In August 2025, China’s official youth unemployment rate—the proportion of 16- to 24-year-olds not in full-time education and actively seeking work—rose to 18.9 per cent, the highest since the metric was recalibrated. For a country accustomed to double-digit growth and famously disciplined labour markets, the persistently high rate among young people is not just a statistical aberration: it is a symptom of deeper economic and social stress.
One must begin with a caveat: the very method of computing “youth unemployment” has changed. After the official rate hit 21.3 per cent in mid-2023, Beijing suspended publication and later resumed under a new methodology that excludes students. That shift lowered the headline figure, but also obscures the full picture: many freshly minted graduates remain in limbo, underemployed or discouraged. Some unofficial estimates, citing hidden underemployment and partial disengagement, place effective rates far higher.
Nevertheless, even by conservative measures, youth unemployment in China is persistently more than triple the national urban unemployment rate (hovering around 5 per cent). And unlike older cohorts—whose job categories are somewhat shielded by state ownership, social ties, or entrenched businesses—young jobseekers are exposed to volatile industries, fierce credential competition and structural bottlenecks.
China’s economic growth has slowed, weighed down by a languishing property sector, weak consumption and global headwinds. In response, many firms have postponed hiring, especially in discretionary, growth-oriented sectors favoured by younger talent—technology, culture, media, education. The crackdown on private education and restrictions on tech firms have further squeezed youth employment channels. Meanwhile, state enterprises remain cautious, favouring experienced hires over novices.
Another factor is structural mismatch. China’s elite universities churn out a flood of graduates in liberal arts, business and social sciences. Many of these graduates lack the technical or vocational skills demanded in manufacturing, logistics, renewable energy or remote services. The “ant tribe” phenomenon—young graduates clustering in low-cost shared housing, underemployed and hoping to land a white-collar job—captures this mismatch. Moreover, informal labour markets and the gig economy absorb only a fraction of youth demand, often without benefits or stability.
Regulation and suppression of dissent also weigh. Social norms and official messaging discourage complaining about joblessness; internet censorship and crackdowns on “negative emotions” (especially among youth) limit public expression of frustration. Many young people turn to “lying flat” (tang ping) or “let it rot” (bai lan)—deliberate withdrawal from ambition—as a psychological escape.
At stake is not just individual hardship but social stability. China’s legitimacy still hinges on delivering opportunity and upward mobility to younger generations. A cohort stymied by joblessness may grow disillusioned, eroding faith in meritocracy and the social contract. The suppression of youthful dissent may temporarily mute turmoil, but simmering grievances rarely vanish.
Moreover, persistent youth unemployment exacerbates inequality. Those from privileged backgrounds can buffer stints of underemployment via family support, while less affluent graduates suffer immediate setback. Over time, a large cohort entering adulthood without stable employment weakens aggregate demand, stunts household formation, and drags consumption growth.
Policymakers must tread a narrow path. On one side, they need to stimulate hiring via tax subsidies, targeted incentives for firms to hire graduates, expansion of apprenticeships and vocational training. Redirecting state investment toward labour-intensive and green sectors may help absorb youth demand. On the other side, the temptation to micromanagesocial attitudes or suppress reporting of unemployment must be resisted; credible data and open acknowledgement are prerequisites for trust.
Finally, China must confront structural reform: liberalising labour mobility, reducing barriers to rural–urban migration, encouraging entrepreneurship (especially beyond the first tier of cities), and allowing more private sector participation in youth-oriented industries.
If China cannot find a productive role for its young talent, it risks not only a “lost generation” in economic terms but a brittle social fabric. In an ageing society, the failure to harness the energy and ambition of its youth may be the most serious strategic misstep Beijing cannot afford.
I spent the last few years of my corporate-executive career in China (Shanghai, Beijing, Dalian and Hong Kong), experiencing first-hand the need to postpone, reduce or even cancel youth hiring, and was one of the toughest decisions I had ever to take. The images here have been taken back in 2012, during weekends in a long business trip to Beijing. Camera used was a Leica M9.
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TRADUZIONE DI REDAZIONE NOC
Nell’agosto del 2025, il tasso ufficiale di disoccupazione giovanile in Cina — la percentuale di giovani tra i 16 e i 24 anni non iscritti a tempo pieno a un percorso di studi e in cerca attiva di lavoro — è salito al 18,9%, il livello più alto da quando l’indicatore è stato ricalcolato. Per un Paese abituato a tassi di crescita a doppia cifra e a un mercato del lavoro notoriamente disciplinato, il dato persistentemente elevato tra i giovani non è solo un’anomalia statistica: è il sintomo di un più profondo stress economico e sociale.
Va premesso un elemento di cautela: il metodo stesso di calcolo della “disoccupazione giovanile” è cambiato. Dopo che il tasso ufficiale aveva raggiunto il 21,3% a metà del 2023, Pechino ne aveva sospeso la pubblicazione, riprendendola poi con una nuova metodologia che esclude gli studenti. Tale modifica ha ridotto il dato di facciata, ma ha anche oscurato il quadro reale: molti neolaureati restano infatti in una sorta di limbo, sottoccupati o scoraggiati. Alcune stime non ufficiali, che tengono conto della sottoccupazione nascosta e del disimpegno parziale, indicano tassi effettivi molto più alti.
