Chi mi conosce anche solo un minimo sa che c’è un aspetto di me che continua a ripresentarsi. Ad un certo punto mi ritrovo con davanti una immensa mole di materiale, quasi sempre sotto forma stampata.

Stampe di diverse dimensioni. Prove, stampe definitive, duplicati… Di solito è il momento in cui mi sento sovrastato, letteralmente ed emotivamente.

Con un po’ di fortuna, ad un certo punto da tutto questo emerge qualcosa. Avviene un avvenimento nella vita, di solito, ed il progetto mi trova.

Questo può succedere solo se avviene una cosa a cui ci stiamo disabituando: L’attesa.

 

 

Esempio 1

Raramente accade che io decida di lavorare su qualcosa di specifico. Perfino Subway Zen che senza dubbio è il mio progetto più lungo (15 anni) è stato tutt’altro che pensato e programmato, è semplicemente successo.

Facevo una foto dopo l’altra senza pensare a libro, mostre, pubblicazioni. Non condividevo nemmeno, ogni tanto qualcuno vedeva qualche scatto, soprattutto in forma privata. Tutto qui.

 

 

Ad un certo punto abbandonai questa serie (che in realtà non era mai iniziata in modo consapevole) e mi dedicai ad altro, tornai a fotografare con la luce del giorno, fino a che dal 2016 al 2020 circa tornai a scattare in quei labirinti, e qualcosa cambiò.

Qualcuno iniziò a chiedermi di condensare quelle foto in una sorta di progetto, arrivò un libro ed una mostra, qualche premio a cui non do comunque nessuna importanza, per me rimane soltanto il mio viaggio ed il mio treno.

Ad ogni modo ci fu una pausa, anzi più di una. Dagli scatti agli sviluppi passavano mesi, poi innumerevoli provini a contatto, poi anni di stop. Iniziai a scattare nel 2015, pubblicai il libro nel 2020. Credo che il fatto di non aver avuto in mente un risultato finale sia stata la vera forza di quel progetto, che non aveva fretta di essere niente. Semplicemente fotografavo, conquistato dal cercare e dal sentire.

 

 

Esempio 2

Vicende di famiglia con cui non sto ad annoiarvi mi hanno letteralmente tolto il tempo di fotografare negli ultimi mesi. I rulli (medio-formato peraltro) restavano in macchina mesi, ed ancora oggi ne ho tipo 6 in frigorifero nella mia camera oscura a Milano che attendono che io trovi il tempo. Ma il tempo manca, anche perché ci si è messo di mezzo un sacco di lavoro.

Un giorno ho avuto necessità di inviare una foto ad un’agenzia ma la scansione era davvero in bassa risoluzione e quindi ho deciso di ri-scansionarla ma… non trovavo il negativo. Di solito io archivio il contatto assieme al negativo, ma non importa quanto cercassi, non riuscivo a trovarlo… continuavo a sfogliare, in mezzo a mille impegni e così ho preso la decisione di fare un lavoro che aspettava da anni: ho messo tutti i contatti in dei raccoglitori, numerati in accordo con i negativi, che sono ora altrove, separati.

 

 

Parlo di circa 800 negativi, più tutte le diapositive… un lavoro immenso e nel farlo ho per prima cosa rivisto la mia vita passarmi letteralmente davanti, ed ho ritrovato quel negativo, che credevo recente (post covid) ed invece risaliva al 2016…

La vita ci sfugge, gli anni scorrono senza nemmeno accorgercene e nel mentre continuiamo a fare una marea di cose, anche di fotografie… e va tutto bene, finché poi (parlo soprattutto a me stesso) il caos non prende il sopravvento.

 

 

Alla fine credo essermi fermato, non aver fotografato molto negli ultimi mesi sia stato un vero regalo, che mi ha ridato controllo, visione, consapevolezza, calma.

Uscivo senza macchina fotografica, non accadeva da quando ero ragazzo, è stato perfino interessante.

Ad un certo punto ho iniziato a pensare “ecco questa sarebbe un’ottima fotografia” e così ho lentamente ripreso. Dopo l’Estate inizierò a sviluppare, sempre fermandomi ai provini a contatto per qualche mese.

 

 

Esempio 3 (ultimo)

Recentemente il mio assistente ed amico storico non poteva seguirmi in uno dei servizi fotografici che scatto. Di recente a me capitano solo servizi fotografici particolari, mai niente di “classico” stile “consegnami un sacco di files”. Sempre pellicola, clienti particolari, di ultra-nicchia. Scatto e riguardo poco materiale, invio scatole con le stampe. Se c’è del digitale spesso lo delego ad un assistente. Questo servizio però era differente, era uno di quelli in cui si sarebbe lavorato in digitale.

Io non scatto molto, ammetto. Cerco di trovare il senso e l’inquadratura, se non mi viene la foto non la consegno, ce ne saranno molte altre in ogni caso. Non provo a catturare tutto insomma… non è meglio, sono semplicemente fatto così.

Beh, a fine lavoro avevo circa 700 scatti ma l’assistente con cui ho lavorato ne aveva oltre 6000. (seimila)… non ci potevo credere. Se pensiamo che tutto “The Americans” di Frank era composto da 27mila scatti, abbiamo un termine di paragone…

Mi sembrava un sogno, di ogni cosa c’erano 30 foto, non riuscivo a scegliere.

Naturalmente c’erano delle buone fotografie in mezzo che “capitavano” ma ormai ero perso, sovrastato. Poca “pausa” appunto, poco pensiero.

Il punto è che oggi continuiamo a fare, a condividere all’istante, a cliccare, pubblicare… ma se pensiamo a quanti buoni corpi di lavoro un autore può produrre al termine di una carriera, quanti sono? due, tre? non certo 50…

Se vi sentite persi o sovrastati provate a fare una cosa: fermatevi, non fate nulla… non cercate la foto perfetta, anzi non fatela proprio. Riguardate piuttosto quello che avete già fatto.

Di solito, a quel punto, avviene qualcosa di decisamente interessante, attendere aiuta… e niente di importante arriva in fretta.

 

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