I concetti astratti di “bene” e “male” attraversano pervasivamente cultura e tradizioni umane, e hanno dato luogo alla più prolifica narrativa, dopo quella sul divino: sarei comunque tentato di ricondurre anche la nostra ricerca del soprannaturale a questa dicotomia dialettica di “buono” e “cattivo”.

Abele e Caino, Romolo e Remo, il Paradiso e l’Inferno, sono esempi di questa contrapposizione, cui pare noi bipedi semi-evoluti non riusciamo a rinunciare, per semplificare in una sorta di bianco e nero a qualche migliaia di ISO, l’evoluzione sgranata del nostro pensiero, mescolando a questo anche i generi maschili e femminili, offrendo spiegazioni ontologiche che ancora oggi, malgrado l’illuminismo abbia tentato di passare una mano di candeggina, una visione del sapere che traballa tra mito e razionalità (e spesso, politicamente, in becera idiozia al citofono).

L’oriente è maestro in tutto questo.

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Ho incontrato la letteratura Vedica e la complessità dell’Hinduismo nel secondo anno di università, quando ero ancora animato dal sacro fuoco del sapere, lanciandomi nel tentativo di lettura delle Upanishad, il complesso di poemi dei quali anche la datazione rimane a oggi incerta, ponendoli in un arco che va dal 800 al 200 BCE: stiamo parlando di roba lasciata in frigo circa 3000 anni fà, ma con una data di scadenza che la rende ancora oggi interessante.

Forse, più che “incontrare la letteratura Vedica”, sarebbe meglio dire “mi ci sono spiattellato contro”.

La complessità linguistica mi ha fatto desistere immediatamente dalla lettura in originate: un orgia di declinazioni, generi, intonazioni fonetiche, e un temporale di accenti sovra e sottoscritti. Il tutto mi ha sopraffatto dopo meno di una settimana di crampo alla mano, nel tentare di annotare i vari caratteri riccioluti delle prime testimonianze scritte.

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Poi è venuto anche l’abbandono del testo tradotto in inglese, dopo che l’incrociarsi di personaggi, delle loro trasmutazioni, dei loro accoppiamenti e parti legittimi, illegittimi, delle loro sublimazioni e lotte, guerre e scaramucce, mi avevano portato sul baratro dell’esperienza lisergica: forse quello è stato il momento della mia vita nel quale i primi Pink Floyd mi accompagnavano come colonna sonora dal caffè della mattina sin oltre la birra della sera.

Qualcosa però è rimasto, in un cassetto polveroso della mia mente, e ieri a Singapore ho avuto l’opportunità di aprirlo, ritrovando un po’ di carta ingiallita dei miei ricordi accademici.

I Devas e gli Asuras sono i due clan di semidei nella tradizione Hinduista, “bene” e “male” in reciproco divenire, e in perenne lotta tra loro, malgrado tutti siano stati generati dallo stesso padre, abbiano mangiato lo stesso cibo e si siano dissetati con la stessa bevanda, e avessero gli stessi innati poteri: una storia simile la possiamo trovare nei nostri Angeli e Demoni, e non sto qui adesso a disputare sul di chi sia il copyright tra Bibbia e Upamishad, anche se sono razionalmente molto più incline a sostenere che l’oriente abbia sviluppato la storia in originale, e la culla medio-orientale del nostro monoteismo abbia scopiazzato un po’, prendendo ispirazione per i miti descritti nei primi libri del nostro Antico Testamento.

Ci raccontano le Upamishad che, durante una delle innumerevoli battaglie epiche tra clan, i Devas non riuscivano a resistere agli attacchi degli Asuras, e in lacrime corsero da Shiva per chiedere un condottiero capace di riportarli alla vittoria. Questi partorì il più grande guerriero mai conosciuto, Skanda, che guidò la vittoria sulle forze degli Asura, durante una battaglia stellare che si concluse nel mese di Thai (tra Gennaio e Febbraio nel calendario Tamil), al sorgere della stella Pushiya o Poosam (in lingua Tamil): la traslitterazione del tutto ha dato origine alla festa del Thaipusam, ancora oggi largamente celebrata da tutta la diaspora Tamil, in ogni paese che vede una forte comunità fuori dall’India.

Lunga introduzione per dirvi che ieri ero al Thaipusam di Singapore, a Little India, con due Signore Tedesche a Telemetro attaccate al collo, una M10 e una M7 caricata con Tmax 400. Le Signore erano accompagnate da due vetri, l’irrinunciabile Summa-cum-Lux 35mm e un 21mm Operaio-Elmarit che mi salva, quando il caos attorno a me impedisce anche alla Santa Iperfocale di costruire un’immagine con una parvenza di fuoco, in qualsiasi sua parte del 24×36.

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Il buon gruppo di ortodossi della pellicola, fotografi professionali e amatoriali con cui incrocio le lenti quando sono in questa parte di Asia, mi ha dato una mano nel trovare l’ingresso giusto del tempio nel quale i più devoti tra i fedeli si preparavano al Kavadi Attam, la danza sacrificale che li vede percorrere quasi 5 chilometri a piedi nudi, accompagnati da tamburi, mantra ossessivi, e nutriti gruppi di supporters, con anfore votive sulla testa, riempite con riso e latte in offerta alla divinità.

Dopo settimane passate con una preparazione fatta di dieta rigorosamente vegana, seguita da digiuni e da riti di purificazione, i fedeli vengono rasi e cosparsi da una crema di color bianco e giallognolo, quindi preparati a portare il Karvadi.

Il Karvadi è una struttura di legno (oggi più spasso di alluminio), allacciata in vita, che sostiene un baldacchino votivo ornato di immagini e piume: il tutto viene poi decorato con spilloni che si conficcano nella pelle del fedele, che spesso si adorna con anfore o rami di cespugli sacrali, e si attraversa le guance con uno spiedo dalle dimensioni ragguardevoli.

Dopo la lunga (e dolorosa) preparazione, c’è la benedizione nel tempio, dove il fumo dell’incenso, unito al ritmo assordante delle percussioni e delle preghiere, può anche portare un obeso pelato italiano con due Leica al collo, al trance mistico, molto più che un rave party.

Ho passato quasi tre ore nel Tempio, scattando moltissimo con gli occhi, per ricordare un’altra esperienza spettacolare del mio vagabondare planetario, ma anche tanto con le due Signore Tedesche a Telemetro, riuscendo ad avvicinarmi con totale naturalezza a chi si stava preparando per il Kavadi Attam, non ricevendo mai un diniego alla fotografia.

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Vi lascio qui con un buon numero delle immagini di ieri. Sono anche curioso di vedere soprattutto quello che mi è rimasto sull’argento della pellicola, che mi pare sia la base più adatta a sancire il connubio con questa tradizione millenaria, ma posso solo sviluppare il T-Max quando torno nel Paese dei Castelli di Sabbia, tra qualche settimana.

ये देवासो दिव्येकादश स्थ पृथिव्यामध्येकादश स्थ ।
अप्सुक्षितो महिनैकादश स्थ ते देवासो यज्ञमिमं जुषध्वम् ॥११॥

O ye eleven deities whose home is heaven, O ye eleven who make earth your dwelling,
Ye who with might, eleven, live in waters, accept this sacrifice, O deities, with pleasure.

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