Tuttavia, anche secondo le misurazioni più conservative, la disoccupazione giovanile in Cina è stabilmente più di tre volte superiore al tasso di disoccupazione urbana nazionale (che si aggira intorno al 5%). A differenza delle generazioni più anziane — in parte protette da aziende di Stato, legami sociali o attività consolidate — i giovani in cerca di lavoro si trovano esposti a settori volatili, a una competizione feroce sui titoli di studio e a strozzature strutturali.
La crescita economica cinese ha rallentato, appesantita da un settore immobiliare in crisi, da consumi deboli e da venti contrari globali. In risposta, molte imprese hanno rinviato le assunzioni, soprattutto nei settori discrezionali e orientati alla crescita, prediletti dai giovani talenti: tecnologia, cultura, media, istruzione. La stretta sull’istruzione privata e le restrizioni alle aziende tecnologiche hanno ulteriormente ridotto i canali di occupazione giovanile. Nel frattempo, le imprese statali restano caute, preferendo assumere personale esperto piuttosto che neofiti.
Un altro fattore è il disallineamento strutturale. Le università d’élite cinesi producono una massa di laureati in discipline umanistiche, economiche e sociali, spesso privi delle competenze tecniche o professionali richieste in settori come manifattura, logistica, energie rinnovabili o servizi a distanza. Il fenomeno della “tribù delle formiche” — giovani laureati che vivono in alloggi condivisi a basso costo, sottoccupati e in attesa di un impiego da colletti bianchi — rappresenta bene questo scarto. Inoltre, i mercati del lavoro informali e l’economia dei lavoretti assorbono solo una frazione della domanda giovanile, spesso senza benefici o stabilità.
Anche la regolamentazione e la repressione del dissenso pesano. Le norme sociali e la comunicazione ufficiale scoraggiano il lamentarsi per la disoccupazione; la censura su internet e le campagne contro le “emozioni negative” (soprattutto tra i giovani) limitano l’espressione pubblica della frustrazione. Molti ragazzi scelgono allora il “sdraiarsi” (tang ping) o il “lasciar marcire” (bai lan) — forme di rinuncia deliberata all’ambizione — come via di fuga psicologica.
In gioco non c’è solo la difficoltà individuale, ma la stabilità sociale. La legittimità del sistema cinese si fonda ancora sulla promessa di opportunità e mobilità ascendente per le nuove generazioni. Una coorte intrappolata nella disoccupazione rischia di disilludersi, erodendo la fiducia nella meritocrazia e nel patto sociale. La repressione del dissenso giovanile può forse attenuare momentaneamente il malcontento, ma i risentimenti covano a lungo.
La disoccupazione giovanile persistente accentua inoltre le disuguaglianze. Chi proviene da famiglie privilegiate può contare su un sostegno economico nei periodi di inattività, mentre i laureati meno abbienti subiscono ricadute immediate. Nel tempo, un’ampia fascia di giovani adulti senza occupazione stabile indebolisce la domanda aggregata, ritarda la formazione di nuove famiglie e frena la crescita dei consumi.
I decisori politici devono muoversi su un crinale stretto. Da un lato, occorre stimolare le assunzioni tramite sussidi fiscali, incentivi mirati alle aziende che assumono neolaureati, espansione degli apprendistati e della formazione professionale. Reindirizzare gli investimenti pubblici verso settori ad alta intensità di lavoro e verso l’economia verde può aiutare ad assorbire la domanda giovanile. Dall’altro, la tentazione di controllare gli atteggiamenti sociali o di sopprimere i dati sull’occupazione va respinta: dati credibili e riconoscimento aperto del problema sono prerequisiti per la fiducia.
Infine, la Cina deve affrontare riforme strutturali: liberalizzare la mobilità del lavoro, ridurre le barriere alla migrazione rurale-urbana, incoraggiare l’imprenditorialità (soprattutto oltre le città di prima fascia) e consentire una maggiore partecipazione del settore privato nei settori orientati ai giovani.
Se la Cina non riuscirà a trovare un ruolo produttivo per il proprio capitale umano giovane, rischia non solo di generare una “generazione perduta” sul piano economico, ma anche di indebolire il tessuto sociale. In una società che invecchia rapidamente, non saper valorizzare l’energia e l’ambizione dei propri giovani potrebbe rivelarsi l’errore strategico più grave che Pechino non può permettersi.
Ho trascorso gli ultimi anni della mia carriera da dirigente d’azienda in Cina (a Shanghai, Pechino, Dalian e Hong Kong), sperimentando in prima persona la necessità di rinviare, ridurre o persino cancellare le assunzioni giovanili — una delle decisioni più difficili che abbia mai dovuto prendere. Le immagini qui pubblicate risalgono al 2012, durante i fine settimana di un lungo viaggio di lavoro a Pechino. La fotocamera utilizzata era una Leica M9.







