Size matters (le dimensioni contano)

Ho raggiunto e superato i primi due mesi di assegnazione a Singapore, e la sorpresa e’ ancora forte, dopo aver passato gli ultimi anni in posti ameni dove il rumore dei generatori a gasolio faceva da sottofondo al traffico caotico, dove il tessuto sociale si mostra sfilacciato e con numerose pezze a chiudere buchi clamorosi, e dove concetti quali “igiene”, “sicurezza”, “sanità”, sembravano contrappassi da gironi infernali.

Mi sembra di essere in una sorta di Matrix, col timore di trovare un qualche Morpheus, fuori dell’ascensore che mi fa salire al 33esimo piano con vista su Marina Bay, che mi chieda, con in mano un laptop blue e uno rosso,  “Scegli! Con il log-in sul MacBook rosso ti risvegli sulla Karl Marx Beach a Luanda, a masticare ciabatte infradito spaiate“.

Ho addirittura ritrovato il lusso di scattare qualche immagine su pellicola, con la più amata delle mie Signore Tedesche a Telemetro, la M7, e un laboratorio a Bugis (a pochi passi da dove piccono, e dall’ostello dove dormo) mi sviluppa sia bianco e nero che colore, in meno di 24 ore: le immagini di questo pezzo sono state scattate qualche lo scorso weekend, su una pellicola Ilford, dalle parti di Serangoon Road, tra Little India e Geylang.

Insomma, se esistesse un Kodakrome25-Nirvana, che è la mia personale visone del paradiso, io mi ci sto muovendo vestito da prima comunione per 5 giorni su 7,  poi decisamente sbragato il weekend, e con un paio di macchine fotografiche allocate addosso.

L’unico aspetto che ogni tanto mi crea qualche incidente è quello delle mie dimensioni, confrontate con l’antropometria di una popolazione per la quale la taglia XXL viene solo usata per bardare gli elefanti durante le processioni. Son grosso già di mio: da queste parti la cosa è ancora più conclamata.

Le scale della MRT, la metropolitana qui a Singapore, non sono disegnate per le mie spalle: comunque vada, sa che rimanga fermo sulla sinistra, sia che affronti salita/discesa camminando sulla destra (e tutti si attengono a questa convenzione), faccio filotto degli altri passeggeri, come i birillini sul panno verde. Solitamente mi ruoto di 45 gradi, riducendo così di √2 la mia dimensione lineare, ma un paio di volte mi son dimenticato di avere lo zaino sulle spalle, e ho catapultato un poveraccio quattro gradini più sotto.

Poi qui la totalità della popolazione vaga con in mano uno schermo, a testa bassa, mantenendo traiettorie incerte e ondulatorie, e la mia velocità inerziale mi frega: non riesco a deviare in tempo per evitarli, e finiscono a rimbalzarmi contro.

Capisco di avere un’andatura simile ai treni che attraversano la Siberia, e pur mantenendo una certa agilità, regolarmente qualcuno mi si spiaccica addosso come un moscerino sul parabrezza: la cosa bella del fatto è la composta reazione, che, passata la sorpresa e lo shock da urto contro l’airbag della mia trippa, li vede immergersi nuovamente nello schermo del loro cellulare.

 

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