La sensazione di essere leggermente claustrofobico mi ha accompagnato da molti anni, e a riprova di questo, vi devo raccontare quando, nella seconda metà degli anni ‘80 ero in Messico, a cazzeggiare per un paio di mesi tra una vita passata che si stava chiudendo, e una futura che si stava aprendo.

Dopo aver girovagato dentro e intorno a Mexico City per alcuni giorni, essermi riempito i polmoni del suo salubre inquinamento, ed essere salito sui templi di Tetihuakan in totale solitudine, ho raccattato la Signorina Tedesca a Telemetro M2 (che mi accompagnava all’epoca), e un sacchetto di Kodachrome 64, con l’idea di andare a fare un pic-nic nello Yucatàn.

Atterrato a Merida (appunto nello stato dello Yucatàn, uno dei 32 che forma la federazione messicana), dopo aver scoperto che l’albergo trovato nelle guide (non esistevano ancora le piattaforme di review e booking on line, ovvio) era un bordello locale, col suono ritmico delle reti metalliche che scandivana amplessi per tutta la notte, avevo affittato un Maggiolino VolksWagen, e guidato i 150km fino alle piramidi di Chicen Itza.

Non so come siano accessibili oggi i siti, ma trenta e passa anni fa’ si poteva salire non solo in cima alla piramide di Kukulcan (quella che durante l’equinozio proietta l’ombra di un serpente strisciante lungo le sue terrazze), ma anche entrare nel suo interno, e risalire un tunnel fino alla statua di Chack Mool, sul trono a forma di giaguaro dipinto in rosso sangue.

La salita, nel fantastico clima tropicale, con un’umidità superiore al 90%, era attraverso un pertugio, le cui dimensioni mal si paravano con quelle della mio biometrica: un’altezza intorno ai 160cm, e una larghezza di molto inferiore a quella delle mie spalle sarebbero già state un’indicazione all’ansia, il fatto poi che fosse a due sensi di marcia, e fossi costretto, con ogni altro pirla io incontrassi, a contorsionismi e sfregamenti peggio che in un mud-fighting, dava il meglio dell’ansia.

Lunga storia per arrivare alla mia claustrofobia: bene, io, profeta del controllo totale e del battito cardiaco alla Coppi, ho cominciato ad avere respiro affannoso e tachicardia, e il percorso di ritorno è stato ampiamente più veloce dell’andata, fino a quando, tornato all’aperto, non ho finalmente ricominciato a respirare a pieni polmoni, aggiungendo fossi stato un gran coglione ad entrare.

Lunga introduzione per arrivare al tema di questo pezzo, e dirvi che, al contrario della claustrofobia, invece le vertigini non appartengono al mio complesso sensorio. Una secchiata di chili fà mi tuffavo dalle piattaforme, con l’unico interesse di salvare le uova nell’ingresso di piedi. Sempre quando peso e forma fisica me lo consentivano, praticavo un po’ di roccia: nessuna sensazione guardando verso il basso, nel vuoto, a diverse centinaia di metri d’altezza.

Osservare, quindi, due ragazzi fuori della mia finestra, che mi lavano i vetri (abito al 46esimo piano) provoca solo interesse,  senza alcun panico, ne per loro, ne ovvio per me al sicuro sopra il mio tappeto all’interno dell’appartamento.

 

 

Ogni paio di mesi mi appaiono davanti: corde, secchio, spugne e spatole. Partono dal 77esimo piano e scendono giù, per tutti i 328 metri di altezza di The Index, ta torre disegnata da Foster dove abito a Dubai. Si muovo a ritmo, assicurando il beccheggio con un paio di ventose alla bisogna, e ripetono gli stessi gesti finestra dopo finestra, piano dopo piano.

E’ quasi una danza.

 

 

 

 

 

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