Udon

Talvolta mi sembra di viaggiare in una dimensione parallela, dove le nozioni di spazio e tempo si perdono, e la luce, invece di offrire, con la sua velocità, una costante di riferimento, si piega come un eccellente Barbaresco nel bicchiere, e ruotando sprigiona il suo profumo.

Si, perché la luce ha un suo odore. E quando poi la fai passare attraverso un vetro Summilux, diventa un qualcosa di personale ed emozionale, un qualcosa che va raccontato.

Ieri notte ho dormito a diecimila metri d’altezza, rimpallando dalla penisola Arabica, attraversando il Continente Indiano, sopra un Golfo del Bengala che ha fatto di tutto per far vomitare buona parte dei miei compagni di viaggio, per poi scendere nel corridoio del Mare delle Andamane, fino a posare i piedi nell’efficienza della Città Stato di Singapore.

Poi è stato il solito rito: doccia, lavoro, mezz’ora di nuoto, lavoro ancora per un’altra ora. Son quasi le 9 di sera, ho voglia di mangiare qualcosa: mi incammino dalle parti di Arab Street, ed evito la tentazione di una nabucodonosor di Tiger Beer.

L’udon sono dei noodle grossi e spessi, una sorta di tagliatelle cicciottelle, con un brodo che mi pare si chiami Kake-Jiru, ma l’ultima volta che ero in Giappone, a fine Aprile, non ho fatto esercizi di pronuncia. Ne prendo una ciotola, e mi aggiungono dei cipollotti, dei funghi, qualche pezzo di tofu e un po’ di carne di manzo sfilacciata.

Un gran buon profumo, come quello della luce che sento attorno. Il sapore è quello di cui avevo bisogno: è calmo. Si perchè come la luce ha un odore, il sapore ha degli stati emozionali.

Ci aggiungo un bicchiere di macha green tea, che sembra un frullato di prato all’inglese, e anche il sapore non se ne discosta molto.

Il posto è piccolo, tranquillo: sembra una trasposizione orientale, aggiornata, del quadro Night Hawks di Hopper.

Ho in mano la Signora Tedesca a Telemetro, e lascio sia lei a raccontare il resto.

 

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