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XiangQui

Una scacchiera, datata intorno al 3000 avanti cristo, è stata trovata tra le rovine della città-stato di Ur, in Mesopotamia (nei pressi dell’attuale Tell el-Muqayyar nel sud dell’Iraq), che a quell’epoca sorgeva nel delta creato dai fiumi Tigre ed Eufrate, culla primordiale della civiltà Sumera con la sua torre sacra Ziggurat, visibile da lontano: Ur sorge sulle basi di un insediamento antecedente (tra il 6500 e il 3800 avanti cristo) e mantiene traccia  di quello che l’Epopea di Gilgamesh prima e poi il Libro della Genesi dopo, raccontano sia stato il Diluvio Universale.

La Regina Hatshepsut, Quinto Faraone della Diciottesima Dinastia dell’Antico Egitto, che ha regnato dal 1508 al 1458 aC, Faraone tra i più grandi e sicuramente “the first great woman in history of whom we were informed” secondo l’egittologo James Breasted, aveva una scacchiera nella sua tomba, oggi conservata al British Museum. Il nome arabo era Quirkat, o Al-Quirq e le palline bianche e nere venivano posizionate su una matrice di 5×5 caselle. Platone ne menzione del gioco nei suoi Dialoghi, definendolo col nome di”petteia”, e se ne trova anche traccia nel poema di Omero.

Oggi Chinatown, a Singapore: davanti al al Buddha Tooth Relic Temple. Una domenica mattina, con gli stalli che alimentano il collezionismo trash dei turisti, ancora chiusi. Poca gente in giro.

Ritroviamo ancora una scacchiera, 9×10 (dove però si gioca sulle intersezioni, e non sulle caselle), con due diversi schieramenti (il rosso e il nero), separati da un fiume, con un “castello” di diagonali da ciascuna delle parti. Due eserciti di 16 componenti, con generali, guardie, elefanti e cavalli, alfieri e catapulte, torri e soldati: e qui le assonanze con il gioco degli scacchi sono chiare.

Siamo davanti a una partita di XiangQui, l’appassionante gioco di strategia che da quasi 2,500 anni viene praticato in Asia: pare anche accertato che le sigarette siano un’altra delle componenti essenziali, visto che le due generazioni di giocatori che vedo qui intorno, se ne fumano a raffica, lasciando che le lunghe code di cenere cadano sia addosso che sul tavolo da gioco.

Lui è il campione di Singapore”, mi dicono un paio di spettatori, indicandomi un canuto che sta sparando dei “jang” (scacco) a raffica verso un avversario ormai rassegnato verso il “matto”: la vittoria della partita ha regole simili al gioco dei Re, delle Regine e di tutti i nostri pezzi negli scacchi. Penso che il paio di falangi, che gli mancano sulla mano destra, siano dovute alla violenza con la quale muove le pedine sulla mappa da gioco.

Qualche parola su Chinatown. La prima traccia di un insediamento della comunità Chinese nell’odierna Singapore è del 1330, facendone uno dei più antichi, ma è solo nel 1822 quando Sir Stamford Raffles scrisse al Captain C.E. Davis, President of the Town Committee, chiedendogli di “suggesting and carrying into effect such arrangements on this head, as may on the whole be most conducive to the comfort and security of the different classes of inhabitants and the general interests and welfare of the place…“: pianificazione urbana e sociale che diede origine alla collocazione attuale di Chinatown.

Oggi conserva poco del suo fascino, fagocitata commercialmente, ma e’ sempre un gran bel posto dove camminare mano nella mano con una Signora Tedesca a Telemetro.

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