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Single Espresso

Non so chi cazzo abbia iniziato questa maledetta abitudine del “double espresso“, ma ci ha esposto a una condanna planetaria.

Non bevo molto caffè: un paio di tazzine la mattina, ma mi piace cremoso, saporito, profumato, e che occupi meno di un terzo della tazzina. Adoro una marca Triestina che propone delle miscele di Arabica che raccontano l’Ethiopia. Servirlo in un bicchierino di carta o plastica merita l’abiura e l’esposizione alla gogna.

Viaggiando come un piccione mi devo adattare. Ormai ho la mappa globale dei posti dove posso quantomeno avere un ricordo del piacere, e di quelli dai quali guardarsi bene: meglio starne alla larga, prima che ti arrivi alle labbra una ciofeca rancida.

Ovunque al mondo offrono il “single espresso” (talvolta anche chiamato “solo“), e purtroppo anche il “double“, che altro non è che un una pressata di macinato, poi percolata (in chimica e fisica, “percolare” indica il lento movimento di un fluido attraverso un materiale poroso) fino a riempire quasi una generosa tazza. Quello che noi chiameremmo una brodaglia insomma.

Vale purtroppo la statistica che pone il “double” a raggiungere il 95% delle richieste. Barbari. Anche il “single“/”solo” ha delle volumetrie preoccupanti, che portano normalmente la tazzina quasi a traboccare. Vocaboli come “ristretto” sono parole iniziatiche, pronunciate con riservatezza, e solo dopo un’accurata cerimonia di selezione del barista che ne meriti la fiducia.

Sotto casa, qui nel Paese dei Castelli di Sabbia, ho più una mezza dozzina di “caffè”, uno dei quali appartiene ad una nota catena Americana, che recentemente ha anche scommesso forte, aprendo in Italia. Ho ormai adottato il mantra “hey-guys-the-usual-VERY-single-and-creamy-in-a-ceramic-cup” per poter ordinare il mio caffè.

Poi lo assaggio, e alzo gli occhi al cielo, con un sospiro di nostalgia.

Foto? M-Bianca&Nera mi ha accompagnato al bar stamani.

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