I managed to dodge the typhoon that caused considerable damage in Japan (the news says that almost two million people were advised to leave their homes because of the risk of flooding and landslides) and last night I landed in Seoul, Korea, where I think I was last about ten years ago.

I’ve come back to a hyper-technological Korea, although one that isn’t always particularly easy for a foreigner.

 

 

Google Maps is only partially useful for navigation, so you quickly have to enter the local ecosystem, mainly Naver Map and KakaoMap. Some foreign credit cards can also be rejected by payment terminals, vending machines, or online services, an interesting contrast in a country generally perceived as extremely digital. A couple of ATMs insisted on speaking to me only in Korean, and when I finally found a machine willing to exchange some of my Singapore dollars, it asked me to scan my passport. Which, of course, was back at the hotel. So I had to go all the way back to get it.

Not exactly one of my happiest moments.

 

 

But if technology is the initial barrier, people are often the solution. When an app doesn’t work, almost invariably one of the apps I use most, a machine refuses my card, or I have no idea which subway exit I’m supposed to take, I can usually grab some poor soul passing by and ask for help or directions. Coming straight from a few communication struggles around Osaka, English here has been a pleasant surprise. Quite a few people speak at least a bit of Shakespeare’s language, and serve it back to you with a generous flavour of garlic and kimchi.

This morning I walked about fifteen kilometres, observing the Korean paradox: skyscrapers, smartphones, digital payments, gigantic subway systems, and a society seemingly projected into the future, and then, just around the corner, labyrinthine markets, tiny shops run by elderly people, small restaurants, and rhythms of life belonging to another generation.

 

 

Perhaps that is what I came back to photograph: not one Korea replacing another, but both of them occupying the same frame. The polished and the improvised, the futuristic and the stubbornly human, the systems that know exactly where you are and the people who still have to point you in the right direction.

I’ve also upgraded my camera bag, the historic one finally developed a few holes, and brought a new one, both the M11 Monochrom and the Q3 43 with me. They seem well suited to the job: one for stripping the city down to light, shadow, and structure; the other for keeping hold of its colour, texture, and small absurdities.

So these are not just a few random images from today. They are the first attempts to make sense of a place that refuses to choose between the future and the past.

Seoul, South Korea, 22.09.2026, Leica M11 Monochrom and Leica Q3 43.

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Traduzione a cura della Redazione di NOC Sensei

Sono riuscito a evitare il tifone che ha causato danni ingenti in Giappone (le notizie riferiscono che a quasi due milioni di persone è stato consigliato di lasciare le proprie case a causa del rischio di inondazioni e frane) e ieri sera sono atterrato a Seul, in Corea; credo di esserci stato l’ultima volta circa dieci anni fa.

Sono tornato in una Corea iper-tecnologica, sebbene non sempre di facile approccio per uno straniero.

Google Maps è solo parzialmente utile per orientarsi, quindi è necessario inserirsi rapidamente nell’ecosistema locale, principalmente Naver Map e KakaoMap. Alcune carte di credito straniere possono venire rifiutate da terminali di pagamento, distributori automatici o servizi online: un contrasto interessante in un paese generalmente percepito come estremamente digitalizzato. Un paio di sportelli bancomat insistevano a parlarmi solo in coreano e, quando finalmente ho trovato una macchina disposta a cambiare i miei dollari di Singapore, mi è stato chiesto di scansionare il passaporto. Che, ovviamente, avevo lasciato in hotel. Così sono dovuto tornare indietro a prenderlo.
Non esattamente uno dei miei momenti migliori.

Ma se la tecnologia rappresenta la barriera iniziale, le persone sono spesso la soluzione. Quando un’app non funziona – quasi sempre una di quelle che uso di più –, quando una macchina rifiuta la mia carta o non ho idea di quale uscita della metropolitana prendere, di solito posso fermare qualche anima pia di passaggio e chiedere aiuto o indicazioni. Venendo da alcune difficoltà di comunicazione incontrate nei dintorni di Osaka, l’inglese qui è stato una piacevole sorpresa. Molte persone parlano almeno un po’ la lingua di Shakespeare, condendola però con una generosa nota di aglio e kimchi.

Stamattina ho camminato per circa quindici chilometri, osservando il paradosso coreano: grattacieli, smartphone, pagamenti digitali, enormi reti metropolitane e una società apparentemente proiettata nel futuro; e poi, proprio dietro l’angolo, mercati labirintici, minuscoli negozi gestiti da anziani, piccoli ristoranti e ritmi di vita appartenenti a un’altra generazione.

Forse è proprio questo che sono tornato a fotografare: non una Corea che ne sostituisce un’altra, ma entrambe che occupano la stessa inquadratura. Il ricercato e l’improvvisato, il futuristico e ciò che è ostinatamente umano, i sistemi che sanno esattamente dove ti trovi e le persone che devono ancora indicarti la direzione giusta.

Ho anche aggiornato la mia borsa fotografica – quella storica aveva finalmente iniziato a mostrare qualche buco – e ne ho portata una nuova, con dentro sia la M11 Monochrom che la Q3 43. Sembrano ideali per il compito: una per ridurre la città all’essenza di luce, ombra e struttura; l’altra per coglierne i colori, le texture e le piccole assurdità.

Non si tratta, quindi, di semplici immagini casuali scattate oggi. Sono i primi tentativi di dare un senso a un luogo che si rifiuta di scegliere tra futuro e passato.

Seul, Corea del Sud, 22.09.2026, Leica M11 Monochrom e Leica Q3 43.

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