Simit

Stamane stavo percorrendo il tessuto di strade che fanno da ricamo urbano a Etiler, il quartiere nel distretto di Beşiktaş a Istanbul in Turchia. Questo è uno dei posti dove fa figo venire, per i suoi caffè, i suoi ristoranti e locali che si popolano la sera in un interessante melting pot, nella nazione con la popolazione più giovane di questa larga area geografica  in equilibrio tra Europa e Asia.

Fa figo all’ora di cena, la mattina alle 7:30 fa “cazzo, la giornata sarà lunga”.

Il Caronte di turno, che mi traghetta tra ostello e miniera, parla solo la lingua dei nipoti di Ataturk, e qualsiasi altro idioma lo lascia indifferente. Quando riconosco di essere in prossimità della mia destinazione, scendo quasi al volo, tanto chiedergli di fermarsi è impossibile, come chiedere ad un Turco, che fuma come un Turco, di smettere di fumare come un Turco.

Un barroccio di simit è davanti a me.

Dalla metà del 1500 il simit fa parte della colazione tradizionale, mescolando quanto può essere preso dalle tradizione arabe e aramaiche, e condendolo con un senso ottomano: un pane circolare, con la crosta coperta di semi di sesamo, o più di rado con quelli di papavero. Tagliato e farcito con pezzetti di formaggio fresco, pomodoro e prezzemolo. Deve essere gustato con il classico bicchierino di chai (tea), nel bicchiere di vetro a forma di piccola anfora, che ti ustiona i polpastrelli prima di passare sulla lingua come una fiamma ossidrica.

“Posso farti una foto?”, chiedo in Inglese, ben sapendo che il sorriso che accompagna la mia domanda è una lingua più internazionale. Mi guarda un attimo sospettoso, poi sorride e annuisce, mentre rifornisce le auto che passano davanti.

Inquadro un paio di volte, ma mi sento nudo senza la Signora Tedesca a Telemetro, che è rimasta ad Abu Dhabi per non farsi coinvolgere in questa scarrozzata aerea di 20 e passa ore attraverso MittelEuropa e Paesi Affini.

Lo ringrazio con un cenno del capo.

Mi guarda e mi fa segno di aspettare un attimo: mi farcisce rapidamente un simit e me lo offre. Si porta la mano al petto, inclinando leggermente il capo, nella parola del linguaggio del corpo che indica l’omaggio ad un forestiero. Sono commosso dalla sua gentilezza, vera, pura.

Non mi aveva mai visto prima, forse non mi vedrà mai più, ma vuole regalarmi un gesto di calore umano che vale più di ogni altra esperienza.

La vita è bella, oggi a Istanbul.

 

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