In early January 2026, Texas A&M University restricted a philosophy professor from teaching excerpts of Plato’s Symposium in his undergraduate course, citing a new university policy that limits classroom discussion of “race and gender ideology.” Administrators told the professor to remove Plato’s material—particularly passages about gender and love—or be reassigned to a different course.
There is something quietly tragic—and deeply revealing—in the news that Symposium, written more than 2,300 years ago, has found itself caught in the crossfire of a modern American anti-woke campaign. A text born in Athens, in an age without hashtags or culture wars, is suddenly treated as a dangerous object. Not because it incites violence. Not because it undermines democracy. But because it speaks, too openly, about love.
The irony is almost perfect.
Plato’s Symposium is not a manifesto. It is a dinner conversation. A gathering of men reclining on couches, wineflowing, each invited to speak about eros—love, desire, attraction, longing. Some are poets, some politicians, some comedians, some philosophers. Their speeches contradict each other, overlap, evolve. No one is silenced. No single truth is imposed.
In today’s climate, that alone feels subversive.
The book’s discomfort for the anti-woke imagination lies not in provocation, but in generosity. Love in the Symposium is plural. It refuses to be reduced to a single moral shape. Aristophanes speaks of human beings once whole, split in two, condemned to search endlessly for their missing half—sometimes male, sometimes female, sometimes neither in modern terms. Pausanias distinguishes between vulgar love and noble love, not by gender, but by intention and care. Socrates, channeling Diotima, elevates love beyond bodies altogether, toward beauty, wisdom, and the good.
What is striking is how little anxiety there is in these pages about categorization. No panic about borders. No obsession with purity. Love is described as movement—toward another person, toward understanding, toward transcendence. It is unstable, unfinished, relational. And therefore human.
Banning such a book reveals less about Plato and more about us.
The Symposium does not teach people what to desire. It teaches them how to think about desire. It insists that love, when examined honestly, becomes a force for tolerance. Because once you accept that love wears many faces, you are forced to accept that humanity does too. To deny this is to deny experience itself.
In the current American cultural moment, “anti-woke” has become a shorthand for fear—fear of ambiguity, fear of complexity, fear of voices that do not conform. Plato’s dialogue offers no comfort to those fears. It dismantles them gently, through conversation rather than confrontation. There are no villains in the Symposium, only flawed, searching individuals trying to articulate something that escapes precise definition.
This is precisely why it matters.
Love, in Plato’s telling, is not a private indulgence. It is a civic force. It shapes how we educate, how we govern, how we relate to strangers. A society that fears love’s plurality will inevitably fear difference itself. And a society that bans booksin order to protect itself from ideas has already admitted its fragility.
The paradox is that Symposium is not even a radical text by contemporary standards. It does not argue for rights, identities, or revolutions. It simply observes reality as it is lived: people love differently, speak differently, desire differently—and yet remain bound by a shared pursuit of meaning. If that observation is now considered dangerous, the danger lies not in the book but in the shrinking space allowed for thought.
Reading Plato today is not an act of ideological alignment. It is an act of humility. It reminds us that debates about love, identity, and inclusion are not inventions of the 21st century. They are ancient, perennial, unresolved—and that is precisely why they are worth revisiting rather than suppressing.
The Symposium ends not with certainty, but with dawn. The party dissolves. Some characters fall asleep. Socrates remains awake, still talking, still questioning. It is a quiet metaphor for philosophy itself: an endless conversation carried forward across centuries.
Banning that conversation does not stop it. It only confirms its necessity.
And perhaps that is Plato’s most enduring lesson: love and thought, like water, always find a way through the cracks.
I first encountered Plato’s Symposium in high school, and then met it again during my philosophy years at the University of Milan. It is a book I still keep on my shelves, even though reading Ancient Greek has now become difficult for me. A wonderful work in its naturalness and honesty — a book that should never be banned or pushed aside, but rather promoted and shared, so that we may still learn today what love can truly be.
Photo: dinners around the world.
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Traduzione a cure della Redazione di NMOC Sensei
All’inizio di gennaio 2026, la Texas A&M University ha impedito a un professore di filosofia di insegnare estratti del Simposio di Platone nel suo corso di laurea triennale, citando una nuova politica universitaria che limita la discussione in aula su “ideologia di razza e genere”. Gli amministratori hanno intimato al professore di rimuovere il materiale di Platone, in particolare i passaggi su genere e amore, o di essere riassegnato a un corso diverso.
C’è qualcosa di silenziosamente tragico, e profondamente rivelatore, nella notizia che il Simposio, scritto più di 2.300 anni fa, si sia trovato nel fuoco incrociato di una moderna campagna anti-woke americana. Un testo nato ad Atene, in un’epoca senza hashtag o guerre culturali, viene improvvisamente trattato come un oggetto pericoloso. Non perché inciti alla violenza. Non perché mina la democrazia. Ma perché parla, troppo apertamente, di amore.
