piano, forse due gemelle. Non lo sapremo mai. La bambina al centro con le scarpe bianche stringe nella mano sinistra non la mano della “gemella” ma sembrerebbe la mano di una seconda bambola, quindi della seconda gemella, anche la seconda bambola probabilmente identica alla prima. Quante cose si posso intuire, anche immaginare, oltre che osservare direttamente, in una fotografia.

Negli anni cinquanta, comunque, a ridosso del dopoguerra e prima del boom economico, era cosa rara fotografare e essere fotografati, e di norma le stampe, in bianco e nero, arrivavamo appunto al massimo al formato cartolina, se non addirittura al mezzo formato cartolina. Nonostante il formato più ridotto del display di uno smartphone – per non parlare delle generosissime dimensioni del monitor di un tablet o di un notebook – la quantità di dettagli risolti in una stampa di dimensioni così ridotte stupisce: vedremo tra poco come è stato possibile recuperare addirittura la matricola di una leica M3 impugnata da una persona ritratta e stabilire così che la data di scatto non poteva essere anteriore a un certo anno e un certo mese. E questi sono stati alcuni dei motivi per cui di fotografie del sig. Colico e scattate dal sig. Colico stesso, ne sono sopravvissute a decine.

Una stampa in formato cartolina o in mezzo formato finisce di norma in un album, gelosamente custodito, o meglio ancora in una busta, infilata nel cassetto di una scrivania: situazione perfetta: al riparo dalla luce e da continui maneggiamenti. Una stampa in formati così piccoli difficilmente viene messa sotto vetro e appesa. In attesa magari di finire in una soffitta, difficilmente si spiegazza, o si piega a metà se il cassetto viene chiuso bruscamente.

Oggi si stampa poco o nulla. Ci sono gli storage. C’è il cloud: soluzioni che ritengo personalmente ottime, ma tra dieci, cinquant’anni? E quando si stampa, piovono formati A4 e A3 come se niente fosse. Belli da osservare, difficili da custodire. Quindi, quando si parla di ricordi, quindi di ritratti di persone, amici, familiari, la “stampina 10×15 rimane comunque una strada molto rodata perché questi ricordi sopravvivano. Le stampine, poi, buttatele in un cassetto. Oggi, tra dieci anni, tra cinquanta, qualcuno aprirà quel cassetto.

Patrizia Colico nel salotto della casa genovese del padre, vicino ad alcuni prodotti Leica che furono del padre.

 

Gerardo Bonomo

http://www.gerardobonomo.it

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