Vagabondaggio. Sulla fotografia di strada

All’inizio, attorno ai 20 anni, con un lavoro “regolare” e mentre mi iniziavo ad interessare al mondo della fotografia interagivo di rado con altri fotografi.

La mia vita era incentrata su altri mondi, internet era agli esordi ed anche se ogni tanto provavo a frequentare dei circoli fotografici o alcuni gruppi, restava una cosa prevalentemente solitaria. Era sempre dura far combaciare i miei orari con quelli di altre realtà, quindi finivo sempre per fare lunghe camminate solitarie che spesso si svolgevano nella mia città, Milano.

Conversazioni via email o incontri con alcuni fotografi con cui mi scrivevo nei primi siti che iniziavano a comparire in rete erano una sorta di eccezione a questo atto solitario.

Vivevo fuori città e di solito parcheggiavo l’auto ai limiti della città ed iniziavo a camminare per strade diverse, e a perdermi fino a che non arrivavo di solito nell’area dei Navigli, o in stazione centrale ma il posto finale aveva poca o nessuna importanza.

Perdermi ne aveva, essere da solo, guardare attraverso il mirino e provare a capire qualcosa di più su di me e su ciò che mi circondava.

 

 

Sono passati in questo modo 15 anni circa in cui sono accadute un mucchio di cose, sono stato via da qui e poi sono tornato e quando ho incontrato Max e la nostra amicizia si è sviluppata, abbiamo iniziato spesso a girare assieme e per molti anni abbiamo continuato spesso assieme questo viaggio nel quotidiano macinare della città.

Una città che è molto cambiata negli anni, sempre più coperta di cemento. Sono apparsi grattacieli, la folla si è allargata, i quartieri si sono trasformati e la vita stessa ha continuato a procedere mentre anche noi cambiavamo.

 

 

Coprire tutti quei marciapiedi facendo fotografie, fare perno su diverse zone e coprire aree così diverse della città, spesso anche totalmente al di fuori delle solite zone turistiche, a volte tornando con poche o nessuna foto, altre volte pieni di istantanee.

Nessun progetto, nessun tema, niente social media nella testa, nessun pubblico e nessun tipo di pensiero di auto-promozione. La condivisione avveniva tempo dopo, in ambienti del tutto diversi e soprattutto ritmi diverse, senza aspettative.

Solamente un diario libero e privato di istantanee prese per le strade della vita stessa.

 

 

Sono grato per i giorni che abbiamo potuto condividere e lo sarò per quelli che verranno. Durante la pandemia è una delle cose di cui sento di più la mancanza ma ho finalmente avuto il tempo di osservare, selezionare, stampare e catalogare svariate migliaia di istantanee. Il progetto è tuttora in corso, non c’è una selezione definitiva poiché questo modo di fotografare contiene diversi progetti possibili e probabilmente non c’è alcun bisogno di volergli mettere un limite o rinchiuderlo in un “genere” fotografico.

Lo scopo è appunto perdersi e rimanere in costante movimento, come una cometa.

Nella fotografia di strada sono sfuggito al “semplice” atto di fotografare sconosciuti con cui non ho avuto nessuna interazione e cerco prevalentemente una sorta di rappresentazione di quelli che sono i sentimenti della vita, l’isolamento, amore, speranze, fascino, dubbi e paure che vivo nel quotidiano mentre gli anni scorrono in avanti.

Le strade diventano uno specchio per espressione e la comprensione, la macchina diventa un collegamento e non più solo qualcosa dietro cui nascondermi.

La fotografia, o il bello di essa, è avere una sorta di presa di coscienza a riguardo delle cose, di come le vedo e soprattutto di come le sento. A quel punto i progetti nascono da soli, non c’è alcun bisogno di cercare e di sforzarsi.

Si può essere o meno in strada, spesso è solo più probabile che sia così, le categorie si fondono e diventa un tutt’uno, esattamente com’era all’inizio.

(continua…)

 

 

Gabriele Lopez

 

 

 

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