L’ironia è quasi perfetta.
Il Simposio di Platone non è un manifesto. È una conversazione a cena. Un gruppo di uomini sdraiati su divani, con il vino a fiumi, ognuno invitato a parlare di eros: amore, desiderio, attrazione, brama. Alcuni sono poeti, altri politici, altri comici, altri filosofi. I loro discorsi si contraddicono, si sovrappongono, si evolvono. Nessuno viene messo a tacere. Nessuna verità viene imposta.
Nel clima odierno, questo di per sé sembra sovversivo.
Il disagio del libro per l’immaginario anti-woke non risiede nella provocazione, ma nella generosità. L’amore nel Simposio è plurale. Rifiuta di essere ridotto a un’unica forma morale. Aristofane parla di esseri umani un tempo interi, divisi in due, condannati a cercare all’infinito la loro metà mancante – a volte maschile, a volte femminile, a volte nessuna delle due, in termini moderni. Pausania distingue tra amore volgare e amore nobile, non in base al genere, ma in base all’intenzione e alla cura. Socrate, ispirandosi a Diotima, eleva l’amore al di là dei corpi, verso la bellezza, la saggezza e il bene.
Ciò che colpisce è la scarsa ansia di categorizzazione che si respira in queste pagine. Nessun panico per i confini. Nessuna ossessione per la purezza. L’amore è descritto come movimento: verso un’altra persona, verso la comprensione, verso la trascendenza. È instabile, incompiuto, relazionale. E quindi umano.
Mettere al bando un libro del genere rivela meno su Platone e più su di noi.
Il Simposio non insegna alle persone cosa desiderare. Insegna loro come pensare al desiderio. Insiste sul fatto che l’amore, se esaminato onestamente, diventa una forza per la tolleranza. Perché una volta accettato che l’amore ha molti volti, si è costretti ad accettare che anche l’umanità li abbia. Negarlo significa negare l’esperienza stessa.
Nell’attuale momento culturale americano, “anti-woke” è diventato un sinonimo di paura: paura dell’ambiguità, paura della complessità, paura delle voci che non si conformano. Il dialogo di Platone non offre alcun conforto a queste paure. Le smantella delicatamente, attraverso il dialogo piuttosto che il confronto. Non ci sono cattivi nel Simposio, solo individui imperfetti e indagatori che cercano di articolare qualcosa che sfugge a una definizione precisa.
È proprio per questo che è importante.
L’amore, secondo Platone, non è un’indulgenza privata. È una forza civica. Plasma il nostro modo di educare, di governare, di relazionarci con gli estranei. Una società che teme la pluralità dell’amore temerà inevitabilmente la differenza stessa. E una società che vieta i libri per proteggersi dalle idee ha già ammesso la propria fragilità.
Il paradosso è che il Simposio non è nemmeno un testo radicale per gli standard contemporanei. Non sostiene diritti, identità o rivoluzioni. Osserva semplicemente la realtà così come viene vissuta: le persone amano in modo diverso, parlano in modo diverso, desiderano in modo diverso, eppure rimangono legate da una ricerca condivisa di significato. Se questa osservazione è oggi considerata pericolosa, il pericolo non risiede nel libro, ma nella riduzione dello spazio concesso al pensiero.
Leggere Platone oggi non è un atto di allineamento ideologico. È un atto di umiltà. Ci ricorda che i dibattiti su amore, identità e inclusione non sono invenzioni del XXI secolo. Sono antichi, perenni, irrisolti, ed è proprio per questo che vale la pena rivisitarli piuttosto che sopprimerli.
Il Simposio non si conclude con certezza, ma con l’alba. La festa si dissolve. Alcuni personaggi si addormentano. Socrate rimane sveglio, continuando a parlare, a interrogarsi. È una metafora silenziosa della filosofia stessa: un dialogo infinito che si è protratto per secoli.
Bloccare quel dialogo non lo ferma. Ne conferma solo la necessità.
E forse questa è la lezione più duratura di Platone: amore e pensiero, come l’acqua, trovano sempre una via d’uscita.
Ho incontrato per la prima volta il Simposio di Platone al liceo, e poi l’ho ritrovato durante i miei anni di filosofia all’Università degli Studi di Milano. È un libro che conservo ancora sui miei scaffali, anche se leggere il greco antico ormai è diventato difficile per me. Un’opera meravigliosa nella sua naturalezza e onestà: un libro che non dovrebbe mai essere bandito o messo da parte, ma piuttosto promosso e condiviso, affinché possiamo imparare ancora oggi cosa può essere veramente l’amore.
Foto: cene in giro per il mondo.




