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Ogni tanto penso non ci sia nessuno che cucini a casa, qui a Singapore. La moltitudine di ristoranti, coffe-shops, stalli e quant’altro possa avere una licenza per servire cibo, è impressionante, ovunque, sia all’interno delle mall, delle food court, ma anche ad ogni angolo di strada. Tra un coffe-shop e un altro, ce n’è un terzo, seguito e preceduto da un ristorante, e affiancato da un paio di stalli di strada, e tutti offrono una vastità di cibi che solo la matematica dei sistemi complessi può avvicinarsi a numerare.

Yong He Eating House fa parte di questo insieme infinito. All’angolo tra Geylang Road e il Lor 24A, ricalca il layout semplice di quasi tutti i posti di questo quartiere: arredo minimalista (tavoli e sedie di plastica), cucina ovviamente a vista, e menu’ appesi alle pareti, bilingue, in Chinese e con una fotografia che garantisce la traduzione in ogni altro idioma planetario. Il prezzo è chiaramente indicato, e raramente i piatti superano i $4 (poco più di due euro e mezzo)

Il pavimento è asciutto, i tavoli puliti e senza quella patina oleosa che ogni tanto trovi da queste parti: indicatori di un posto ben mantenuto. Aperto 24 ore su 24, con una gestione “familiare” nel senso Chinese del termine, dove la famiglia è un concetto dinamico che si applica ad una serie complessa di relazioni, tutte legate dallo stesso ceppo di DNA, o da una certa prossimità spazio temporale di villaggio.

Non fa storia a se, e malgrado sia recensito su TripAdvisor non lo posso considerare un must nelle visite a Singapore, ma se ci si inciampa e la Signora Tedesca a Telemetro ha voglia di fermarsi per un boccone, vale la pena un filo più di altri posti nelle vicinanze, spesso tempestate di karaoke bar a vetri oscurati.

Ho preso una frittata di scalogno, che mi ha lasciato un alito classificato come WMD (“arma di distruzione di massa”), dei noodles con cavoli e maiale. Lasciato a se stesso il bicchiere ghiacciato di latte di soya, sono andato su una tazza di tea.

Ho trascinato le infradito Kodachrome fino alla fermata del bus, chiedendomi come si possa vivere camminando con ste cose in plastica. Non sono un talebano radicale della calzatura, ma devo dire che preferisco i piedi nudi (o protetti con le mitiche 5-fingers della Vibram), running shoes o scarpe in cuoio (di una storica marca Americana): mal mi adatto a ste cose che sono animate da vita propria sotto le piante dei piedi e ti sgusciano in giro ad ogni passo.

Prendo il 51 in direzione dell’ostello dove dormo, e la Signora Tedesca a Telemetro mi siede accanto, mostrandomi cosa ha visto mentre io mi abbuffavo. Come al solito riesce a raccontare delle storie, col suo incredibile occhio.

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