At dawn, Sanur’s beach glows with pastel light as the first wooden jukungs, the island’s traditional outrigger boats, glide back to shore. Their painted prows slice the water like tropical birds, bringing home usually not abundance but modest catches—tuna, mackerel, or whatever the sea has spared that morning. For centuries, Bali’s fishing villages thrived on this rhythm of tide and trade. Today, that rhythm is faltering.

Indonesia, the world’s second-largest fish producer after China, owes much of its marine heritage to islands like Bali. Yet on this tourist-thronged paradise, the fishing industry sits uneasily beside five-star resorts, yoga studios, and digital nomads with MacBooks. Coastal communities such as Kedonganan, Serangan, and Kusamba still depend on the sea, but their prospects are clouded by overfishing, rising costs, and a shifting climate that plays havoc with once-predictable patterns of wind and current.

For the small-scale fishermen—roughly 60% of Bali’s coastal workforce—the challenges are existential. Most operate tiny boats powered by second-hand engines, lacking refrigeration or sonar equipment. Trips must be short, and catches are perishable. Their income depends on the vagaries of the morning’s haul and the market’s mood by afternoon. The profits, after fuel and maintenance, are often meagre. Younger generations increasingly drift toward tourism, construction, or ride-hailing jobs, leaving the profession grey-haired and dwindling.

 

Environmental stress adds to the strain. The waters around Bali, once rich in pelagic fish, have been thinned by decades of unregulated trawling and illegal foreign fleets operating just beyond detection. Coral reefs—crucial nurseries for marine life—have suffered from pollution, dynamite fishing, and rising sea temperatures. Plastic waste chokes mangroves and drifts into nets. “We work harder for smaller fish,” says Made, a fisherman in Kusamba, shrugging as he repairs his torn gear. “The sea gives less every year.”

Local authorities and NGOs have launched initiatives to restore balance. Community-managed marine zones, known as perairan adat, are being revived under traditional Balinese law, awig-awig, to restrict destructive methods and protect spawning grounds. Fishermen’s cooperatives are experimenting with seaweed farming and small-scale aquaculture to diversify incomes. Some coastal villages now sell “eco-fishing tours” to visitors seeking an alternative to beach clubs—an attempt to blend tourism’s cash with heritage preservation.

 

But such efforts face structural limits. Indonesia’s maritime policy, ambitious on paper, remains poorly enforced in practice. Subsidies often favour industrial trawlers over artisanal fleets. The global appetite for tuna and reef fish continues to drive demand that small fishermen cannot meet sustainably. And as Bali’s coastline urbanises, traditional fishing settlements are squeezed between luxury developments and eroding beaches.

Yet resilience persists. In Amed, on the island’s north-east coast, fishermen still venture out before dawn, guided by stars and instinct rather than GPS. They mend their nets communally and sell their catch at local markets where the currency of trust remains stronger than digital payments. Their lives are precarious but dignified—anchored in an ancient intimacy with the sea that resists commodification.

 

Bali’s fishermen stand as reminders that paradise is not only a postcard but a place of toil. Their struggle mirrors a global paradox: as economies modernise and coastlines gentrify, those who have lived longest with the ocean find themselves cast adrift. Whether tradition and modernity can share these shores will determine not only the fate of Bali’s fishing villages but also the moral depth of its much-advertised harmony with nature.

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I first encountered Bali’s fishing communities years ago, while photographing dawn along the black-sand beaches near Amed and Kusamba. What struck me then—and still does today—is the quiet dignity of men returning from sea in fragile boats, faces carved by salt and patience. My lens often lingers on these moments: nets being mended, boats painted in bright colors fading under the sun, children learning to read the tides as naturally as others read screens.

Photos taken during one of my trips to Bali in June 2022, with a Leica M10-R using a 21mm Elmarit and 35mm Summilux, and a Leica M7 paired with a 35mm Summilux on Kodak T-Max 400 film. 

 

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TRADUZIONE DI REDAZIONE NOC

All’alba, la spiaggia di Sanur si illumina di una luce pastello mentre i primi jukung in legno, le tradizionali imbarcazioni a bilanciere dell’isola, scivolano verso la riva. Le loro prue dipinte fendono l’acqua come uccelli tropicali, riportando a casa di solito non abbondanza, ma modeste quantità di pescato: tonni, sgombri o qualsiasi cosa il mare abbia risparmiato quella mattina. Per secoli, i villaggi di pescatori di Bali hanno prosperato grazie a questo ritmo di maree e commerci. Oggi, quel ritmo sta vacillando.

