Ciao a tutti, finalmente ritrovo qualche momento di pura quiete per tornare a fare ciò che amo: diffondere titoli di libri di fotografia, nella speranza che, come accade a me, possano essere fonte d’ispirazione ed in un momento in cui il bombardamento di immagini dal web spinge un po’ sempre nelle stesse direzioni…

Questo titolo, in particolare, l’avevo visto da Micamera molto tempo fa ma come troppo spesso accade era rimasto sullo scaffale fino a diventare introvabile nel momento in cui ovviamente avevo deciso che era qualcosa su cui volevo studiare ed approfondire.

 

 

Un fortunato incontro con un fotografo che ne vendeva un doppione mi ha permesso di recuperarne una copia che ho tentato di assimilare osservandolo a fondo.

L’ho portato in visione prima del viaggio a Tokyo del 2025, provando a proporre una visione alternativa di una città come Tokyo, che nen si presta ai cliché che sono sotto gli occhi di tanti, e di cui ne abbiamo pieni i Social…

 

 

Il lavoro di Renato, ancora una volta, ci da dei suggerimenti sotto forma di frammenti realizzati con il non comune uso di lunghe focali (ma la street non si faceva coi grandangoli?) per molte delle visioni in cui si fa a tratti fatica a capire dove ci si trova.

 

 

Simboli e significati ci guidano attraverso la visione, come frammenti di sogno che ricordiamo bene appena scegli, ma che sfumano dopo 10 minuti. Queste foto sono una collezione di quei momenti incompleti, ma ricchi di significato.

Chiunque si trovi in una città tentacolare come Tokyo non potrà non essere colpito da alcune caratteristiche, che siano la giungla di cemento, gli abiti ordinari della classe lavoratrice, o i corvi onnipresenti tanto cari a Masahisa Fukase…ma ciò che colpisce in questo corpo di lavoro è come tutto ciò sia solo sussurrato, suggerito e sia lasciato all’ossevatore decifrare e interpretare la scena.

 

 

La cosa interessante del corpo di lavoro di Renato D’agostin, oltre alla magistrale opera di sviluppo e stampa in camera oscura è appunto come i cliché vengono reinterpretati e suggeriti invece che cavalcati e riproposti. Ecco allora che città come Tokyo, New York, Venezia, ecc…possono essere riviste sotto uno sguardo nuovo, più sognante e personale.

 

 

Queste visioni ci suggeriscono come un luogo possa essere raccontato non solo ripetendo degli schemi e delle cose viste e riviste, ma fotografando come se il luogo non avesse una reale importanza, al punto di far fatica persino a capire dove le immagini stesse siano state scattate, rendendo l’esperienza stessa protagonista invece che secondaria e piegata alle foto che “devono assolutamente essere scattate”.

 

 

Quello che emerge dai corpi di lavoro di Renato D’Agostin è di come, alla fine, ci sia molta più Tokyo, Venezia, USA e via dicendo rispetto a moltissimi altri lavori fotografici già visti e rivisti, proprio perché la visione personale apre le possibilità a chi osserva di completare il tutto secondo la propria esperienza ed immaginazione, utilizzando un alfabeto più universale.

 

 

Non è l’unico autore a proporre questo tipo di visione simbolica che, alla fine, ci suggerisce che ci siano possibili interpretazion in ogni angolo, liberi dalle ripetizioni imposte da ciò che è scontato e comune. Mi riprometto di provare a raccontare presto un altro annuncio, che fa da guida nelle mie idee rispetto al prossimo viaggio a Tokyo…

Il libro, per chi volesse, è disponibile in visione presso Red Room, a Milano…

 

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