L’Indonesia, il secondo produttore mondiale di pesce dopo la Cina, deve gran parte del suo patrimonio marino a isole come Bali. Eppure, in questo paradiso affollato di turisti, l’industria della pesca convive a disagio con resort a cinque stelle, centri yoga e nomadi digitali con MacBook. Comunità costiere come Kedonganan, Serangan e Kusamba dipendono ancora dal mare, ma le loro prospettive sono offuscate dalla pesca eccessiva, dall’aumento dei costi e da un clima mutevole che sconvolge schemi di vento e corrente un tempo prevedibili. Per i pescatori artigianali – circa il 60% della forza lavoro costiera di Bali – le sfide sono esistenziali. La maggior parte di loro gestisce piccole imbarcazioni alimentate da motori di seconda mano, prive di refrigerazione o sonar. Le traversate devono essere brevi e il pescato è deperibile. Il loro reddito dipende dai capricci del pescato mattutino e dall’umore del mercato pomeridiano. I profitti, al netto di carburante e manutenzione, sono spesso scarsi. Le generazioni più giovani si spostano sempre più verso lavori nel turismo, nell’edilizia o nel trasporto con conducente, lasciando la professione grigia e in declino.

Lo stress ambientale si aggiunge alla tensione. Le acque intorno a Bali, un tempo ricche di pesci pelagici, sono state diradate da decenni di pesca a strascico non regolamentata e di flotte straniere illegali che operano in modo quasi invisibile. Le barriere coralline – vivai cruciali per la vita marina – hanno sofferto a causa dell’inquinamento, della pesca con la dinamite e dell’aumento della temperatura del mare. I rifiuti di plastica soffocano le mangrovie e finiscono nelle reti. “Lavoriamo di più per i pesci più piccoli”, dice Made, un pescatore di Kusamba, scrollando le spalle mentre ripara la sua attrezzatura strappata. “Il mare dà meno ogni anno”.

Le autorità locali e le ONG hanno lanciato iniziative per ristabilire l’equilibrio. Le zone marine gestite dalle comunità, note come perairan adat, vengono ripristinate secondo la legge tradizionale balinese, l’awig-awig, per limitare i metodi distruttivi e proteggere le zone di riproduzione. Le cooperative di pescatori stanno sperimentando la coltivazione di alghe e l’acquacoltura su piccola scala per diversificare i redditi. Alcuni villaggi costieri ora vendono “tour di pesca ecologica” ai visitatori in cerca di un’alternativa ai beach club, nel tentativo di coniugare i profitti del turismo con la conservazione del patrimonio.

Ma tali sforzi incontrano limiti strutturali. La politica marittima indonesiana, ambiziosa sulla carta, rimane scarsamente applicata nella pratica. I sussidi spesso favoriscono i pescherecci industriali a discapito delle flotte artigianali. L’appetito globale di tonni e pesci di barriera continua a stimolare una domanda che i piccoli pescatori non riescono a soddisfare in modo sostenibile. E mentre la costa di Bali si urbanizza, i tradizionali insediamenti di pescatori sono schiacciati tra complessi residenziali di lusso e spiagge in erosione.

Eppure la resilienza persiste. Ad Amed, sulla costa nord-orientale dell’isola, i pescatori si avventurano ancora prima dell’alba, guidati dalle stelle e dall’istinto piuttosto che dal GPS. Riparano le reti in comunità e vendono il pescato nei mercati locali, dove la fiducia rimane una valuta più forte dei pagamenti digitali. Le loro vite sono precarie ma dignitose, ancorate a un’antica intimità con il mare che resiste alla mercificazione.

I pescatori di Bali ci ricordano che il paradiso non è solo una cartolina, ma un luogo di fatica. La loro lotta rispecchia un paradosso globale: con la modernizzazione delle economie e la gentrificazione delle coste, coloro che hanno vissuto più a lungo a contatto con l’oceano si ritrovano alla deriva. Se tradizione e modernità riusciranno a condividere queste coste determinerà non solo il destino dei villaggi di pescatori di Bali, ma anche la profondità morale della sua tanto pubblicizzata armonia con la natura. ⸻
Ho incontrato per la prima volta le comunità di pescatori di Bali anni fa, mentre fotografavo l’alba lungo le spiagge di sabbia nera vicino ad Amed e Kusamba. Ciò che mi ha colpito allora – e mi colpisce ancora oggi – è la silenziosa dignità degli uomini che tornano dal mare su fragili imbarcazioni, i volti scolpiti dal sale e dalla pazienza. Il mio obiettivo si sofferma spesso su questi momenti: reti che vengono riparate, barche dipinte con colori vivaci che sbiadiscono al sole, bambini che imparano a leggere le maree con la stessa naturalezza con cui altri leggono gli schermi.

Foto scattate durante uno dei miei viaggi a Bali nel giugno 2022, con una Leica M10-R con un Elmarit da 21 mm e una Summilux da 35 mm, e una Leica M7 con una Summilux da 35 mm su pellicola Kodak T-Max 400.

 

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